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Factory Girl
di George Hickenlooper
con Sienna Miller, Guy Pearce
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Corriere della Sera, 23 novembre 2007
Una «lezioncina» su Andy Warhol
Due Truman Capote, quindi due Andy Warhol. Dopo David Bowie in Basquiat, il bravo Guy Pearce si mimetizza nel trucco del santone della cultura pop gay newyorkese '60. Per narrare ancora una volta, senza sentimento né verità alcuna, solo con manierismi, il cinismo della sua sfera affettiva di cui resta vittima la ragazza bene Edie Sedgwick, astro della «factory», sua confidente, amica di un rockettaro che sembra Bob Dylan ma non si dice: finisce vittima di overdose di droga ma anche di finta vita. Tutto quello che avreste voluto sapere sul mondo radical chic scandaloso del re dell'arte omologata Campbell & Marilyn lo sapete già e il bio-film di George Hickenlooper ripete la lezioncina, citando la Audrey da Tiffany, senza dar giudizi, sfogliando l'album mondano della Grande Mela ma senza alcuna fiamma. Sienna Miller si danna l'anima dilapidando fortune, Christensen ci fa sentire il suono della chitarra.
VOTO: 4,5
Maurizio Porro
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Il Manifesto, 23 novembre 2007
Edie Sedgwick, la star di Warhol per 15 minuti
Prodotto dell'aristocrazia wasp del Massachusetts (suo nonno era un giudice importante) che, dalla californiana Santa Barbara, passando per Cambridge, approdò alla scena party-artistica newyorkese dei primi anni 60, Edie Sedgwick era ricca, elegante, irresponsabile e straordinariamente iconica.
Non ci volle molto perché questa poor little rich girl, in pelliccia di leopardo, eyeliner e minigonne vertiginose attirasse l'attenzione di Andy Warhol che, nel 1965, ne fece la sua compagna inseparabile e la sua «superstar». Corpo/volto chiave della filmografia warholiana (tra gli altri, Vinyl, Kitchen, Beauty 2, Poor Little Rich Girl...), indecifrabile presenza capace di bucare quei suoi fotogrammi così «impassibili», Sedgwick esemplificò, allo stesso tempo, la celebrazione e la tragica ironia dei «quindici minuti di fama». Morì infatti a soli 28 anni, di overdose, dimenticata da tutti e in California. Ma la sua rapidissima parabola di «it» girl ha generato un grosso culto. Edie: American Girl, di Jean Stein e George Plimpton è solo uno dei molti libri scritti su di lei. Nel 1972, David Weisman e John Palmer le dedicarono un film strano e tristissimo, un «prima e dopo», pieno di spezzoni documentari, Ciao Manhattan. Difficile capire perché abbia voluto fare lo stesso George Hickenlooper (The Big Brass Ring, The Mayor of Sunset Strip). Al di là del suo look patinato da Vogue d'epoca, Factory Girl è infatti un oggetto paternalistico nei confronti di Sedgwick (interpretata da Sienna Miller) e offensivo in quelli di Warhol (Guy Pierce). Come lo sarebbe nei confronti di Bob Dylan (si dice che avesse scritto per Edie Like a Rolling Stone e Leopard-Skin Pill-Box Hat) se questi non avesse minacciato di far causa qualora fosse stato usato il suo nome (il nome non compare, ma Factory Girl include un «musicista» anonimo, che ha le sembianze di Hayden Christensen).
