EPITAFFIO PER GEORGE DILLON
di John Osborne e Anthony Creighton
al Piccolo Teatro
regia di Fulvio Tolusso
scene di Carlo Tommasi
con Renato De Carmine, Alida Valli, Ottavio Fanfani, Lina Volonghi
LA NOTTE 03/12/66
Ecco, tutto considerato, uno spettacolo inutile; che avrebbe avuto un senso e un fine se rappresentato a suo tempo. Le curiose sfasature del nostro teatro! Una commedia, protervamente bella, di John Osborne: “Ricorda con rabbia”, manifesto e motore di una rivolta, esplosa, come una bomba nel pacifico trantran della scena inglese, rappresentata otto anni fa dall’ardimento di una privata compagnia giovanile, guidata da Giancarlo Sbragia, viene snobbata dalla critica e accolta con malumore dal pubblico. Un’altra commedia, prudentemente mediocre, dello stesso autore; Epitaffio per Gorge Dillon, scritta in precedenza, a quattro mani – con Anthony Creighton – rappresentata oggi, coi crismi di un Teatro Stabile, quando, sull’incendio che la prima fece divampare, è già stata gettata molta acqua, conosce le acclamazioni della platea, come, quale in effetti è, un qualsiasi normale copione di consumo, adatto a una qualsiasi modesta compagnia di giro. Episodio significativo, che ce la conta lunga sull’aggiornamento, sulla consapevolezza e sul coraggio di quelli che dovrebbero essere la finalità e l’orgoglio – e non sono – dei nostri superbi Teatri Stabili e del più superbo di loro in testa. Ma evidentemente il loro destino è perdere tutte le occasioni, non compromettersi mai e arrivare sempre con dieci anni di ritardo. Che gusto c’è a scoprire e a concedere l’imprimatur agli arrabbiati quando gli arrabbiati hanno già fatto la pace?
Acclamato, vezzeggiato, riconosciuto un caposcuola, giunto sui palcoscenici ufficiali, arricchito; ora che la rabbia e la rivolta sono, e gli sono, diventate una formula a successo e un genere a quattrini, l’anarchico Osborne, vive nei grandi alberghi, fa il bagno tutti i giorni, si taglia la barba ogni mattina, beve ettolitri del miglior whisky, si fa un fottio di belle donne e le unghie le mostra soltanto alla critica che lo rimprovera di non usarle più come prima. E, ieri sera, è arrivato al Piccolo Teatro. Perfetta coerenza.
A forza di commedie tradotte, di storie tradotte, di discorsi tradotti, di citazioni critiche tradotte, di traduzioni “tradotte”, di recitazioni, di regie, di scenografie tradotte, ormai delle famiglie, dei costumi, delle abitudini inglesi e americani lo spettatore italiano sa tutto; potrebbe dirvi di che marca è il water nel quale, quelli là, fanno i loro bisogni. Ciò di cui non sa, non saprà e non si vuole che sappia mai niente è delle famiglie, dei costumi e delle abitudini italiani. Da noi, non esistono problemi, ideologie, conflitti altro che tradotti. Poco manca che, tornando a casa da teatro, non si faccia anche l’amore tradotto.
Ammessa questa artificiosa identificazione, poi, ma solo poi, della commedia in questione si può parlare di verità, di attualità, di crisi, e di tutto ciò che si vuole, e che ci riguarda: più precisamente che riguarda l’ultima, e ormai sarà diventata la penultima, generazione.
George, personaggio palesemente autobiografico, ricorrente in Osborne, è, in sostanza, un disertore, un protestatario che disprezza, insulta e si ribella alla piccola borghesia; essendo, alla fin delle fini, e, ciò che conta, rendendosene conto, anche lui un piccolo borghese, con l’aria dell’eversore e del dinamitardo, egli, ne condivide tutta la meschina mitologia e lo squallido cerimoniale; quanto meno non ha l’energia per evaderne completamente. Attore e commediografo velleitario, possiede per tutto talento, la consapevolezza della mediocrità del proprio talento: Il peggio di tutto – confessa ad un certo momento – è presentare gli stessi sintomi del talento: la sofferenza, i sudori freddi: un brutto tumore che ti cresce in corpo, e non riesci mai a sapere se la diagnosi è giusta. I valori dei quali si fa portabandiera, la sua frenesia dissacratrice, non mirano altro che all’unico fine del successo e della smania di destare ammirazione, di esercitare un equivoco e dubbio dominio sugli altri. Accolto in una famiglia di gentuccia come ospite di riguardo, tramite l’ambigua identificazione che una povera donna fa di lui col proprio figlio morto in guerra, vi si insedia da parassita come un verme maleducato in un formaggio fradicio. Bugia dopo bugia, compromesso dopo compromesso, finirà, sì, col far soldi con una commedia nata quale messaggio di rivolta e trasformata in copione come si dice sexy; e, forse, con lo sposare – una volta ottenuto il divorzio – una ragazzetta cretina della quale s’è volgarmente approfittato.
Una che capisce tutto e gli tiene testa, è una zia della fanciulla, il personaggio più sottile della commedia nella sua lucida malinconia di donna al tramonto e nella sua delusa esperienza di idealista politica. Frustrazioni, velleità, ribellioni, sarcasmo e voluttà di autogiudicarsi e autotormentarsi, alla resa dei conti, il fondo della commedia, costruita in schemi il più naturalisticamente immaginabili, è crepuscolare. Per quanto sardonicamente condito – ma poi nemmeno troppo – il patetismo e il sentimentalismo sono in agguato a tutti gli angoli. Realismo per realismo e sarcasmo per sarcasmo, Marco Praga, al confronto, è un leone. Quello che è un peccato è che si crei l’equivoco di giudicare Osborne da questo copione che è forse il suo peggiore.
In una scena di Carlo Tommasi, petulantemente realistica come avesse giurato di far concorrenza a un capomastro, Fulvio Tolusso, lo Strehler dei poveri, ha orchestrato lo spettacolo con diligenza molta, annacquando ulteriormente il copione col disertare le occasioni di incattivirlo, che sarebbe stato rendergli un servizio. Renato De Carmine ha tolto antipatia al protagonista, approfondendolo interiormente con semplice verità e umana sofferenza, senza mai venir meno al controllo critico. L’ha degnamente affiancato, con dimessa autenticità, Alida Valli; come la provocante inamabilità di Ottavio Fanfani s’è gustosamente accoppiata alla schietta sincerità di Lina Volonghi. Convenzionalmente giusti la Di Nepi, la Poliziano e il Bologna. Un’unghiata di originalità è venuta dall’ottimo Mezzera. |