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Forse Dio è malato
di Franco Bogi Taviani
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Il Tempo, 8 marzo 2008
Quell'Africa dove soffrono soprattutto i bambini
Sembra che un prete, di fronte all'orrore inarrestabile che devasta di continuo, l'Africa nera, abbia detto "Forse Dio è malato". Una frase con cui Walter Veltroni ha intitolato quel suo bellissimo libro in cui riepilogava, con alti sentimenti civili, le sue reazioni in occasione di un suo recente viaggio in vari stati africani.
A quel viaggio e a quel libro, con lo stesso titolo, si rivolge adesso il film di oggi realizzato con impegni eguali da Franco Brogi Taviani, fratello di Paolo e di Vittorio e noto non solo come regista, in teatro in TV e al cinema, ma anche come autore di molti documentari apprezzati e premiati un po' dovunque.
Un viaggio, perciò, anche qui, sulle orme, ma con molta libertà, del libro di Veltroni. In due cifre, la disperazione e, solo accennata ma decisa, la speranza.
La disperazione, in certi paesi dell'Africa, sembra la nota dominante perché le statistiche, angosciando, dicono subito che, ad esempio, in Mozambico e in Angola, ci sono ancora venti milioni di mine, con le conseguenze che sappiamo; che in nove paesi l'aspettativa media di vita è scesa sotto i quarant'anni; che un bambino su sei muore prima di arrivare ai cinque anni e quando non muore di stenti muore in guerra perché, sottratto alla famiglia, certe bande, mettendogli in mano un fucile, l'hanno costretto a sparare spesso anche, contro i suoi, oppure rischia la vita perché, ad esempio in Angola, bastano alcune disgrazie in casa perché, con minacce letali, lo si accusi di portare il malocchio. Senza contare gli orfani di genitori morti di AIDS (quindici milioni) e quelli che vivono (e muoiono) in zone in cui la percentuale di individui denutriti supera il 35%...
Il film li incontra tutti, li fa parlare, li ascolta, li inquadra nelle loro cornici, rievoca (e ricostruisce con sapienza) i climi che li esprimono, le circostanze che li determinano. Con un linguaggio asciutto, senza né patetismi né retorica, tenendosi ai fatti, alla cronaca diretta e personale, ma anche a quella che ci suscita di fronte gli echi di un coro. Mentre appunto, su un altro versante, si accenna alle possibilità in cui si riesce a difendere la vita, a guarire, a ricostruire, a salvare. Con il soccorso di organizzazioni umanitarie, ma anche con la forza dei singoli, pronti a non accettare l'annientamento e la morte. Echeggiata, questa forza, da un commento musicale in cui ha spazi suggestivi la voce di una giovane cantante sudafricana, intenta a farci intendere che se in Africa l'obiettivo non è quello di essere felici ma di sopravvivere, l'imperativo per tutti è di raggiungerlo ad ogni costo. Altrimenti sarebbe peggio di una guerra persa.
Gian Luigi Rondi
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Corriere della Sera, 29 febbraio 2008
Africa, viaggio neorealista
Bisognerebbe rendere obbligatoria la visione della pellicola in tutte le scuole
Dimentichiamo Veltroni. In omaggio alla par condicio, cancelliamo dal resto di questo articolo il nome dell' autore del saggio Forse Dio è malato (Bur), frutto di un viaggio compiuto in Africa fra il febbraio e il marzo ' 99 e fonte d' ispirazione per l' omonimo film di Franco Brogi Taviani. Questa pellicola, la cui visione renderei obbligatoria per tutte le scuole di ogni ordine e grado, è una sintesi impressionista dei motivi e sentimenti che animano il libro: una scorribanda a rischio attraverso vari Paesi dell' Africa subsahariana. Scanditi da un' incalzante presenza musicale passano sullo schermo i gironi dell' inferno contemporaneo che brucia le schiere dei suoi dannati a poche ore di aereo da qui. Anche dove si svolge all' ombra di avveniristici grattacieli, laggiù la strage degli innocenti procede inesorabile. Chi ha la sfortuna di nascere da quelle parti è destinato a vivere, statisticamente parlando, la metà di noi. Infuriano la fame cronica, le epidemie di Aids e di altre malattie come diarrea, morbillo e malaria che altrove si curano e in Africa