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Four seasonsFour seasons

di Arnorld Wesker
Regia e ambientazione di Elio Gimbo
Interpreti: Piero Sammataro, Maria Barbagallo
Costumi di Rosy Bellomia
Assistente alla regia: Maria Frazia Cavallaio
Luci di Giancarlo Latina
Prod. “FabbricaTeatro”, al Teatro Canovaccio di Catania, aprile 2008

   
 
www.Sipario.it, 14 luglio 2008

Le “Four seasons” descritte da Arnold Wesker nella sua intimista commedia del 1965, sono in verità solo inverno e un breve squarcio d’estate.
Desertificazione o glaciazione di ambiente e di anime: per un uomo e una donna (Piero Sammataro e Maria Barbagallo, persuasivi protagonisti) momentaneamente defilati dall’usualità della vita, in una casa di campagna, spoglia e melanconica. Entrambi in rotta con un passato di fallimenti coniugali, affettivi, genitoriali.
Nello stesso istante in cui Adam e Beatrice decidono di “ravvivare” la loro intesa in declino, adagiando i loro residui slanci in un flusso di natura  che dovrebbe coincidere, anche allegoricamente, con un anno solare (una sorta di “prova d’amore” in eremitaggio), è già palese che – per loro – il calendario dell’esistenza si è come ristretto, accartocciato, rattrappito – in residuati di noia e petulanze. Come quando, lei sdraiata in giardino, di nuovo vivida e ansiosa di rivalse, e lui esitante ed intimidito (dalla disistima? dall’usura del cuore? dalla viltà delle emozioni?) non troverà di meglio che carezzarla in testa e ripetere, con irritante umiltà: “sono i gesti sperimentati dell’amore”; e poi “ora che non ho più né moglie né amante, posso pettinare serenamente i capelli d’una donna”.
La furibonda, plausibile reazione della donna servirà soltanto a rendere l’uomo ancora più mesto, sopito, rinunciatario Oblomov dell’innamoramento tardivo. Condizione umana che si mimetizza in una scena soffocata da un alone di rinuncia, dismissione, post-sessualità (l’irascibilità, le tracotanze, certi infantilismi grotteschi di Beatrice; l’ignavia e la passività colposa di Adam): i quali credo stiano alla radice stessa dell’opera weskeriana, ormai reduce (è la biografia dello scrittore) da ogni impegno nel sociale, palesemente misantropo e disilluso rispetto alla sua iniziale “fiducia nella funzione maieutica dell’intellettuale”, specie se attivista politico. Come Wesker fu, nel pieno della “angry generation”, amico e sodale di Harold Pinter, Tom Stoppard, Doris Lessing. Tuttavia esercitando (soprattutto rispetto alla elusività del primo) una volontaria presa di distanza: nella scelta tramatura dell’esplicito, del naturalismo recitativo, di una sobria mestizia tardo romantica (ricordate “Tristi amori” di Giacosa?)
Crepuscolare, ma denso di orgoglio, decisamente plumbeo ma intessuto di una fertile capacità dialogica (vi è essenza, musicalità poetica quando l’uomo declina il “suo” senso dell’eros, paragonandolo a una farfalla che sfiora la tua testa, e più è bella più ti annienta), l’opera di Wesker si apparenta, semmai (e a nostro parere) al mondo poetico di Roberto Lerici (grande poeta italiano del Novecento, oggi dimenticato) quando parlava di quel certo, sgualcito amore, che “ripiegava pian piano le sue foglie, rinunciando per ora alle sue voglie”. Gigi Proiettì e Anna Teresa Rossini lo recitano ancora che è un incanto.

Angelo Pizzuto
     
 
© Sipario 2011