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Fast Food Nation
Fast food nationregia: Richard Linklater
con Patricia Arquette, Ethan Hawke, Greg Kinnear, Mitch Baker, Avril Lavigne

 
La Stampa, 20 luglio 2007
Sinfonia di personaggi
nel mega-mattatoio

Film denuncia nei confronti dell'industria del cibo veloce tra lavoratori clandestini e rischi sanitari. Ottimo cammeo di Bruce Willis

Siamo a Cody (Colorado), nella sperduta provincia americana. Sette personaggi (più altri minori) intrecciano le loro vicende in un contesto insolito: quello del mega-mattatoio che prepara le carni per una catena di hamburgerie chiamata Mickey's. Alcuni di questi personaggi sono stanziali, come il cowboy veterano Kris Kristofferson e l'inquieta camerierina Ashley Johnson con madre isterizzata (Patricia Arquette) e zio ex-sessantottino (Ethan Hawke). Altri, come gli sposi Wilder Walmerrana e Catalina Santino Moreno, arrivano clandestini dal Messico per tirar su qualche dollaro; e Greg Kinnear viene dal nord come ispettore della ditta. Incombe l'accusa che la lavorazione delle carni sarebbe esposta a contaminazioni fecali e lui deve far luce sulla faccenda.

Fast Food Nation nasce da un libro inchiesta di Eric Schlosser, che ha accettato di trasformarlo in un romanzo polifonico a quattro mani con il regista Richard Linklater. La struttura può far pensare ad Altman, però in un film di esplicita denuncia. Infatti l'ispettore accerta ben presto che le condizioni igieniche della fabbrica sono indecenti e pericolose, mentre c'è da inorridire per il trattamento schiavistico che riservano i padroni alla manovalanza d'oltre confine: uomini sfruttati al limite della fatica, donne prostituite e tutti esposti al rischio dei peggiori incidenti sul lavoro. L'unico che potrebbe intervenire è il funzionario della casa madre, che però tentenna e infine decide che è meglio seguire il consiglio di un ottavo personaggio, il mediatore Bruce Willis. In un memorabile cammeo il divo sintetizza le ciniche motivazioni di chi ha capito come vanno le cose e ritiene che bisogna arrendersi alla realtà.

Tutto il film, ovviamente, intende affermare il contrario e rappresenta un grido d'allarme nei confronti dell'industria del cibo veloce. Il risultato? Proteste da parte delle grandi catene di fast food. Niente premi dalla giuria di Cannes. Recensioni minimizzanti sui principali giornali francesi. E' doveroso aggiungere che il film, in uscita sui nostri schermi con oltre un anno di ritardo, meritava di più e merita tuttora di essere visto e meditato.