Più di tutto, però, Factory Girl è un ritratto d'epoca totalmente disinteressato allo zeitgeist di quegli anni, sia dal punto di vista dell'arte che del semplice costume - I Shot Andy Warhol di Mary Herron, ma anche I Am Not There, di Todd Haynes, che sfiora la Factory solo per un istante, sono film molto più in sync con la New York di quel momento. Nella visione di Hickenlooper, il rapporto tra Warhol e Sedgwick è banalmente spiegato come l'attrazione da amore/odio di un piccolo borghese di provincia molto brutto per un purosangue dell'elite made in New England. In nome del moralismo dei nostri tempi, Sedgwick, in tutto il suo glamour (per la cui sublime, perfetta, vuotezza Hickenlooper non he il minimo di fascinazione) è più che altro una vittima della superficialità della sua classe sociale, del sadismo di Warhol e del disinteresse del fantomatico «musicista», che le spezza il cuore e così facendo la spinge sempre di più verso la droga. La ragione di vedere il film si restringe dunque all'interpretazione di Sienna Miller, che «attacca» il personaggio con le unghie e con i denti - forse anche perché pure lei è considerate più che altro un'icona di stile. Anche se non ha la voce di Sedgwick e la sua naturalezza upper class, Miller dà al personaggio una vulnerabilità e un'empatia che trascendono questo inutile pasticcio.
Giulia D'Agnolo Vallan
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La Repubblica, 23 novembre 2007
"Factory girl", parabola
sulla vita di Edie Sedgwick
La breve parabola di Edie Sedgwick, musa della Factory di Andy Warhol, che l'artista trasformò in un pezzo d'arte pop vivente, usò (a suo modo) amò ma finì per distruggere. Tale è, almeno, la tesi di Factory Girl; film, in un certo senso, diviso in due. Da una parte vi si ricostruisce la biografia della povera ragazza ricca, morta per overdose a 28 anni, scavando alle radici del suo dolore (le molestie infantili da parte del padre) e dando ad alcune scene l'(ormai immancabile) aspetto semidocumentario: fotografia in bianco e nero, "trattamento" della pellicola, false interviste ecc.
Nella ricostruzione più o meno attendibile, la vicenda passa attraverso tutta la serie dei luoghi obbligati, dall'ascesa di Edie come superstar dell'underground al suo amore infelice per un divo del rock, dall'abuso di "speed" e droghe assortire al tradimento del pigmalione Warhol, caricaturale nella sua gay-attitude ed eletto a "cattivo" di questa favola nera. Dall'altra parte, è evidente la fascinazione per la New York dei Sixities. Periodo che il film indica esplicitamente come antesignano dell'attuale società delle apparenze e della celebrità: senza essere sfiorato dal sospetto che questo non sia poi un gran merito.
Roberto Nepoti
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L'Unità, 23 novembre 2007
Artisti-drogati-superstar l'ennesimo spettacolino
Guardando Factory Girl, la biografia di Edie Sedgwick, forse la ragazza preferita da Andy Warhol tra quelle che passarono effimere nel suo studio-salotto, ci si chiede perché non scatta mai il feeling con i personaggi. Il suggerimento involontario arriva dal regista, George Hickenlooper, che decide di chiudere la pellicola con una serie di foto. Il film in fondo non evolve mai dalla forma di servizio fotografico patinato, con attori mascherati per l'ennesimo spettacolino di artisti-drogati-superstar senza un minimo di verità o di scavo psicologico. In fondo non è colpa né di Sienna Miller, che si spende nella parte della "povera ragazza ricca" (dal film omonimo della Factory), arrivata a New York nel '64 e subito rifulge di fascino istintivo e un look copiatissino. Ma si autodistrugge usando male l'eroina fino alla morte per overdose di barbiturici nel '71, a 28 anni. Se il film è freddo non è colpa nemmeno di Guy Pearce, che di Andy Warhol da una versione forse troppo affettata ma pur sempre fedele alla figura pubblica: un artista quasi lobotomizzato, barricato dietro gli occhiali da sole, che ha mille idee e decine di persone che gli ronzano intorno. Lui utilizza loro, loro cercano in lui una scorciatoia per i soldi, celebrità, qualche party esclusivo o per semplice curiosità. Nei suoi sessanta, quando lo incrocia questa storia, aveva dichiarato di abbandonare la pittura (ma non lo fece) per fare solo cinema, sperimentando riprese pressocchè statiche di situazioni inusuali: il volto un giovanotto masturbato, l'Empire State Building per 8 ore consecutive, gente che dorme o si bacia, trans che armeggiano con banane. Una delle prime donne (a parte i trans) protagoniste delle sue pellicole sarà appunto Edie.
