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Follia
Folliadi David McKenzie
con Natasha Richardson, Ian McKellan, Marton Csokas, Gran Bretagna-Irlanda, 2005.

 
Avanti, 4 luglio 2007
Viaggio nei lati oscuri della psiche

La Stella protagonista di "Follia", il bestseller dello scrittore inglese Patrick McGrath (in originale "Asylum", pubblicato in Italia da Adelphi), è a metà strada tra la Madame Bovary di Flaubert e l'Hedda Gabler di Ibsen. Il ritratto di questa donna borghese e insoddisfatta nell'Inghilterra di fine anni Cinquanta lo si ritrova fedele, salvo piccole variazioni, nel film che lo scozzese David McKenzie ha tratto dal romanzo sulla base di una sceneggiatura di Patrick Marber (l'apprezzato autore dei copioni di "Closer" e "Diario di uno scandalo"). Trasferitasi con la famiglia nei pressi del manicomio criminale in cui il marito lavora come psichiatra, durante il ricevimento per il loro arrivo si lascia sedurre dall'aitante paziente Edgar Stark, scultore colpevole di uxoricidio per gelosia, sotto gli occhi sempre vigili del dottor Cleave, il medico che lo ha in cura (la voce narrante nella pagina scritta). È l'inizio di un'ossessione amorosa che porta l'infelice a essere complice della fuga dell'amante e a seguirlo in clandestinità nella suo nascondiglio londinese, finendo in un labirinto di passioni al limite della psicosi che la porterà a compiere un gesto definitivo. Il merito di questa storia con venature da thriller sta nella giusta combinazione tra la cronaca, fatta con una puntuale ricerca d'ambiente, tra immagini nitide e colori pastelli (vedi i luoghi dell'azione, dalla casa vittoriana dei due coniugi al manicomio al rifugio di Edgar), e l'analisi psicologica, nelle cifre di tormenti ora silenziosi e trattenuti, ora disperati e lacerati dalle furie. Sfoltendo di molto le 294 pagine del libro, McKenzie ha optato per uno svolgimento asciutto, fluido, snello, e per una resa oggettiva delle dinamiche tra i caratteri, evitando così tutti i rischi della letteratura. Con una regia generalmente attenta e felice nel precisare situazioni, stati d'animo, dettagli, oltre a un senso di fatalità raggiunto solo per intimi e segreti suggerimenti ancestrali, quasi biologici. Il viaggio nei lati più oscuri della psiche, non solo femminile, procede serrato senza pause narrative e si affida ai palpiti di personaggi schiavi d'amore anche a costo di dannarsi l'anima. Quella della protagonista è la storia di perdizione di una donna che abbandona le convenzioni e la rispettabilità borghese del "vorrei ma non posso" (la Swinging London doveva ancora arrivare), una discesa agli inferi volta a mostrare gli impulsi vitali e insieme autodistruttivi della sua lucida follia. Lo stato di follia, dunque, diventa un momento epifanico, rivelatore di una natura istintuale, al grado zero, radiografata qui da una sceneggiatura che, malgrado il distacco dell'oggettività, non scade mai nell'approssimazione e nel sensazionalismo: con l'intento di rappresentare le conseguenze nefaste di un amore romantico e idealizzato fino a giustificare anche il crimine. Un film compiuto e maturo, che si ricorderà per lo studio esemplare della psicologia femminile e che riscatta il suo regista dopo la prova non convincente di "Young Adam" (2003), inserendolo tra i nuovi autori più promettenti del cinema d'oltremanica. Interpretazioni perfette. Nei panni di Stella c'è Natasha Richardson, figlia di Vanessa Redgrave e del Tony maestro del "free cinema": un volto impenetrabile e ambiguo, ma con una ricchezza di sfumature che esprimono ogni vibrato dell'anima. Il dottor Cleave è Ian McKellen, sempre sottile, interiore, chiuso in sé stesso, con una recitazione nobile e lineare, il neozelandese Marton Csokas, invece, è Edgar, una figura massiccia e corposa, un viso segnato che concorre a tener acceso nell'azione un clima ansioso e drammatico, lacerante e doloroso.