Alessandra Levantesi

 
L'Unità, 19 luglio 2007

Presentato in concorso a Cannes 2006 da Richard Linklater (in contemporanea al suo film di nuova animazione A Scanner Darkly), Fast Food Nation ha concentrato subito su di se l'attenzione di molti. Perché quando produce Jeremy Thomas con quel diavolo di Malcom McLaren, il padrino dei Sex Pistols, il risultato è corrosivo. Vedi il classico punk movie The Great Rock'n'Roll Swindle. Poi perché nell'Europa dei sapori autentici (ne siete ancora sicuri?) abbiamo la presunzione di bacchettare l' american way of life appena ce ne sia occasione. In questo caso, nonostante non siamo dalle parti di doc denuncia come Super Size Me né dello stile Michael Moore, il New York Times ha parlato del "film politico più significativo dopo Farehneit 9/11".
Fast Food Nation è tratto dal bestseller omonimo di Eric Schlosser del 2001 (qui anche sceneggiatore), considerato un tassello fondamentale nella biblioteca della controcultura contemporanea. Perché l' autore - un giornalista che da anni sforna saggi di denuncia su droga, industria del sesso, immigrazione illegale, lavori sottopagati, prossimamente sul sistema carcerario Usa – nella sua inchiesta aveva analizzato tutta la filiera dell'industria dei fast food. Elaborando un'analisi preoccupante ed esaustiva che accostava cifre e dati a storie vere. La tesi del film quindi – "Qui non è buoni contro cattivi. Si tratta di capire che è la macchina economica che controlla tutto il paese" – utilizza la fiction e un cast foltissimo per parlare di una questione enorme, che varca i confini statunitensi.
S'inizia dalla parte più antipatica del problema: Mickey's, una immaginaria corporation dei fast food. Signori seduti intorno ad un tavolo commentano dati, propongono nomi accattivanti, cercano di accaparrarsi sponsor che attirino bambini, comprano in laboratorio essenze da mischiare agli ingredienti. Fare tanti soldi (condivisibile o meno) resta il loro unico obiettivo. Ma sono lontani anni luce dal comprendere e controllare la filiera di produzione che rende corposi i loro dividendi. Finchè una ricerca indipendente non svela che l' hamburger nel loro panino di punta, il Big One, è fortemente contaminato. Di che? Di merda. Succede spessissimo nella realtà dei fatti. Loro spediscono in Nevada un executive, Don Henderson (Greg Kinnear), per indagare. L'azienda si rifornisce di carne dai macelli della zona, imprese potentissime che hanno espulso i vecchi contadini e detengono mall impressionanti, recinti estesi per ettari dove centinaia di migliaia di bovini da macellare hanno contaminato terreno e acque a forza di escrementi. E ci vivono dentro.
Ma l'industria prolifera anche grazie agli immigrati irregolari messicani (prelevati al confine da trafficanti americani) disposti a lavorare molto e senza lamentarsi. Anche quando le norme igieniche e di sicurezza sono sacrificate alla velocità del ciclo. Incidenti e mutilazioni sono all'ordine del giorno. Merda e morte, insomma. Poi viene la catena di fast food, che acquista carne a 80 cent al kilo, pratica prezzi bassi, impiega giovani (o meno) con stipendi da fame. Tutto il resto sono incassi che ingrosseranno i dividendi di quelli seduti intorno al tavolo della sede californiana. Mentre le nuove generazioni statunitensi sono state scalzate dagli scandinavi nella classifica dei più alti del mondo e sono al primo posto per obesità e fisico "a pera".Tantissimi gli attori che hanno partecipato al progetto con una piccola parte. Patricia Arquette è una ragazza madre esuberante, che mangia cibi surgelati ed è intimamente disillusa. La figlia Ashley Johnson, che fa la commessa da Mickey' s, trova il coraggio di lasciare quel lavoro e si unisce ad un gruppo di attivisti ambientalisti (con Avril Lavigne). La coscienza critica ha il volto accattivante del giovane zio Ethan Hawke. Poi c'è la sfortunata coppia di messicani Catalina Sandino Moreno e Bobby Cannavale. Tra gli altri due strepitosi cammeo: Bruce Willis, spregiudicato intermediatore che fa un apologo dell'"hamburger alla merda" e Kris Kristofferson, un ex allevatore strozzato dal gioco duro delle grandi aziende della macellazione a caccia di prezzi stracciati. Linklater è stato bravo ad orchestrare le storie parallele e dimostrare senza pedanti lezioncine quanto tutti siamo coinvolti in un ciclo che ignoriamo: le lobby della politica, gli sfruttatori del lavoro, quelli che ci vendono consapevolmente la spazzatura e si arricchiscono. L'anello debole, ca va sans dire, è il cittadino consumatore/lavoratore. E' come la storia che raccontava il regista Alberto Grifi sul fatto che "guardare la televisione fa aumentare il prezzo del pane", perché aumentiamo gli ascolti dei programmi che venderanno gli spazi pubblicitari a prezzi più alti ad aziende che spenderanno di più in pubblicità e caricheranno sui prezzi dei prodotti. Semplice! Se non boicottiamo quei prodotti usciti da catene produttive "indecenti", quelli diventeranno sempre più grossi imponendo i loro prodotti e la loro concezione del lavoro. E ci fregheranno sempre di più, in maniera esponenziale.

Pasquale Colizzi

 
L'Espresso, 27 luglio 2007
Veleni a catena

Un film anti hamburger. 'Fast Food Nation' è una docu-fiction sulla produzione di carne delle grandi catene alimentari americane. Che si disinteressano dell'igiene

C'è della merda nella carne, mi dicono, osserva il preoccupato il presidente della grande azienda proprietaria di una catena di fast food e dell'industria per la confezione di hamburger.

