Per Zubin Mehta da trentaquattro anni Firenze è una delle seconde
patrie, forse la più importante. Adesso che lui ne compie settanta,
il 69° “Maggio Fiorentino” lo ha festeggiato non solo
con un concerto, accoppiato a quello inaugurale diretto da Daniele Gatti,
ma anche con l’unico spettacolo d’opera rimasto in piedi
dopo i tagli ministeriali forsennati: un Falstaff con due punte emergenti,
Ruggero Raimondi come sir John e Luca Ronconi regista. Doveva esser festa
e festa è stata. Questo Verdi estremo, anomalo e sorprendente, è al
tempo stesso opera “da protagonista” e “da direttore”.
Raimondi, pur eccedendo un po’ in volume di voce nel primo quadro,
ha giocato il resto da par suo.
Da Mehta ci si aspettava una lettura più scavata; non ha fatto mancare
qua e là splendide cattiverie, molto ben assecondato dalla brillante orchestra
del “Maggio”. A contrasto, certe sfumature hanno rischiato di esser
troppo evanescenti; il delizioso movimento d’armonia che avvolge i rintocchi
della mezzanotte vorrebbe più chiarezza e meno flou. Lo strepitoso professionismo
della bacchetta di Mehta ha fatto sembrar tutto naturale.
In quel tutto avevamo Barbara Frittoli un’Alice lussuosa, Laura Polverelli
una solida Meg, Elena Zilio una Quickly di lungo corso (ma perché mai
ha cantato “mezzamela” invece di “mezzanotte”?), Mariola
Cantarero un’Annetta aurorale, Danill Shtoda un Fenton fresco anche se
non incantato, Manuel Lanza un Ford sostanzioso; per la coppia grottesca Pandolfo-Pistola,
Gianluca Floris e l’inossidabile Luigi Roni, con Carlo Bosi per il dottor
Cajus.
Pretesto ronconiano non molto credibile per un ennesimo spostamento d’epoca,
il far risaltar meglio le differenze sociali; nei costumi di Carlo Maria Diappi,
le donne in chiffon anni Trenta-Quaranta (ma Hartnell, sarto della regina, aveva
ben altro gusto), sir John da bullo di borgata e così via. Nella scenografia
di Margherita Palli sorprendente la trasformazione dell’osteria in bosco.
Alfredo Mandelli