EQUUS
di Peter Shaffer
al Teatro dell’Arte
regia di Marco Sciaccaluga
impianto scenico di John Napier
effetti sonori di Marc Wilkinson
con Eros Pagni, Giovanni Crippa, Miriam Crotti, Edda Di Benedetto, Gino Pernice, Bianca Galvan, Massimo Sancillotto, Luciana Lanzarotti
LA NOTTE 03/03/76
Probabilmente qualche spettatore dalla memoria buona, ricorda ancora un’esplicita nonché dichiarata, ma, con ciò, non meno felice e piacevole farsa: Black comedy, di un giovanotto inglese, Peter Shaffer, messo in scena anni fa, con Giancarlo Giannini, quando non era ancora un divo della celluloide, da Franco Zeffirelli e rappresentata a Milano, al teatro dell’Arte, lo stesso dove, ieri sera, portatovi dallo Stabile di Genova, è stato offerto al pubblico Equus del medesimo autore, naturalmente – il tempo non passa invano – con più anni e maggiori ambizioni, anche se con minore chiarezza; sufficiente, però, e non è escluso proprio a causa di ciò, a realizzare un’opera abbastanza interessante, seppur nell’ambito di una sorta di “giallo”psicopatologico.
È onesto, tuttavia, anche riconoscergli subito un merito, trattandosi di una nevrosi, anzi, per esser più precisi, della cura e, in un certo senso, della guarigione di una nevrosi, pare veramente e atrocemente vissute nella realtà, e sboccata in un atto di inconcepibile sadismo animale, da un adolescente: il merito d’aver fatto di tutto per tenersi alla larga dal puro e semplice, orroroso caso clinico, tentando di trasferirlo sul piano dell’apologo, della parabola, dell’allegoria ideale, come meglio vi piace, impresa non dico disperata, certo molto ma molto ardua, dato il tipo dell’avvenimento.
Talvolta, ci hanno insegnato al liceo, per evitare di sbattere contro lo scoglio di Scilla si finisce per naufragare nel gorgo di Cariddi; e il Cariddi, in codesto caso, è la fumosità della polivalenza simbolica, scarsamente persuasiva, appiccicata ad un fatto che, nella crudezza della sua malata crudeltà, non era il più adatto a manifestarla, almeno nel senso trascendentemente superiore escogitato dall’autore. Mancherebbe altro che, per esprimere la propria fuga dal banale quotidiano, affermare il proprio anelito alla libertà, soddisfare il proprio bisogno di fantasia, se non, per giunta, realizzare il proprio tendere a una primigenia purezza, fosse necessario cavar gli occhi ai cavalli, dei quali si è innamorati! Ti so dire se non si amassero! Certo è, bisogna riconoscerlo, che tale morbosa sofisticazione, se non convince il pubblico, a suo modo lo affascina e lo abbindola circa una pretesa originale veracità e nobiltà del copione.
Considerata la fedeltà al fatto di partenza così come realmente accade, la esclusiva chiave psicoanalitica sarebbe risultata indubbiamente la più adatta e accessibile al caso; e non è che l’autore non la maneggi, ma, ahimè, piuttosto maldestramente, ad orecchio e alla larga; quando, impugnatole, occorreva andare sino in fondo con coraggio, lucidità e convinzione, e, se possibile, competenza, senza tenere i piedi in più staffe che è come non tenerli in nessuna.
Ma veniamo un po’ al dunque. In sostanza cosa è accaduto e cosa accade? Al direttore di una clinica psichiatrica per ragazzi, il tribunale consegna un diciassettenne per essere curato. Fanatico dei cavali sui quali unicamente riversa il suo interesse anomalo. Di essi, egli ha fatto un mito. Li vede come altrettante divinità verso le quali nutre un sentimento di autentico amore adorante. Una notte, improvvisamente, con un punteruolo, ne acceca sei, uno dopo l’altro, che aveva in custodia e, nascostamente cavalcava, di notte, nudo come mamma lo partorì.