Nei confortevoli uffici della California del Sud grava la tensione. Un funzionario viene incaricato di indagare e la sua inchiesta svela di tutto: gli allevamenti di bovini che neppure possono muoversi nei recinti sovrappopolati, i mattatoi senza igiene, i luoghi di lavorazione infetti e sporchi, gli operai sfruttati, gli incidenti sul lavoro per l'eccesso di velocità della catena. Nella carne, macinata si trovano anche mosche e altri insetti. La denuncia è forte e un po' sleale. Si capisce che veder uccidere, squartare, disossare, dissanguare, fare a pezzi gli animali è comunque ripugnante.

'Fast Food Nation' di Richard Linklater, vibrante requisitoria anti-hamburger tratta dal best seller 2001 del giornalista Erich Schlosser (edizioni Net), analizza la malacarne americana con cui vengono confezionati gli hamburger distribuiti poi nel Paese e all'estero: cibo esemplarmente Usa, adorato da bambini e ragazzi. Il film, metafora dei peggiori meccanismi del capitalismo selvaggio, segue due linee. Una è il percorso degli immigrati clandestini del Messico, gente che viene portata oltre il confine ammucchiata in un furgone chiuso, sottopagata, sfruttata, ricattata. L'altra linea è l'allevamento, macellazione, lavorazione, confezione, diffusione degli animali divenuti hamburger. Non si tratta di un documentario, che sarebbe stato difficile realizzare, ma di una specie di docu-fiction: i fatti si svolgono in una cittadina inesistente chiamata Cody, la storia viene recitata da attori. Il genere è certo spurio, ma una cosa è sicura: chi vede 'Fast Food Nation' di hamburger non ne mangia più.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 5 agosto 2007
Orrori, silenzi e avidità dietro il mondo del fast food

Continua, fino a diventare un filone, la voga dei film americani contro i guasti, spesso terrificanti, di quella società. Dopo le arroventate polemiche di Michael Moore su politica e malsanità, dopo le accuse recenti di Al Gore sull’ecologia, "Una scomoda verità", ecco oggi questo film di Richard Linklater sui misfatti di certe industrie alimentari che pensano solo al profitto, planetario, trascurando qualsiasi attenzione alla salute dei consumatori. L’hamburger, per prima cosa, venduto ovunque, come "cibo veloce" (fast food) nelle varie tavole calde di una nazione che ne potrebbe fare quasi il proprio emblema (da cui il titolo). Lo mangiano soprattutto i proletari e anche, se hanno fretta, i piccoli borghesi, a costi molto bassi. Però nasconde una pecca grave. La carne di cui è ripieno deriva da una catena di montaggio così rapida (per guadagnare di più) che chi vi lavora non fa in tempo a svuotar bene gli intestini dei bovini, così, quando viene tritata vi restano in mezzo, mischiate, anche le feci degli animali, macellati spesso in modo orripilante. Un fatto grave che su cui viene a indagare un alto esponente di un’impresa che incassa soldi a palate smerciando su larga scala quei prodotti. Scopre presto la verità, ascoltando anche un biologo cui il problema non sembra grave perché tanto - dice - quella carne con escrementi sarà poi bollita... ma alla fine non ne farà nulla. Perché conta di più la prosperità della sua ditta (e il suo stipendio). In parallelo a questo, dato che c’era, il regista Linklater, rifacendosi a una documentazione polemicissima di Eric Schlosser, diventata quasi un best-seller, ha messo l’accento sui tanti lavoratori messicani, spesso clandestini, che operano, in condizioni più che disagiate, in quell’industria e su un gruppo di bravi studenti che, anche per protestare contro l’inquinamento provocato lì dallo smaltimento indiscriminato dei rifiuti, tentano un colpo di mano, purtroppo solo velleitario e senza esito. Anche se, in mezzo a loro, una ragazza, impiegata in quell’impresa, troverà modo di ribellarsi. Forse le vicende parallele non si svolgono sempre in modo adeguato tra le pieghe di quella centrale, ma il rigore con cui sono state analizzate e la forza, asciutta ma anche spietata, con cui via via sono proposte, le portano sempre con giusta logica in primo piano: raddoppiando l’impatto, narrativo, e visivo, di quelle ferme prese di posizione. Vi partecipano, al centro, interpreti quali Greg Kinner, l’ispettore, e Bruce Willis, il biologo. Si incontrano anche, non proprio di sfondo, Patricia Arquette, Kris Kristofferson e Ethan Hawke. In qualità di presenze solidali.

