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Fortapàsc
regia Marco Risi
con L. De Rienzo, V. Lodovini, M. Riondino, M. Gallo, E. Mahieux, S. Cantalupo, G. Morra, E. Fantastichini, R. Carpentieri, G. Imparato, M. Mazzarella
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L'Unità, 27 aprile 2009
Assedio alla libera informazione
Prima delle minacce di morte al giornalista Roberto Saviano (speriamo restino latrati di bestie randagie) ci fu l’assassinio di Giancarlo Siani, 26 anni e una buffa Citroen Mehari scoperta con cui calava dal Vomero nella zona franca di Torre Annunziata per raccontare da pubblicista ”abusivo” del “Mattino” gli intrecci tra camorra e politica, con un pizzico di connivenza della magistratura e mezzo occhio chiuso dalla forze dell’ordine. Lo fecero fuori il 23 settembre del 1985, a Napoli c’era il concertone di Vasco Rossi. Quei colpi di pistola sembrarono attutiti dalla musica, dal vociare confuso e dai toni fluo dei nostri meravigliosi/mostruosi anni Ottanta e dal tintinnare dei miliardi che piovevano sulla Campania per gli appalti del dopo il terremoto. Torre Annunziata era FORTAPASC, un fortino abbandonato a rischio di disfatta definitiva aveva scritto una volta negli articoli che costruiva con sprezzante ingenuità, raccontando niente più che la stessa “cretina commedia di Mafiopoli” che recitava Peppino Impastato sulla siciliana Radio Out. Tutti e due apparivano giovani esploratori della cronaca convinti che bastava cercare e spuntavano come acqua sorgiva indizi incredibili e notizie bomba che i giornali ignoravano per “quieto vivere” e le forze dell’ordine non volevano mettere gli uni accanto agli altri. E invece di quelle parole nero su bianco si occuparono i boss, i vari Nuvoletta, Gionta, Riina. E trassero le conseguenze. Molti anni dopo sono tutti finiti in carcere. Troppo tardi.
Più che a “Gomorra” con le sue geometri cerebrali, FORTAPASC assomiglia a ”I guerrieri della notte”, con la città far west nell’Italietta fluo e fumettizzata di Pazienza, con corredo di commenti ironicamente amari dal presidente Pertini. Il film di Marco Risi – scritto come cronaca giornalistica dei fatti da Andrea Purgatori e Jim Carrington – ha la luce speciale di certo cinema che avvince con una storia extra-ordinaria e insegue i profumi di un’epoca. Perché se di Siani (un perfetto Libero De Rienzo) ci sono i tratti pubblici emersi nel libro “L’abusivo” di Antonio Franchini e i suoi trascorsi nella rivista “Osservatorio sulla camorra” di Amato Aliberti, del giovane Giancarlo si ama subito anche l’attitudine all’apparenza sorniona (dice molto il rapporto con la ragazza, interpretata da Valentina Lodovini), la generosità dell’impegno, la temeraria curiosità, l’avvincente rapporto professionale col fotografo eroinomane Rico (personaggio inventato, un preciso Michele Riondino), come lui in visita guidata tra pericolose bestie. Sulla Citroen Mehari a caccia di foto e scoop i due sembrano turisti al safari, intenti a schivare i pericoli di una città in continua eruzione. Marco Risi ha una fascinazione speciale per Napoli, che conosce bene e sa dipingere con toni colorati e decadenti come aveva dimostrato nel sottovalutato “Maradona, la mano de Dios”: la città degli eccessi, umana e mostruosa, l’emblema dell’italianità con vizi e virtù amplificati e resi esplosivi. Una capacità che era pure del padre Dino, a cui il film è dedicato, maestro mai dimenticato della commedia amara. Il cast assomma grandi caratteristi della inossidabile tradizione “malavitosa” napoletana e stilizzati personaggi da fumetto che ancora ricordano Pazienza o i disegnatori di “Frigidaire”: l’odioso sindaco Ennio Fantastichini, l’insopportabile capo servizio Ernesto Mahieux, con la sua disturbante fisicità, il fotografo eroinomane Rico (il promettente Michele Riondino), simbolo di una generazione spolverata di polverine magiche che voleva vivere forte. Su tutti Libero De Rienzo: prende addosso il personaggio con una passione che traspare, nel difficile compito di interpretare una napoletanità diversa dagli stereotipi. Va oltre la somiglianza con Siani, estrapola l’attitudine di un ragazzo che nell’ultimo frame mostra la faccia furba e perplessa di fronte alla pistola che gli tappò la bocca.
