Erano tutti
figli miei
di Arthur Miller
Radiocorriere, 1961
E’ da preferirsi una commedia utile a una commedia bella,
una commedia bene intenzionata a una commedia ben riuscita? Questo,
in parole povere, il problema critico, che, su un piano indiscutibilmente
elevato di alta rispettabilità, si pone nel caso di
Arthur Miller, indubbiamente, a nostro avviso, il maggior autore
americano vivente ad onta d’una relativamente scarsa produzione.
La parte di testimone del tempo e del costume e giudice della realtà e
della società non è né facile né comoda nemmeno in
America; e tanto meno per un ebreo; si ha un bel dire, certi pregiudizi persistono
anche là dove sembrano superati. Ne seppe, del resto, qualche cosa al
tempo della caccia delle streghe del senatore Mac Carthy di famigerato ricordo.
Si vide allora la tempra dell’uomo. La sua risposta la dette dal palcoscenico
con Il crogiuolo: un coraggioso atto di denuncia, una chiamata di correo
proprio in una storia, medioevale ma, non per questo meno attuale, di caccia
alle streghe. Soltanto da simili posizioni di responsabilità e di rischio
può nascere un teatro moderno. È, in fondo, ancora e sempre, l’esempio
del vecchio Ibsen il quale rispondeva a cannonate dalla ribalta ai suoi denigratori;
soltanto, nel caso suo, le risposte erano capolavori. A questo proposito c’è stato
un critico americano il quale, con un semplicismo non destituito da un fondo
di verità, volle dimostrare una diretta derivazione da Ibsen sia di Miller
sia del suo emulo Tennessee Williams: il secondo seguendo il filone psicolgistico
e torbido di Edda Gabler, il primo quello civile e poemico di Un nemico del
popolo, nel senso, cioè di restaurare la responsabilità individuale
contro il determinismo, crepi l’avarizia, diciamo la fatalità delle
forze sociali; motivo, questo, sul quale insistette il repertorio americano nel
decennio fra il trenta e il quaranta, dopo di che tirò, come si dice,
i remi in barca un po’ per prudente opportunismo, considerata l’aria
che tirava; un po’ per il naturale esaurimento insito nel difetto d’origine
di una corrente che era quella di contaminare e, in qualche caso, confondere
il teatro con l’inchiesta giornalistica, insidia a cui i soli a sottrarsi
furono appunto i due “intellettuali”: Miller e Williams. Sia come
sia, Miller ci è caro forse soltanto perché, alla resa dei conti,
vede e giudica l’America con gli occhiali della cultura europea. Da un
secolo a questa parte, il teatro, il teatro europeo non ha fatto che raccontarci
dei fallimenti.
Ebbene, tutte le commedie dell’autore di Morte di un commesso viaggiatore,
non una eccettuata, sono storie di fallimenti dell’individuo nell’ambito
più vasto della crisi d’una società a cominciare proprio
dalla prima: Erano tutti miei figli (1947), in programma, questa settimana
alla Televisione. I profittatori di guerra, vecchio argomento sempre attuale
e sempre scottante che abbiamo visto infinite volte salire in palcoscenico.
L’industriale Joe Keller ha due grosse colpe sulla coscienza, non sono
ancora dei rimorsi, ma sono delle inquietanti angosce morali che lo faranno inevitabilmente
crollare: una ventina di giovani aviatori precipitati a causa di una sua fornitura
all’esercito statunitense di aeroplani dai motori imperfetti; e la condanna,
al processo che ne è seguito, del proprio socio come responsabile della
criminosa speculazione di cui solo lui fu colpevole. Cose che accadono in ogni
guerra, in ogni paese e in ogni esercito. Dei due suoi figli, uno è scomparso
in combattimento e sua madre, la signora Keller, non vuole, non può ammettere
che sia morto. Essa vive nella dolce, testarda, assurda persuasione che debba
tornare, un giorno. Per questo, si oppone, in ogni modo a che l’altro figlio
rimastole, lo schietto, fiducioso e generoso Chris il quale respira nella stima
e nell’ammirazione del proprio padre, sposi Annie che, del fratello scomparso, è stata
la fidanzata. Nemmeno a farlo apposta – sono cose che accadono più frequentemente
nelle commedie che nella vita – Annie è figlia dell’ex socio
condannato. Essa ha un fratello. Parlando col padre in carcere, egli è venuto
a conoscere come stanno veramente le cose e cioè che il vero colpevole è Keller.
E, adesso, si decide a chiedere spiegazione.
Ed ecco, via via, in quella ricca famiglia apparentemente serena, col passato
ormai passato, si insinua un generale malessere, una non ben definita inquietudine.
Le decisioni più semplici e ferme, si spuntano di fronte all’evanescenza
delle ragioni degli altri, quelle confessate e quelle inconfessabili, quelle
coscienti e quelle inconsapevoli. Ma la spiegazione non può essere più oltre
procrastinata. E spiegazione vuol dir resa dei conti. Keller deve mettere le
carte in tavola e confessare la verità. Si capisce ora, se ne è resa
conto da tempo la madre, e per questo non poteva ammettere la morte del figlio,
che la responsabilità di quell’uomo non si limita ai venti ragazzi
morti ma si estende a tutti gli altri soldati periti nella guerra. La conferma
viene dai morti attraverso la conoscenza che il disperso si era suicidato avendo
saputo della colpa paterna. Un suicidio per disperazione, in funzione di protesta.
La commedia esprime una verità ovvia ed austera nei moduli di un’abile
e fin troppo ben congegnata teatralità. Essa tempera però una meditata
retorica, alla quale è, forse, di troppo il suicidio di Keller, con un
quadro di quotidiana realtà familiare, un bisogno di unione, di solidarietà,
di rispetto, che rende semplice, veritiero e commovente il motivo patetico della
paternità che ogni uomo è tenuto ad estendere dai propri figli
a tutti i giovani che combattono; e mentre smussa apparentemente i termini di
una polemica, anzi di una requisitoria, ne rende più persuasiva e grave
la condanna. L’umanità continua a trascinare lungo il proprio itinerario
il simbolico cadavere nella stiva di ibseniana memoria. Ed è giusto e
bene non perdere occasione di ricordarcelo. |