Il racconto inizia quando Edie è già tornata a Santa Barbara dalla famiglia e tenta di curarsi in una clinica. E' il '70, un anno prima della morte. Ridisegna la sua parabola, da quando lasciò la scuola d'arte per New York, l'incontro con Warhol, sinceramente affascinato dalla ragazza, le prime foto per Vogue e altre riviste di moda, i film della Factory, droghe come se piovesse e party. Di Edie scopriamo per esempio che fu in una clinica psichiatrica già da bambina e che il padre abusava di lei. Il film ha avuto dei problemi negli Usa perché lo sceneggiatore (Captain Mauzner) ha calcato la mano su una presunta relazione tra Edie e Bob Dylan: il cantautore ha intentato vie legali e quello interpretato da Hayden Christensen è stato sfumato nella figura del "noto musicista". In più è stata tirata su una specie di querelle tra Warhol, descritto come la sanguisuga di Edie (non la pagava per i film, che in fondo non fruttavano quasi niente) e lo stesso Dylan, che invece voleva svegliare la ragazza e farle riprendere in mano la sua vita. Conoscendo quanto amava l'effimero, pure nelle relazioni, Warhol finisce per rivolgersi ad altro (scopre Nico, inizia l'avventura dei Velvet Undergound) mentre Dylan, nonostante le promesse a Edie, sposa Sara Lownds. Tradita da entrambi, la modella sarebbe scivolata sempre più in basso. Questa la versione della pellicola.
Il racconto inizia quando Edie è già tornata a Santa Barbara dalla famiglia e tenta di curarsi in una clinica. E' il '70, un anno prima della morte. Ridisegna la sua parabola, da quando lasciò la scuola d'arte per New York, l'incontro con Warhol, sinceramente affascinato dalla ragazza, le prime foto per Vogue e altre riviste di moda, i film della Factory, droghe come se piovesse e party. Di Edie scopriamo per esempio che fu in una clinica psichiatrica già da bambina e che il padre abusava di lei. Il film ha avuto dei problemi negli Usa perché lo sceneggiatore (Captain Mauzner) ha calcato la mano su una presunta relazione tra Edie e Bob Dylan: il cantautore ha intentato vie legali e quello interpretato da Hayden Christensen è stato sfumato nella figura del "noto musicista". In più è stata tirata su una specie di querelle tra Warhol, descritto come la sanguisuga di Edie (non la pagava per i film, che in fondo non fruttavano quasi niente) e lo stesso Dylan, che invece voleva svegliare la ragazza e farle riprendere in mano la sua vita. Conoscendo quanto amava l'effimero, pure nelle relazioni, Warhol finisce per rivolgersi ad altro (scopre Nico, inizia l'avventura dei Velvet Undergound) mentre Dylan, nonostante le promesse a Edie, sposa Sara Lownds. Tradita da entrambi, la modella sarebbe scivolata sempre più in basso. Questa la versione della pellicola.
Pasquale Colizzi
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Il Giornale, 23 novembre 2007
Brava Sienna Miller, cupa ereditiera alla corte del "divo" Andy Warhol
Bella ereditiera (Sienna Miller) brucia la giovane vita alla corte di Andy Warhol (Guy Pearce). Ecco Factory Girl di George Hickenlooper, dove le miserie - incesto col padre, connivente la madre; morte del fratello; ricovero in manicomio, tossicomania - di una ragazza ricca sono narrate come grandezze di un martirio. Wahrol è già stato personaggio marginale d'altri film: di quello su Truman Capote, che l'ammirò, e di quello su Valerie Solanas, che gli sparò. Factory Girl è su Edie Sedgwick, che ne morì. All'epoca l'ereditiera era legata a Bob Dylan (indicato genericamente come un cantautore e interpretato da Hayden Christensen). Nonostante la professionalità della Miller (più nuda di quanto si offrano di solito le attrici americane) e Pearce, le storie di persone nate con tutto e morte con niente sono fra le meno coinvolgenti.
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