Pasquale Colizzi
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Il Giornale, 27 marzo 2009
Siani, un giornalista contro la camorra
Giancarlo Siani o le illusioni dei giornalisti che credono di cambiare il mondo. C’è voluto un quarto di secolo perché questo delitto di camorra, che colpì un «praticante» del Mattino di Napoli per aver divulgato i rapporti fra delinquenti professionali e delinquenti semiprofessionali (imprenditori, amministratori pubblici) diventasse Fortapàsc. Morale: chi va al cinema, e che ha meno di trent’anni, lo prenderà come un episodio semimitologico. Comunque Marco Risi adempie a un dovere morale e lo fa col tono giusto, amaro e malinconico, non rassegnato e triste, mostrando un ragazzo che si divertiva nel suo lavoro e voleva che fosse socialmente utile.
voto: 7
MC
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Il Messaggero, 27 marzo 2009
La camorra affrontata a mani nude, nel 1985
Morire a vent’anni, o poco più, per aver usato la testa. Tale fu il destino di Giancarlo Siani, il giornalista precario del Mattino (“abusivo”, diceva lui) ucciso sotto casa il 23 settembre 1985. Morire a 26 anni per aver scritto nomi, collegato fatti, intuito retroscena. Senza mai coprirsi, anzi continuando a fare la vita che deve fare un ragazzo tra amici, fidanzata, uscite serali. Sempre a bordo di un’auto così fragile e identificabile da essere una metafora perfetta.
Chi ricorda Giancarlo Siani, il sorriso dietro gli occhiali, lo sgomento per quel primo delitto feroce di camorra, ricorda infatti anche la sua Citroën Mehari. La Mehari oggi non la comprerebbe nessuno. Era una specie di micro-jeep, lenta, minuscola, tutta di plastica, con teli come finestrini. L’opposto di un Suv o di un’auto blindata. L’auto di chi non aveva nulla da temere e voleva godersi la vita. Ed era anche l’auto di Siani (quella del film, per inciso, è proprio la sua originale).
Non è solo un dettaglio. È una delle chiavi, ci sembra, del lavoro di Marco Risi e dei co-sceneggiatori Jim Carrington e Andrea Purgatori. Sarebbe stato facile aggiungere un eroe all’infinito martirologio delle nostre cronache. Ma Siani (un limpido Libero De Rienzo) non voleva, non credeva di essere un eroe. E Fortapasc rievoca la sua parabola intrecciando due registri. Da un lato c’è un film d’azione iperrealista con la camorra dilaniata da guerre intestine che complotta, corrompe, massacra in pieno giorno, con scene orride o grottesche (il traditore infilzato col pescespada, il fuggiasco che sta affogando ma viene ripescato e “sparato”, il sindaco Ennio Fantastichini che riceve mazzette nascoste nelle bistecche).
Dall’altro, ed è il lato più nuovo e rischioso, la vita quotidiana di Siani: la mamma premurosa e invisibile; il capetto che lo scoraggia (Ernesto Mahieux) ma poi gli spiega che ci sono giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati (scena peraltro assai didascalica); la fidanzata forse incinta (Valentina Lodovini), cosa che preoccupa Giancarlo assai più che finire nel mirino della camorra; l’amico fotografo (Michele Riondino) che gli sta sempre a fianco ma annega la paura nell’eroina. Scoperchiando per un attimo l’abisso che Siani non vede, non vuole vedere.
È una delle scene più belle di questo film generoso e diseguale (insieme a quella, di grande effetto, che giustappone la riunione camorrista a un tempestoso consiglio comunale, omaggio a Le mani sulla città di Rosi). Perché fonde in un lampo quel grumo di gioia di vivere e di terrore che segue Siani come un’ombra, alla sensazione lancinante di non poter mai sapere tutto, né dell’amico che hai a fianco, né della fidanzata che forse gioca coi tuoi sentimenti, né del magistrato che ti evita ma ha bisogno di te, anzi ti fornisce delle piste, magari ti usa. Così non resta che andare avanti, costi quel che costi, sapendo che non ci sarà mai abbastanza luce (bella la doppia scena degli abbaglianti), ma che non si può fare altrimenti.
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Corriere della Sera, 3 aprile 2009
Risi racconta (bene) la camorra anni '80
Sulla scia del nostro cinema civile alla Rosi, che è stato poi vampirizzato dalle piovre tv e affini, Marco Risi ora firma la bellissima biografia di Giancarlo Siani, reporter del Mattino ucciso da precario il 23 settembre 1985 dai boss della camorra. Un prequel di Gomorra, ma anche una storia «esemplare», la cronaca di una morte annunciata in cui ancora una volta si punta il dito contro la criminale connivenza tra malavita e politica. La ricostruzione di quell'Italia, e di quel simpatico giovane così «normale», è affidata al tempismo del regista che ritrova la sua vena migliore, intrecciando benissimo ieri e oggi (tutto molto attuale, non c'è dubbio), pubblico e privato, evitando ogni retorica e pietismo e soprattutto senza cadere nel peccato mortale estetico da fiction. Bravissimo Libero De Rienzo, determinato ex aequo spaventato: da premio subito.
VOTO: 8
Maurizio Porro
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