Estro del poeta
(L')
di Eugene O'Neill
Corriere Lombardo, 24 ottobre
1958
Gli altri morti illustri generalmente si accontentano di lasciarne
una, tanto per non farsi dimenticare appena calati nella fossa. Di
Eugene O’Neill, accidenti, ci è già toccato recensire
tre commedie postume, e altre se ne promettono. Deve averne lasciate
in eredità un armadio pieno. Nemmeno defunto, egli ha voluto
smentire la sua fecondità di poligrafo incontinente. Ai tempi
della Germania Guglielmina, quando i tedeschi non avevano ancora
scoperto la loro vera vocazione, quella cioè delle camere
a gas e dei fori crematori, s’erano riconosciuti nella idea
del kolossal. È un concetto che, nel caso di O’Neill,
andrebbe rispolverato. Col crescere, col salire e poi col declinare
della sua attività e della sua fama, l’enorme, l’eccessivo,
il massiccio, lo smisurato non hanno fatto che gonfiarsi e tendersi
fino a scoppiare. Pazienza – anzi, sotto un certo punto di
vista merito – se questa ipertrofia incontrollata si esaurisse
nel puro e semplice fatto quantitativo. Buon per lui che ebbe lena
di scriversi addosso copioni su copioni. Il guaio è che essa
finì con l’investire anche qualitativamente ogni singola
commedia. Tutto tende a diventare elefantiaco, indiscreto, magniloquente,
melodrammatico e barocco, il primitivo nucleo intimo dell’ispirazione
come l’estensione della scrittura, la psicologia dei personaggi
come i loro conflitti drammatici. Vittima di un formidabile, starei
per dire, mostruoso istinto del teatro, come forse nessun’altro
commediografo degli ultimi trent’anni, finì col manifestarsi
tutto esteriormente senza badare se il materiale delle mastodontiche
architetture che andava elevando fosse di marmo o di cartapesta collocandosi,
alla resa dei conti, come un confusionario Andreiev, una sorta di
intellettualistico Sardou, riveduto ed aggiornato modernamente.
E tuttavia, ad essere giusti, egli rimane pur sempre la chiave di volta di tutto
il teatro americano contemporaneo. Il rivoltoso impianto dei personaggi, le aperture
ideali, una certa problematica morale dedotta dalla condizione sociale, l’ossessione
psicosessuale di infatuazione freudiana, impulso irresistibile alle confessioni
spalancate; la predilezione della rivoluzione tecnica, scambiata per espressione
poetica, la truculenta realistica nutrita di tempestosità romantica, gli
stessi immancabili fiumi di alcol che scorrono fra le sponde dei copioni americani
hanno origine da lui; dall’impostazione che dette alla scena del suo paese
innestandola nel vivo di una società e di un costume e contribuendo, bene
o male, alla formazione di una cultura indigena inesistente mercé i detriti
del suo dilettantistico e indiscriminato quanto commovente e rispettabile culturalismo
europeo raffazzonato.
È toccato ieri sera a L’estro del poeta, quattro rumorosi
atti, offerti al pubblico dell’Odeon in un’esecuzione eccellente,
dominata dall’aulico stile di Renzo Ricci. E ancora una volta, anche qui,
come al solito, in mezzo alla sterpaglia di un linguaggio fume, che scappa da
tutte le parti, sempre sopra le righe e dove cento parole approssimative fanno
le veci dell’unica parola indispensabile; alla fine, un’autentica
e sofferta pena, scaturita dall’intima e angosciata biografia dell’uomo,
riscatta la bancarotta dello scrittore; e riesce, attraverso la propria convulsa
eloquenza umana, a raggiungere ed a commuovere l’animo dello spettatore.
Campeggia, nella commedia, a rischio di turbarne le proporzioni e compromettendone
l’armonia, col suo interminabile vaniloquio, un personaggio evidentemente
dedotto dall’esperienza familiare dello scrittore. Cornelius Melody è un
irlandese inadottabile trapiantato nell’America del primo Ottocento col
suo angusto puritanesimo fra yankee superbiosi e sprezzanti. Combattono nel suo
animo i residui di una lontana origine avventuriera e plebea in un recente passato
di aristocratica rispettabilità ed, a suo modo, di eroismo (fu anche in
Europa con le truppe inglesi e si fece onore nelle guerre napoleoniche).
