Erodiàs all’Ara Pacis
Nella
spettacolare cornice del Museo dell’Ara Pacis si è conclusa
la seconda edizione della manifestazione “Musei d’Estate. Quando
l’arte diventa spettacolo”, promossa dall’Assessorato alle
Politiche Culturali del Comune di Roma in collaborazione con Zètema Progetto
Cultura. In programma l’evento conclusivo gratuito: Erodiàs nella
riduzione e interpretazione dell’affezionato Sandro Lombardi, testo già rappresentato
lo scorso maggio in un luogo parimenti suggestivo come il cortile del Museo Nazionale
del Bargello di Firenze in occasione del Maggio Fiorentino. Lombardi, dopo i
consensi riportati con Edipus, Cleopatràs, Due Lai e L’Ambleto che
gli sono valsi altrettanti Premi Ubu come miglior interprete maschile, ritorna
al teatro di Testori con un assolo dedicato a Eriodade.
Erodias è il pannello centrale dell trittico I tre lai che
l’autore dedica a tre figure femminili dell’antichità: Cleopatra,
Erodiade e la Madonna.
Scritti durante l’ultima parte della malattia e pubblicati postumi, questi
tre compianti, quasi un testamento poetico, si presentano come tre conversazioni
con la morte che ognuna delle eroine affronta a proprio modo. Ed è un
lamento di morte che dà avvio al dramma interpretato nella finzione scenica
da un attore che recita, in un qualche sperduto paesino brianzolo, la figura
biblica. In realtà Erodiade, china su una immaginaria testa mozzata di
Giovanni Battista, piange d’amore, ricordando gli eventi trascorsi attraverso
la cruda carnalità del linguaggio scenico di Testori, una sapiente commistione
di dialetto lombardo e italiano.
Testori, con le sue evoluzioni artistiche e lessicali, è autore che costringe
l’attore a tirar fuori tutto di sé. Ed è proprio questo che
fa Lombardi in questo monolgo farcito sapidamente qua e e là dallo stesso
Lombardi, si lascia penetrare dal fiume di parole finendo così per possederle
dall’interno. Troppe volte però l’interprete, uscendo dal
personaggio, sente l’esigenza di evidenziare e chiarire alcuni passaggi.
Qualche interruzione di meno avrebbe maggiormente giovato alla godibilità della
serata.
Il monumento alla pace augustea come sfondo ideale obbliga e giustifica l’assenza
di scene e costumi. L’attore, in un rigoroso abito nero, si concede soltanto
il vezzo di un paio di sandali che lasciano scoperti i piedi.
Complice della magia della serata, una torrenziale e tanto attesa pioggia che
si abbatteva sulle vetrate disegnate da Meier, a tratti illuminate a giorno da
improvvisi fulmini a sottolineare i momenti drammaturgici più alti.
Alle note del lamento di Didone, When I am laid in Earth, tratto da Didone
e Enea di Henry Purcell il compito di introdurre ed avvolgere lo spettatore
nell’attesa, mentre l’audio di un graffiante Vasco Rossi accompagnava
sottofondo i calorosi applausi del pubblico a questo paradossale inno alla vita
segnata dal dolore e dal male.
Cosimo Manicone