Filippo Zavatti

 
La Repubblica, 22 giugno 2007

Il film con Natasha Richardson è tratto dal bestseller di Patrick McGrath

Grandi attori per raccontare una "Follia" molto privata

Grande qualità degli attori: da Natasha Richardson all'anima nera Ian McKellen. Bella sfida tradurre in film il romanzo di Patrick McGrath Asylum che da noi (Adelphi) s'intitola Follia. Nell'Inghilterra anni 50, a un passo dalla rivoluzione dei costumi che contagerà tutta Europa, un ambizioso psichiatra arriva con la moglie Stella e il piccolo Charlie a insediarsi come vicedirettore di un manicomio criminale diretto dal mefistofelico Cleave. La riparazione di una serra è affidata per buona condotta a Edgar, un artista che ha ammazzato la moglie per gelosia.

Del libro non si perde l'impatto scandaloso della passione che esplode tra la signora insoddisfatta e il recluso. Pericolo evidente, che ci tiene col fiato sospeso nel crescendo della loro imprudenza: lui è uno psicotico che può uccidere ancora, e sappiamo quanto il perdersi senza ritegno di lei, dimentica di doveri e convenzioni, possa costare caro. Evaso Edgar lei lo raggiunge nel suo rifugio. Danneggiato nella carriera e trasferito, dopo la scoperta degli amanti il marito riprende con sé Stella. Dopo la tragica riprova dell'indifferenza di lei a ciò che esula dal suo esclusivo sentimento, Stella fa ritorno all'istituto ma in veste di paziente.

Metamorfosi della Richardson da borghese sofisticata a bohémienne illuminata dall'amore ad automa spezzato dal dolore. Non una storia di malattia ma di amore estremo.

Paolo D’Agostini

 
Corriere della Sera, 15 giugno 2007
Natasha e l' amante pazzo Un viaggio oltre la psiche

Per un romanzo di autore contemporaneo trentanove edizioni in dieci anni sono un bel record, che Adelphi ha registrato con «Follia», il titolo scelto dal traduttore Matteo Codignola per l' originario «Asylum». Vale a dire manicomio, secondo la ripudiata espressione di epoca pre-basagliana; e proprio in un' istituzione del genere, diretta dal padre, visse da ragazzo l' autore, lo scozzese Patrick McGrath. Il quale gioca in casa evocando le miserie di un ambiente che nel film di David Mackenzie risultano prudentemente sfumate pur in un contesto labirintico e angoscioso datato 1959. Qualche attenuazione riguarda anche la protagonista Stella, che nel romanzo si fa un paio di amanti occasionali in più, ma nonostante questi e altri piccoli cambiamenti (vedi le modalità di un certo suicidio, sulla carta con le pasticche e sullo schermo con un salto nel vuoto) la sostanza rimane inalterata. Siamo alle prese con cinque personaggi dalla psiche periclitante, fra i quali il pazzo tecnicamente parlando è uno solo: Edgar, estroso pittoscultore che in un accesso di gelosia senza motivo ha ucciso e decapitato la moglie. Nell' «asylum» che lo ospita ormai da anni arriva la famigliola del dottor Max, con la bella consorte Stella e il figlio decenne Charlie. A completare il quintetto c' è il mellifluo narratore della vicenda, lo psichiatra Peter, che dall' alto dei suoi sessant' anni crede di potersi atteggiare a giudice degli eventi e angelo custode. Irresistibilmente attratta dal prestante uxoricida, che sta restaurando una serra nel giardino, Stella ne diventa l' amante e si spinge fino a favorire la sua evasione. Dopo di che, non sopportando di vivere accanto al frigido consorte, la donna raggiunge il fuggitivo nella sua tana londinese scegliendo una clandestinità di breve durata A questo punto il lettore (e lo spettatore) si chiedono dove sta veramente di casa la follia, ma gli incidenti che seguono dimostrano ampiamente che il diavolo si annida nel cervello di tutti i personaggi, salvo quel povero ragazzino la cui sorte è da compiangere. Preparatevi a vederne di belle (si fa per dire, alla fine si contano due morti e tre anime dannate) e a esplorare vari angoli reconditi della psiche. Ci sono film che nel gioco dell' oca della programmazione arrivano sulla casella sbagliata e devono saltare parecchi giri. E' successo a Centochiodi di Ermanno Olmi, un capolavoro tenuto mesi in freezer per l' ostilità del distributore; ed è successo di peggio a Follia, che arriva sui nostri schermi quasi cinque anni dopo la fine delle riprese pur essendo transitato onorevolmente alla Berlinale nel 2005. Speriamo che almeno una parte dei cinquecentomila acquirenti del libro abbiano la curiosità di vedere com' è diventato sullo schermo. Non ne saranno delusi anche se quella del regista Mackenzie risulta un pò la radiografia di un romanzo di 400 pagine dove le motivazioni e i sottotesti hanno ben altri respiri di spazio. Abbandonata l' idea di far raccontare la vicenda a Peter, lo sceneggiatore Patrick Marber ha scelto la strada di un' oggettività nitida e secca, con dialoghi all' osso e il massimo della fiducia nell' espressività degli interpreti. La parte bella se la ritaglia Natasha Richardson, che non avendo il fisico opimo e allettante del personaggio letterario si impegna nell' ingrato ruolo con una pregiudiziale asettica contraddetta da improvvisi assalti di sensualità e violenza. Le tiene testa con singolare prestigio fisico il neozelandese Marton Csokas, vibrante di pericolosità e chiuso nel suo mistero. Fondamentale è la presenza di Ian McKellen che nell' incarnare l' ambiguo dottor Peter gioca da fermo, come fanno alcuni grandi calciatori, e non sbaglia un tiro, riuscendo ad apparire secondo i casi rassicurante, impenetrabile e vulnerato.