Gian Luigi Rondi

 
Coriere della Sera, 20 luglio 2007
In «Fast Food Nation» la denuncia su un' immaginaria catena Mickey' s

Usa, l' inchiesta (insabbiata) sugli hamburger sospetti

Ogni volta che a tavola gli offrivano la mortadella, il grande critico Pietro Bianchi la respingeva: «Quella in pancia mia non entra perché so come la fanno». Chissà cosa direbbe Pietrino se potesse vedere Fast Food Nation, dove sulla base di un libro-inchiesta di Eric Schlosser il regista Richard Linklater segue passo passo la confezione degli hamburger dell' immaginaria catena Mickey' s. Ho letto che alcune catene non immaginarie hanno vivamente protestato contro l' ipotesi che nelle polpette, per inadeguate cautele igieniche, potrebbe infilarsi la cacca. Questo, almeno, si vede nel film, dove di fronte alla disgustosa scoperta i personaggi reagiscono ciascuno a suo modo. In un geniale cammeo, Bruce Willis invita cinicamente ad accettare la realtà così com' è: «Tutti noi dobbiamo abituarci a mangiare un po' di merda». Inutile, però, correre ai ripari: «Decine di migliaia di persone muoiono annualmente negli incidenti stradali e non si sospende per questo la fabbricazione delle auto». Greg Kinnear, uomo del marketing di Mickey' s inviato a Cody (Colorado) per investigare nel locale mattatoio, pur avendo scoperto pratiche abominevoli, decide per motivi carrieristici di fingere che tutto vada bene. La ragazza Ashley Johnson, sobillata dallo zio Ethan Hawke ex sessantottino, partecipa al vano tentativo di bloccare il traffico facendo evadere 100mila vacche, ma gli animali evidentemente privi di sufficiente maturità politica non escono dal recinto. Il vecchio cowboy Kris Kristofferson si limita a versare le abituali lacrime sul crepuscolo della Frontiera logorata dalle fabbriche e dagli insediamenti speculativi. Però le vere vittime vanno cercate fra la manovalanza messicana clandestina, esposta ai disagi e ai rischi della lavorazione della carne, agli abusi sessuali dei «caporali» per ciò che riguarda Catalina Sandino Moreno e all' invalidità per suo marito Wilmer Valderrama. Spuntano altri personaggi (spicca Patricia Arquette, madre scombinata di Ashley) in un contesto di varie vicende intrecciate sul modello degli affreschi di Robert Altman. Scrivendo il copione a quattro mani con l' autore dell' inchiesta originaria, Linklater ha deciso infatti di articolare in forma romanzesca la materia del libro. Ha fatto la cosa giusta? Le opinioni in proposito possono variare, ma nell' insieme Fast Food Nation è tenuto in pugno dal regista con una certa autorità e riesce a delineare un quadro d' ambiente interessante e inquietante. E allora come accade che arriva sui nostri schermi in piena estate e un anno buono dopo la presentazione a Cannes? Evito l' ingenuità di chiedermi il perché dal festival il film non ha ottenuto il minimo riconoscimento. Le giurie sono quello che sono e andrebbero abolite. Però mi ha stupito, a suo tempo, l' accoglienza unanimemente negativa di giornali in genere sensibili alle tematiche politiche e sociali come le Monde, le Nouvel Observateur e L' Express. Possibile che non abbiano colto l' occasione per sottolineare, anche senza prendere per buona al cento per cento la denuncia del film, l' importanza del discorso che Linklater e Schlosser hanno messo (proprio letteralmente) sul piatto? Osservando fenomeni come questo nasce inevitabilmente un sospetto: nelle alte sfere non alligna per caso un Grande Occhiuto che individuati i film in collusione con interessi troppo grossi frena e orienta la stampa e i media? Bando alla paranoia, torniamo a Fast Food Nation. Non bisogna generalizzare, certo, liberi tutti di credere e sperare che ci siano in giro offerte di ristorazione rapida più affidabili di quelle di Mickey' s. Ma non mi stupirei di sentire qualcuno, ancora sull' effetto del film, aggiornare la presa di distanza di Pietrino dalla mortadella: «In pancia mia gli hamburger non entrano perché adesso so come li fanno».


Tullio Kezich

© Sipario 2011