Ora è proprietario di una bettola a Boston ed annega nell’alcol
le ferite dell’orgoglio, affidando a lunghe cavalcate a dorso di una bianca
cavalla simbolica il segno di una dignità che nessuno prende sul serio.
Inutile, ozioso, fanfarone, insolente ed arrogante, lascia la moglie Nora, una
donna mite, semplice, innamorata e priva d’amor proprio; ed alla figlia
Sara che tiene a metà dell’uno e metà dell’altra, continuamente
oscillante fra impennate di superbia e ripiegamenti meschini, le cure umilianti
dell’andamento familiare assediato dai debiti. Egli si è rifugiato
nel mito di un altro sé stesso, un Cornelius maggiore di Sua Maestà britannica,
decorato da Wellington sul campo di battaglia, seduttore di donne a vista, duellante,
gentiluomo, irto di tutte le presunzioni e le guasconi spacconate proprie della
sua natura irlandese: Il mio avvenire è il passato, egli confessa
in un momento di sincerità. L’urto continuo, assillante, spietato,
umiliante è con la figlia. Essa non gli risparmia né rampogne né disprezzo:
pronta, però, ad ogni cedimento del genitore per il quale nutre un misto
di ammirazione disgusto, a ribellarsi e a passare dalla sua parte.
Da tale ambivalenza di sentimenti: amore e odio fra figlia e padre, nasce l’altalena
delle situazioni. Sara è innamorata di un giovane – nobile, ricco
e poeta non si sa perché. Contro le nozze si mettono i genitori di lui.
Basta questo per mandare in bestia Cornelius, persuaso che non sua figlia sia
indegna di loro – è sua figlia e tanto basta a rendere onorato qualsiasi
l’avvicini – ma loro indegni di sua figlia. Di fronte all’offesa
del rifiuto, ubriaco fradicio, decide di andare a sfidare il padre del giovanotto;
mentre, per conto suo, Sara mette l’innamorato di fronte all’irreparabile
obbligo di sposarla andandoci a letto assieme. La spedizione di Cornelius si
risolve disastrosamente. Lo fanno deridere, bastonare a sangue e gettare sul
lastrico dei servi. È il crollo, la fine di una commedia recitata consapevolmente
per non cedere alla disperazione. Cornelius abbatte con una rivoltellata la sua
emblematica cavalla e accetta la sua condizione di miserabile e di paria in una
nuova società in formazione che non è la sua e alla quale si riconosce
vinto: esce cioè al suo mito e si immerge nella propria degradazione come
in un suicidio.
Il personaggio ha una sua sconclusionata e patetica magniloquenza lampeggiante
di luci e di ombre marcatissime. Ma la nota originale e sofferta del copione
va cercata nella crudeltà del rapporto tra padre e figlia: nella vergogna
che sanguina e geme sotto gli atteggiamenti arroganti del primo; nella spietata
perfidia della seconda accanita e sadica nel ferirlo. Qualcuno ha inteso vedere
nel dramma il conflitto di due mondi inconciliabili: una società nuova,
democratica e collettivistica, fondata sul lavoro e sul danaro, che sorge; e
una società vecchia, abbarbicata ad individualismo aristocratico che declina.
Io, no.
Successo vivo – però con strane macchie di perplesso riserbo nella
platea – decretato alla regia intensa, meditata e realisticamente violenta
di Virginio Puecher, ottimamente aiutato dalla solida architettura scenica di
Luciano Damiani e dai costumi di Enzo Frigerio; alla teatralissima interpretazione
di Renzo Ricci che cercò nel falso di un pittoresco quanto deliberato
gigionismo, un’impossibile verità; all’umana e semplice sincerità di
Lina Volonghi, alla raccolta e misteriosa ambiguità di Eva Magni, all’impegno
ed alla serietà di Bianca Toccafondi n una parte quanto mai ardua; a Pisu,
a Roveri, a Ermelli, al Spesca, a Cataneo ed a Viziano. Di tagli ne sono stati
apportati molti al copione; qualcun’altro supplementare non farebbe che
giovare. |