Tullio Kezich

 
Il Tempo, 14 giugno 2007
Tra eros e mistero la «follia» di McKenzie

La storia di una follia amorosa. In una cornice insolita, un manicomio inglese attorno agli Anni Cinquanta. Tratta da un romanzo molto applaudito di Patrick McGrath, pubblicato anche in Italia da Adelphi con lo stesso titolo del film di oggi (in originale era "Asylum"). Lo ha riscritto per il cinema un regista scozzese di una certa fama, David McKenzie, che ne ha semplificato al massimo le implicazioni psicologiche, nel romanzo molto sottili, riuscendo però a ridarci, dell’intreccio, almeno l’essenziale, con snodi narrativi piuttosto attenti. Si comincia con l’arrivo in un manicomio della tranquilla famiglia di uno psichiatra, Max, accompagnato dalla moglie Stella e dal figlioletto Charlie. L’ambiente è cupo e Stella ne sarebbe presto oppressa se non si imbattesse in un certo Edgar, lì ricoverato perché per gelosia, ha ucciso la moglie. Gli cede quasi subito fino, dopo una sua fuga dal manicomio, a non esitare a raggiungerlo a Londra, in una casa dei bassifondi, dove presto, però, nonostante la passione che la divora, comincia a temere per la sua stessa sopravvivenza dato che l’altro, esattamente come aveva fatto con la moglie, non esita ad opprimerla con le stesse forme furiose di gelosia. La conclusione sarà tragica perché Stella, riportata a casa, non farà nulla per impedire la morte di Charlie in un incidente e finirà a sua volta nel manicomio, adesso come paziente, curata da un mefistofelico psichiatra che si è messo in testa di sposarlo (nel romanzo era la voce narrante). Incapace però di separarsi da Edgar, rintracciato e rinchiuso di nuovo nel manicomio, preferirà togliersi la vita (nel romanzo con due sedativi, nel film, più spettacolarmente, buttandosi da una finestra). Ridotto quasi all’osso, il racconto, giova ripeterlo, non ha modo di sviluppare fino in fondo tutti i sottintesi psicologici con cui Patrick McGrath, lo aveva abilmente costruito, disegnandone con rigore e vigore i personaggi centrali, ma non si può dare atto a David McKenzie di essere riuscito egualmente a svilupparlo in modo convincente: per lo scontro dei singoli caratteri, per la sveltezza delle evoluzioni cui sono sottoposti ed anche per certi climi, chiamati a sostenerli, carichi spesso di tensioni quasi vicine alla suspense. Con immagini buie che, spesso, riescono a coinvolgere. Il merito maggiore, comunque ce l’ha Natasha Richardson nelle vesti di Stella, passata dall’eleganza di una dama della buona società alla degradazione di una vita travolta dalla passione e, presto, dalla follia. Con splendido equilibrio. Il suo amante è il neozelandese Marton Csokas. Lo si ricorderà poliziotto in "Evilenko" di David Grieco.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011