uccidono; le spietate guerre civili punteggiate di massacri, la criminalità ottusa e feroce, la violenza su donne e bambini. Ci sono minori rapiti dai militari, sodomizzati, tagliati a pezzi sotto gli occhi dei compagni se tentano di fuggire, armati e addestrati a uccidere. Ci sono gigantesche discariche in confronto alle quali la Napoli dei sacchetti di plastica è il paradiso terrestre, con migliaia di persone che frugano tra i rifiuti nutrendosi di ciò che trovano o facendone miserabile commercio. Permangono follie tribali come la superstizione che un bambino possa essere «fetichiero», cioè portare sventura alla famiglia, e allora spunta sempre uno zio pronto a farlo fuori. Alcuni animosi tentano la carta dell' espatrio clandestino, ma capita che muoiano congelati nei carrelli degli aerei: li chiamano i «martyrs d' Afrique». Il film è girato bene (il regista è un Taviani anche lui, come i fratelli maggiori Paolo e Vittorio) e scopre l' orgoglioso pedigree neorealista in una citazione del finale di Miracolo a Milano proiettato per l' incantata delizia dei bimbi di un villaggio. Per noi, che non possiamo non dirci desichiani, la sequenza va diritta al cuore, pur riconoscendo che gli straccioni di Zavattini, in volo sulle scope verso una vita migliore, cantavano «Ci basta una capanna...» senza neppure immaginare cosa sono le capanne del sottosviluppo. Immerse nel fango, non potrebbero certo bastare a nessun barbone nostrano. Forse Dio è malato è un colpo d' occhio concitato e a tratti confuso: infatti per non essere didascalico, trascura la definizione degli sfondi, lesina le informazioni e mescola i problemi. Ma l' importante è l' efficacia del messaggio nel suo insieme; e perciò mi pento di aver indicato questa pellicola come un film dell' obbligo perché il cinema per risultare attraente deve restare una libera scelta di carattere ludico. Però un' eccezione si può fare di fronte a una realtà che oggi molti ignorano, ma domani cascherà addosso a tutti. Arringando una delle comitive scolastiche che ha accompagnato in una serie di viaggi d' istruzione quand' era sindaco di Roma, l' «Innominato» autore del libro disse: «Bisogna creare un grande movimento di opinione, devono rendersi conto che l' Africa gli scoppierà fra le mani, la discarica di Maputo (nel Mozambico, quell' orrore che si vede all' inizio del film, nda) è una metafora del mondo... Ciascuno di noi prenda un pezzetto di Maputo e la faccia crescere». Mi torna in mente il sorriso irridente del giornalista che a «Porta a porta» ha lanciato al leader dei democratici di sinistra la domanda: «Ma lei non doveva andare in Africa?». Caro collega, vai a vederti Forse Dio è malato e ti accorgerai che su certe cose c' è ben poco da ridere. Prenditi anche tu un pezzo di Maputo e portatelo a casa.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 29 febbraio 2008
Occhi sbarrati sull'orrore africano
Missione impossibile. Tutte le piaghe dell'Africa in 90 minuti di fiction, documentario, canzoni. Un mix acrobatico fra diario di viaggio, musical, catalogo, esorcismo, discarica (lo scarto, il rifiuto, ciò che non vogliamo consumare né vedere, è il tema portante del film). Vedere per sapere, sapere per curare, o almeno non dimenticare. Telecamera in spalla, occhi sempre aperti sull'orrore, Franco Taviani e la sua troupe battono Angola, Uganda, Camerun, Senegal, Mozambico, Sudafrica; esplorano discariche immense e rifugi per madri sieropositive; incontrano bambini-soldato e altri vittime di abusi in famiglia; si chiedono, e ci costringono a chiederci, che diritto abbiamo di riprendere e poi di guardare quelle immagini. Un esercizio senza rete che avvince e sconcerta, ripugna e ipnotizza. Il filo conduttore sono le canzoni cantate da Siya Mazukeni. Il resto centrifuga incontri e momenti-choc, con qualche istante di grazia (come la proiezione di Miracolo a Milano) e una serie di temi che potrebbero nutrire almeno venti film. O venti diverse versioni di questo, che ha troppa fretta di trovare una forma e una direzione, ma resta addosso come un incubo da cui non riusciamo a uscire.
Fabio Ferzetti
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