Le ragioni? Chiuso, scorbutico, caparbio, negativista, bugiardo, aggressivo, carpirne la confidenza, per avviare un trattamento, è un problema. Nemmeno approfondendo la sua situazione familiare, abbastanza indicativa, interrogando i genitori, il professore approda a qualche cosa. Risulta – e ciò dovrebbe dire abbastanza – un attaccamento alla madre, permissiva e vittimista, che gli ha imbottito la testa di bibbia, e una corrispondente avversione al padre severo e prepotente socialista ateo. Insomma, un palese complesso di Edipo intorno al quale si gira, piuttosto a vuoto, per introdurre altri temi cavillosi e devianti.
Quando il ragazzo, finalmente, si scioglie senza più mentire e s’abbandona alla rievocazione dell’avvenimento – niente affatto sepolto nell’inconscio, anzi consapevolissimo – che dovrebbe risultare catartica, vien fuori che, la sera fatale, sconvolto dopo aver scoperto il proprio genitore in un cinema di films pornografici, nella scuderia “sentita” come il tempio dei suoi dei, trascinato da una ragazza, tenta di possederla, non ci riesce; viene colto da impotenza causata da un paralizzante senso di colpa e di vergogna verso i suoi idoli. Per traslato: il grande tradimento di essersi sacrilegamente contaminato con la volgare realtà. E allora, acceca tutti i cavalli offesi e traditi che, senza vedere, hanno “visto”.
Essendosi, fra paziente e curante istituito un reciproco transfert vagamente ambiguo, tutto si conclude con delle malinconiche considerazioni del secondo, per suo conto, scontento della propria squallida esistenza, il cui succo è il seguente: guarendoti dalla tua nevrosi, ti trascino giù dal libero, sognante, misterioso ed esaltante cielo della fantasia, ti tolgo la tua beatificante diversità, per restituirti alla realtà banale della normalità; che è freudismo, sì, ma piuttosto mal collocato.
In senso psicanalitico stretto, coerente e credibile, tenendo conto di ciò che, ormai, nessuno ignora, vale a dire che l’accecamento è il simbolo inequivocabile della castrazione, il gesto del ragazzo non può significare, previa sublimazione in un impulso ambivalente di amore-odio, altro che la privazione della virilità del proprio padre, identificato nel cavallo; e, se volete, per estensione, del Padreterno inculcatogli dalla infatuazione biblica della madre. C’è, questo, nella commedia? Diciamo che traluce, senza, con ciò, evitare di contraddire e dissolversi per voler mettere troppa carne al fuoco.
Esecuzione di prim’ordine e successo caloroso ad uno spettacolo ascoltato con tesa attenzione; che – dall’impianto scenico funzionalissimo (un ring su una pedana rotonda girevole, abbracciata, nel fondo, da una gradinata di spettatori), di John Napier, agli angosciati effetti sonori di Marc Wilkinson, a quelli mimici di Angelo Corti; alla lucida, calibrata e puntuale regia di Marco Sciaccaluga, adattatosi, inoltre, a sostituire efficacemente un attore ammalatosi all’ultimo momento; nonché coautore dell’acuta ed elegante traduzione di Paola Ojetti – è l’esatto equivalente dell’edizione inglese, condizione sine qua non imposta dall’autore per la concessione della rappresentazione in Italia.
Eros Pagni, il professore, ha offerto un’ulteriore degna prova della sua intelligenza, originalità e valore, portando nella maggior evidenza possibile il tedio del proprio segreto fallimento d’uomo – la propria contronevrosi – mettendo a frutto la inconfondibile facoltà di scansione discorsiva, spruzzata di seria ironia, che lo contraddistingue.
Il giovanissimo Giovanni Crippa che, con lui sostiene quasi tutto il peso della rappresentazione ha rivelato doti di non comune maturità tenendo il suo difficile personaggio sul filo di una fragilità irritata, sospettosa, graffiante e sarcastica. Degli altri non si può dire altro che bene: la brava ed umana Miriam Crotti, Edda Di Benedetto, Gino Pernice, Bianca Galvan, Massimo Sancillotto e Luciana Lanzarotti.
Nulla di più innocente e pulito, una volta tanto necessario, dei cinque minuti di nudo totale dei due ragazzi, per il quale tanto inchiostro s’è versato. |