I due Abbado seducono Pesaro con «Ermione»
PESARO - Rossini espressionista? È un' iperbole,
naturalmente. Ma non v' è dubbio che Ermione, il
titolo inaugurale del Rossini Opera Festival di Pesaro
sia, non che pagina molto sui generis del catalogo serio
dell' autore, lavoro tra i più moderni dell' epoca,
volto a una direzione che si sarebbe rivelata oltre il
Romanticismo. Solo 11 i numeri musicali, in nessuno dei
quali le sezioni strofiche, con la tipica cantabilità geometrica
del pesarese, abbiano il sopravvento sulla ragnatela di
scene, recitativi e inserti dialogici che della partitura
costituisce il cuore. In più, ecco una vocalità il
cui belcantismo è tutto finalizzato a un senso del
tragico mai così ossessivo nelle opere del sommo:
se non è belcanto come espressione d' isteria, poco
ci manca. Di qui le scarse comprensione e fortuna di Ermione.
Di qui però anche l' alto interesse per la nuova
messinscena pesarese, la prima che si approntasse in Italia
da oltre 15 anni (a Pesaro, Napoli e Roma i soli precedenti).
Produzione importante, di livello. In primis, per la qualità rilevante
della concertazione di Roberto Abbado a capo dell' orchestra
del Comunale di Bologna. È bravissimo, Abbado. Mai
una scelta dei tempi che non sia logica in relazione ai
contenuti musicali, mai un colore che sia troppo o troppo
poco, mai i cantanti a disagio senza che ciò significhi
lavorare a loro servizio. È persino troppo bravo.
Se manca una cosa è il guizzo, quel momento di sana
follia che rende il tutto meno esatto ma con più senso
della prospettiva. Tecnica, controllo, personalità da
interprete di razza, in ogni caso. Il pizzico di follia
lo mette il cugino Daniele Abbado, però. Cura la
messinscena disegnando un impianto scenico austero, rigoroso:
un sopra e un sotto con gli epiri dominatori in tenute
militari anni Venti-Trenta ed eleganti pepli e i dominati
frigi come straccioni senza età. Recitazione austera
a sua volta, niente melodramma e molta astrazione, spesso
le mani immobili lungo i fianchi. Nei due finali, v' è però una
processione di maschere, di esseri fauneschi, di un' umanità sgangherata
che fa molto Berlino anni Venti (ecco l' iperbole espressionista).
Molti dubbi, ma ci sta. Lo spettacolo è invero inattaccabile.
Cast importante. Sonia Ganassi è un po' rigida sulla
scena e uniforme nella vocalità, ma i passi impervi
della parte d' Ermione li supera con facilità. Bene
Marianna Pizzolato (Andromaca) e il redivivo Gregory Kunde
(Pirro), pur con fatica nel finale. Eccellente inoltre
il contributo di Antonino Siragusa (Oreste) e Nicola Ulivieri,
pur sacrificato nella parte di Fenicio. Molto fragile invece
il Pilade di Ferdinand von Bothmer. Adriatic Arena al completo.
Applausi per tutti. Ieri L' equivoco stravagante, stasera
Maometto II.
Enrico Girardi