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* Per leggere la trama clicca sulla Locandina

Fine pena mai
Fine pena maidi Davide Barletti, Lorenzo Conte
con Claudio Santamaria, Valentina Cervi, Daniele Pilli, Giorgio Careccia

 
L'Unità, 28 febbraio 2008
Mafia Finibus terrae alla conquista del Salento

Non vorremmo essere smentiti dai fatti ma, ad oggi, si può definire veloce, effimera e avventurosa l'ascesa a rango di "quarta mafia"della Sacra Corona Unita (SCU), che aveva preso piede tra grande Salento e la provincia barese negli ottanta. Ridimensionata dall'operazione di ripulitura del '92 (60 arresti) e dalla concomitante reintroduzione del carcere duro (il 41 bis): isolamento e 1 ora al mese di colloquio con i familiari.

Una detenzione scoraggiante (pure discutibile, volendo) che anni fa, in un famoso striscione allo stadio di Palermo, a Berlusconi premier si chiedeva di abolire "come promesso".

La SCU ha avuto così i suoi dieci, quindici anni di espansione, esplorando un territorio ancora vergine ma a suo modo ostico: la provincia leccese è fatta di 99 piccoli comuni dove facce nuove e movimenti strani saltano all'occhio, la comunità civile è orgogliosa e poco incline a piegarsi.

Nella Puglia della lunga tradizione democristiana (che guarda a destra) è stato questo, prima e dopo la nascita della Repubblica, l'avamposto di certe battaglie di rivendicazione sociale. A partire dagli scioperi dalle "tabacchine", le donne che lavoravano il tabacco.

Questo spiega come l'idea dei boss di diffondere e gestire il commercio della droga "a casa loro" (perchè farselo scippare dai calabresi o campani?), oltre a pizzo, rapine, ecc., dopo la prima gestazione e la fase conclamata ha iniziato a creare malcontento. E se la popolazione non ti è neutrale ma ti disprezza più o meno apertamente, come malavitoso hai la vita difficile. Adesso si guarda ai Balcani, dal Montenegro all'Alania.

La lunga premessa per inquadrare il momentum che si intuisce in Fine pena mai,ispirato alla parabola rovinosa di Antonio Perrone, boss un po' per caso della droga, affiliato alla SCU e dal '92 chiuso a scontare 49 anni di carcere. Fino all'anno scorso in isolamento. Dissociato ma mai collaboratore di giustizia.

Il suo libro ("Vista d'interni", pubblicato dal piccolo-grande editore locale Manni) ha ispirato il film di Davide Barletti e Lorenzo Conte, metà del collettivo Fluid Video Crew, che nel 2003 ha cacciato fuori dal cilindro una delle cose più interessanti degli ultimi anni, Italian Sud-Est, un viaggio grottesco, onirico, spirituale, a metà tra fiction e documentazione, a bordo delle ferrovie metropolitane che attraversano i paesini del Salento.

Stesse location – ma non si direbbe – per la storia di Antonio (Claudio Santamaria) che inizia nel '77, quando il giovane di estrazione piccolo borghese torna dal suo anno di università a Padova, una sorta di anno sabbatico.

Conosce Daniela (Valentina Cervi), una liceale di buona famiglia, la sposa, e trova la donna che lo comprende e sorregge nella sua scelta difficile, "libertaria".

Tra suggestioni di ribellismo di cui pure in provincia c'è una eco e la sua personale ambizione (fare soldi, lavorare poco, girare con la decappottabile rosso fuoco), diventa il terminale dello spaccio di droga "ricreativa": fumo, acidi, cocaina. Fosse stato legale, avrebbe aperto la sua "centrale del divertimento".

Voleva diventare il sacerdote dell'ozio. Si perde pure lui per le strade dell'eroina.

Anche la scelta di essere cane sciolto con il compare brindisino scricchiola. Alle porte premono i "campani". Alla fine si affilia alla SCU, in un rituale che mischia le regole malavitose con l'onomastica religiosa. S'inizia a fare sul serio, pure a sparare. I due cafoni tarantini, ciccioni e senza gusto, sono il simbolo dei tempi.

Come il Tony Montana di Scaface (film dell'83 che Antonio citava spesso), appena affiora debolezza o rimorsi etici, gli altri del branco sono pronti a sopraffarti.

