Estate e fumo
di Tennessee Williams
regia Giorgio Strehler
scene di Gianni Ratto
costumi di
Colciaghi
musiche di Fiorenzo Carpi
con Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Marina Dolfin, la Graziosi, il Battistella, il Moretti, il Fanfani, il Pierfederici, la Angeleri, la Oletta, il Bertini, la Roveri, il Marchi
Corriere Lombardo, 18 ottobre 1950
Guarda un po’ dove eravamo destinati ad incontrare di nuovo, dopo tanto tempo, il venerando contrasto fra spirito e materia. In un copione, abbondantemente fornito di varie presunzioni, dal celebrato autore di Zoo di vetro e del Tram che si chiama desiderio.
I protagonisti dell’allegoria cominciano subito coi conflitti, fin dall’età dei dieci anni. E non potrebbe essere altrimenti, considerato che la smorfiosetta si chiama Alma e si fa subito premura di ricordarci che Alma, in spagnuolo, vuol dire Amma. Il moccioso si chiama soltanto Gianni, ma in compenso, le tira i capelli e le lancia addosso delle bombette scacciacani. Ma c’è di più. Come capita, i due crescono; e Gianni, che è figlio di un dottore, prende la via della medicina (col vantaggio, in seguito, davanti ad una tavola anatomica del corpo umano, di poter pronunciare una battuta della originalità e della novità della seguente: “in questa macchina di carne e di nervi non ho mai trovato l’anima”) ed Alma che è figlia di un pastore evangelico, si mette a far da curato all’autore dei suoi giorni. Si tratta di nuove facce e inaspettate complicazioni del diabolico conflitto che, a questo punto, potrebbe compiacersi di assumere i termini di scienza e religione, materialismo e spiritualismo e simili voluttuarie concettosità. In realtà, il Gianni si accontenta di pizzicare e portare a letto tutte le ragazze che gli captano a tiro di polpastrello, e l’Alma si limita a declamare i salmi all’oratorio e a cantare romanze del bianco fiore ai battesimi e agli sposalizi. Ma sempre con l’amore che li divora.
Dài oggi, dài domani, voi sapete come queste cose vanno a finire. Il giovanotto esagera legandosi di sensuale servitù con certa Rosa la messicana, figlia di un biscazziere del quale mi sfugge il nome, e che, nei momenti di intimità, suole morsicarlo in varie parti del corpo (Rosa, non il biscazziere), e la verginella passa francamente i limiti giungendo a dichiarare più volte e con serietà di sentirsi: “come un fiore di loto su una laguna cinese”. Così. Raffinatezze della anima. La temperatura del conflitto in queste strette, può essere misurata da una frase del copione: “Lei ha paura del corpo di lui, e lui ha paura dell’anima di lei”. Chiaro.
Senonché – potenza di un avverbio! – senonché, dopo alcune esperienze di cronaca nera, durante le quali il biscazziere deposita un paio di revolverate nella gabbia toracica del babbo di Gianni, convocato d’urgenza dalla vergine puritana per evitare all’amato di far più oltre lo sporcaccione, assistiamo a qualche cosa di molto simile a ciò che, in elettrotecnica, mi pare si chiami un’inversione di fase. Oh, non accade che Gianni diventa “spirituale” ed Alma si trasforma in una femmina dai sensi arroventati? Ma sì. Fatalità dell’eterno conflitto. Nemmeno ora, per le ragioni contrarie di prima i due possono mettersi d’accordo. Lui finisce on l’ammogliarsi con una fanciulla qualunque; e lei comincia a dedicarsi all’adescamento dei viaggiatori di passaggio, ai giardini pubblici. E su questa nuova forza del destino cade definitivamente il sipario.
La gratuicità, la convenzionalità, e l’equivocità della commedia, si svelano a raccontarla. Ma, preso nel suo complesso, bisogna anche riconoscere che il copione, percorso com’è da una assidua, anche se non corrisposta, voglia di poesia, e architettato con ingegno formale e furberia spettacolare, può, fino a un certo punto, contrabbandare legittimamente qualche originalità. Nella mediocrità del suo contenuto, esso non è privo di trasparenze pateticamente e sommessamente umoristiche specialmente nel modellare il personaggio di Alma, una figuretta da Esercito della salvezza tremebonda e nevrotica sotto sotto ossessionata dal sesso, dal parlare pretenziosetto e dal puritanesimo gentilmente disarmato, e almeno fino al momento di trasformarsi in una vergine folle, graziosa come un vestitino di pizzo di Sangallo inamidato. E, ammettiamo pure, che nonostante la cura e l’esattezza del traduttore, Gerardo Guerrieri, qualche cosa del piccolo profumo particolare che mi par di annusare nel testo possa essere andato perduto.
Indubbiamente del buon successo della serata l’autore ha da essere grato al Piccolo Teatro in generale e a Giorgio Strehler e Lilla Brignone in particolare; l’uno ha realizzato, forse, la sua miglior regia e l’altra ha offerto, certo, la sua più bella interpretazione. Solo chi ha letto la commedia può valutare tutta la misura del loro apporto. Il primo, attenuando opportunamente le ovvie pensierosità e gli scontati pseudo simbolismi del copione, ha applicato una acuta intelligenza e una sottilissima sensibilità nello sviluppare, armonizzare e articolare ogni proposta e suggestione di pudore umano e di malinconico umorismo offerta dal testo. La seconda è stata stupenda per l’interiorità conquistata, e raggiunta, battuta per battuta, con una deserta semplicità e un dimesso riserbo propri della grande arte nuda e pura. Gianni Santuccio le è stato degno antagonista per la franca, immediata e ricca varietà dei mutamenti psicologici; e Marina Dolfin, adorabilmente schietta, ha confermato tutte le promesse che si ripongono in lei. Degli altri non ce n’è stato uno inferiore all’alto livello dello spettacolo: la Graziosi, il Battistella, il Moretti, il Fanfani, il Pierfederici, la Angeleri, la Oletta, il Bertini, tutti, compresi la Roveri e il Marchi due sorprendenti ragazzi. Fiorenzo Carpi ha dotato la rappresentazione di musiche arcanamente suggestive, la Colciaghi ha disegnato costumi molto belli e Gianni Ratto ha immaginato una scenografia genialmente allusiva sospesa fra realtà e fantasia che ha contribuito non poco a conferire ai personaggi la sorte di pellegrini senza meta lungo le strade del tempo. |