Prodotto con contributi dell'Apulia Film Commission e da Amedeo Pagani - leccese d'adozione, una sorta di menhir (per restare in quei luoghi) del cinema indipendente - questo ibrido ha pregi e difetti di un'opera onesta.

Per la coppia di giovani registi (stavolta è vero, sono del '72 e '74) la sfida era sapersi confrontare con la narrazione cinematografica classica.

Sfiorano da lontano il genere gangster, amplificano il dramma personale e di coppia, schizzano l'affresco storico (seppur recente) puntando meno sulla filologia e più sul mood.

Il racconto, sceneggiato da Massimiliano e Pierpaolo Di Mino e Marco Saura, risulta scarnificato, quasi dissolto. Emerge quel lato oscuro di una terra oggi di moda che punta sul marketing del sole. Intendiamo una sorta di malinconico abbandono, l'indolenza e il fatalismo (croce e salvezza del meridione), quelle vergognose casette costruite sulla spiaggia in spregio a tutto e tutti e le "puteche" (ritrovi, bar, bische di paese) uguali nei secoli con qualche vecchio barista in fissa con Bruno Petrachi.

A un passo dal cedere a tentazioni folk (ma per la processione non si sono trattenuti), Barletti&Conte hanno interessanti trovate visive.

Mimesi dialettale per Claudio Santamaria, che se la gioca con un gruppo di attori locali (Ippolito Chiarello tra gli altri). Per lui nudo integrale di 5 secondi. Benvenuto nel club. Trattenuta, cerebrale Valentina Cervi, che ha un'aria un po' tirata e distante.

Uscirà a breve un doc-intervista sempre dei due autori a Daniela Perrone, vedova bianca di Antonio, preziosa nel ricostruire certi retroscena. Come quell'incontro intimo nella sala colloqui del carcere…

Pasquale Colizzi

 
La Repubblica, 29 febbraio 2008
"Fine pena mai", ascesa e caduta
di un piccolo boss pugliese

Dopo "Il dolce e l'amaro" di Porporati, un altro ritratto criminale visto "dall'interno": la resistibile ascesa, e la caduta, di Antonio Perrone, giovane salentino deciso a far proprio il mondo per una stagione. Adepto della vita spericolata, ma con moglie e figlio a carico, Tonio entra nel giro dello spaccio come capo di una piccola banda di coetanei. Quando le cose si complicano, accetta di affiliarsi alla Sacra Corona Unita, la mafia pugliese; troppo tardi si rende conto che i suoi nuovi complici sono gente brutale e spietata. Il tutto è raccontato dal carcere, dove Tonio sconta l'ergastolo.

Peccato che il ricorso a soluzioni stilistiche non banali (metti, l'entrata in scena del bambino riflesso in uno specchio), che sottrae il film alle ovvietà dello sceneggiato televisivo, si accompagni a stereotipi imbarazzanti (i "rallenti" nei momenti più drammatici). Poco ispirata la caratterizzazione di Valentina Cervi la quale, dapprima moglie in ambasce, si trasforma in una Bonnie a mano armata poi diventa una dark lady in peplo nero e parrucca alla Cleopatra. Invece Claudio Santamaria, che con i baffi pare un Modugno giovane dall'aria più impunita, ha la faccia giusta per Tonio.

Roberto Nepoti

 
Il Manifesto, 29 febbraio 2008
I tarantati della libertà Criminali sì, ma barocchi

Prodotto da Amedeo («Angelopoulos») Pagani, Fine pena mai - Paradiso perduto, diretto da metà «Fluid Video Crew», Davide Barletti e Lorenzo Conte, con Claudio Santamaria e Valentina Cervi, è un bel film d'amore malsano. Un «mistery dell'anima» secondo gli autori, capaci di passare dal fotoromanzo alla farsa alla folgorazione gestuale, in stile Bausch.
È tratto da una storia vera (l'ascesa e la caduta della Sacra Corona Unita, una «mafia postmoderna») e dall'impressionante diario di un detenuto a essa affiliato, in isolamento totale dal '95 (Vista d'Interni, pubblicato da Manni), riconfigurati da una complessa e emozionante macchina visuale e da un amore-odio hawksiano per i personaggi e il paesaggio (fotografato «in trance» da Alberto Iannuzzi) che animano una specie di tragedia greca, anzi di tragicommedia «dionisiaca».
All'inizio degli anni 80 un rampollo d'agiata borghesia che, come molti ricchi leccesi è abituato a vivere di rendita, sottoponendo i suoi consumi chic, di tanto in tanto, al brivido del gioco d'azzardo, lascia l'università no future e traduce lo slogan-ferrovecchio del 77 «vogliamo tutti tutto e subito» in un più berlusconiano: «possiamo avere tutto, almeno per noi soli». Invece del tavolo da poker dei vecchi zii, il ragazzo si apre al territorio, al crimine on the road: droga pesante, rapine, estorsioni, armi, usura e (ma non si vede) prostituzione. In 10 anni - il talento non è acqua- spalleggiato da un armadio brindisino davvero speciale (e da lui adorato), perfetta macchina leninista della violenza (non un secondo dopo, non un secondo prima) e tenendo sotto controllo l'ostilità palese-complicità incoscia della moglie, il terzetto - nonostante qualche incidente di percorso - scala il potere, mangiandosi sempre più Salento. Poi l'invadenza della camorra, della cupola brindisina Buccarella-Donatiello, degli albanesi, della polizia e della magistratura (in totale fuori campo, nel film) porteranno, dal maggio al novembre '95, tutti al Bobò. Condannato a 49 anni di carcere e al 41 bis, Antonio Perrone (Claudio Santamaria) ci racconta la sua storia in flashback, avventure, amori, la disco, le rapine, le auto, le amicizie perdute, l'eroina e le spaghettate fatali, gli assassinii cupi nelle cave di tufo...
Un Romanzo criminale riuscito, forse perché lo sguardo è più libero, l'atteggiamento meno giuridicamente corretto. Film senza orpelli, con commuovente grafica delle emozioni, due attori (Daniela, la pupa del bandito, che ha slittamenti progressivi verso la «zona scura» è una Valentina Cervi più inquietante del solito) che entrano in parte come Diabolik nella tuta nera, qualche scheggia lessicale impazzita (ma la cadenza leccese è maledettamente un po' messinese/catanese). Però, visto che nei decenni non un solo sindaco o assessore brindisino è mai sfuggito all'arresto per contrabbando «di bionde» (e ieri è stato arrestato il vice capo della polizia penitenziaria di Lecce per traffico di droga), l'assenza totale di legami tra cosca e istituzioni nuoce molto al film. A meno che non si voglia dire, in metafora, che l'eroina liberalizzò il mercato e favorì il duopolio, e la «Sacra corona unita» fu una specie di tv locale (identici alla P2 i rituali massonici annessi?) fatta crescere e poi morire quando ormai inutile (mentre n'drangheta e camorra...). Insomma la «soggettività desiderante» di Antonio fu stritolata da chi quel «voglio tutto e subito per me» seppe articolarlo meglio, attraverso un totale rispetto per la Sacra Famiglia Dominante.

Roberto Silvestri

 
Il Messaggero, 20 febbraio 2008
Ascesa e caduta di un boss diverso da tutti in un film imperfetto e ammaliante. Perché è la prima fiction di due membri dei Fluid Video Crew, gruppo di documentaristi (loro il geniale fanta-docu Italian Sud Est, girato come questo nel Salento più "invisibile"). Perché deriva dalla storia di Antonio Perrone, figlio di famiglia diventato criminale per delirio di potenza e gusto dello sballo, tutt'oggi detenuto in isolamento totale. E perché scardina i codici del noir all'italiana per tentare strade nuove zigzagando tra flash tardo-adolescenziali, paradossali quadretti famigliari e scorci strappati a un paesaggio in rapida mutazione. Da studente a consumatore di droga, da pusher a trafficante e membro della Sacra Corona Unita, la mafia pugliese, che in quegli anni bruciava tappe e vite umane a Sud del Sud. Il Tg alla fine ci ricorda che fu tutto vero. Ma gli autori, serviti da protagonisti efficacissimi (Santamaria, Cervi, l'inedito Pilli nei panni del braccio destro Gianfranco) e da non-attori molto ben diretti, corteggiano il grottesco, la follia, l'urlo strozzato della solitudine. Peccato che lo script lacunoso e confuso sciupi varie occasioni. Per capire tutto aspetteremo il documentario girato durante le riprese. Ma nel nostro cinema a modino un film così, grezzo e incerto come i suoi gangster di paese, vale la visita.

Fabio Ferzetti
© Sipario 2011