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Enrico IV
di Luigi Pirandello
Tre atti
Corriere della Sera, 25 febbraio 1922

L’autore non ci dice il nome del suo protagonista. Lo chiama, senz’altro, Enrico IV. E’ un gentiluomo dei nostri tempi che, una ventina d’anni prima dell’inizio della tragedia, per una cavalcata carnevalesca, si travestì da Enrico IV: non il Vert Galant, che voleva un pollo in tutte le pentole di Francia, ma quegli che noi più comunemente chiamiamo Arrigo IV, imperatore d’Alemagna, due volte scomunicato dai Papi, ridotto, nel crudo inverno del 1077, ad aspettare fuori dal castello di Canossa che Gregorio VII – ospite della gran contessa Matilde di Toscana – lo ricevesse, supplice come un penitente e umiliato. A quella cavalcata carnevalesca partecipava la bella marchesa Matilde Spina, della quale il giovine gentiluomo era innamorato, e, anche, tra gli altri, il barone Tito Belcredi, pur egli acceso dalle grazie della signora, e geloso. Apprendiamo che il finto Enrico IV cadde da cavallo, batté la nuca sopra un ciottolo e, per quella percossa, impazzì. All’ultimo atto ci sarà rivelato che non fu disgrazia accidentale, ma criminoso attentato; ché il Belcredi punse il cavallo del suo rivale per disarcionarlo. Di ciò la vittima sola s’avvide; nessun altro seppe nulla.
La maschera di Enrico IV fu presa da questa forma di pazzia: che si credette Enrico IV davvero; e ricostruì, con estrema lucidezza, per sé, la vita del tragico imperatore, e la rivisse. Non fu uno dei soliti dementi che si convincono d’esser grandi personaggi e ne simulano infatuati la magnificenza con atti tumultuosi, con parole disordinate, secondo immaginazioni puerili e insensate. La pazzia di questo Enrico IV fu limpida, logica, governata dalla storia, dalla storia dedotta con scrupolosa esattezza. Egli volle che un salone della sua villa umbra sembrasse la sala del trono nel castello di Goslar. Ai lati del seggio imperiale pose due ritratti rappresentanti un signore e una signora camuffati da Enrico IV e da Matilde di Toscana, i ritratti, cioè, del pazzo e della bella marchesa com’erano, giovani e fiorenti, nel giorno della caduta. Poi, vestito sempre in quella foggia imperiale, si circondò di servi ai quali attribuì nomi di consiglieri e vassalli d’Enrico. Così, trasportato fuori dal suo tempo, visse, fantasma d’epoche remote, tra pittoresche simulazioni storiche.
Apprenderemo, a mezzo la tragedia, che questa pazzia durò dodici anni; dodici anni durante i quali il tempo non si consumò, ed Enrico IV rimase fisso nella giovinezza dell’imperatore che egli aveva imitato nel pomposo e fatale corteo. Ma dopo dodici anni egli guarì. S’avvide allora che gli anni erano passati su di lui; che, mentre egli credeva d’esser rimasto immobile nella sua ossessione, chiuso in quella maschera che l’età non intaccava, egli s’era logorato e invecchiato; che se, guarito, ora fosse ritornato a vivere con gli altri, non avrebbe potuto riprendere la sua esistenza al punto in cui la pazzia l’aveva  interrotta, ma si sarebbe accostato al banchetto della vita, già maturo e stanco e inerme, per trovar solo gli avanzi di ciò che i suoi compagni di una volta avevano avidamente preso e goduto.
Per questo nascose a tutti il suo rinsavimento; e continuò a voler essere Enrico IV, a creare per sé in azione la storia morta, a gustare, della storia, il piacere che è grande; sdoppiandosi, in certo modo, per guardar vivere quella immagine di Enrico IV che è lui stesso, e accettando d’essere ancora per tutti il pazzo che lo credono, legato ormai a questa terribile parola, che gli uomini hanno pronunziato per lui e su lui, e che, ormai, è la sua realtà nel mondo, anche se è una falsità profonda.
Dunque, Enrico IV fu pazzo e continua ad esser tenuto per pazzo. Egli ha un nipote, il marchese Carlo di Nolli, che spera ancora di guarirlo. E ricorre all’opera d’un alienista, il dottor Genoni. L’intervento di questo nipote riconduce fatalmente intorno ad Enrico IV i testimoni e gli artefici della sua caduta; Carlo di Nolli, infatti, è fidanzato a Frida, figlia di quella marchesa Matilde Spina che Enrico IV amò prima di impazzire, e durante la pazzia sovrappose, per lui, la propria immagine a quella Matilde di Toscana, e si confuse con essa, sì che fu, insieme, la nemica aborrita e la segretamente adorata; e il Barone Tito Belcredi che della marchesa Spina è ora l’amante tedioso e mal rassegnato agli spregi dei quali la donna altera e delusa lo fa bersaglio.
Matilde non è, naturalmente, più la dama di quel carnevale. Era bruna allora; ora si tinge di biondo, e della sua antica bellezza non ha, per così dire, che la disperata truccatura, con la quale crede forse d’illudere gli altri, ma tenta invece, soprattutto, d’ingannare sé stessa. Ma sua figlia Frida è la vivente immagine di ciò ch’ella fu; una fresca e gentile creatura bruna.
Tutti costoro giungono alla villa di Enrico IV, e, per presentarsi a lui, vestono costumi dell’undecimo secolo. Enrico IV li riceve indossando un saio di penitente sopra l’abito regale, e gemendo, supplichevole e insieme iracondo, per l’implacabile odio che gli porta Gregorio VII. Quando, nel secondo atto, apprenderemo che egli, ormai, non è più pazzo, ma simula, saremo in grado di apprezzar meglio questa scena, nella quale egli costringe i savii a entrare nel giuoco della sua pazzia, i vivi ad aggirarsi nel regno dei morti, quelli esseri ben reali a muoversi e a parlare secondo la sua lucida e prepotente fantasia. Che la fantasia sia più vera del reale, l’arte del Pirandello ha più volte affermato; che ciascuno di noi apparisca agli altri, non quello che è, ma quale l’apparenza d’un attimo o la solita incomprensione che l’uomo ha dell’uomo l’ha definito, egli ci ha più volte o ironicamente o tragicamente mostrato. Nella commedia che ha preceduto questa tragedia, ci ha presentato sei personaggi incapaci di far entrare della definizione, nel giuoco delle parti, la loro vera intima essenza. Ora ecco qui che, nell’illusione di guarire la pazzia (che gli antichi consideravano divina e che in certi punti della tragedia del Pirandello è esaltata come la vera saggezza, sopra la comune saggezza, che è, invece, pazzia, poiché gli uomini savii non riescono a creare e a dominare la loro vita come fa Enrico IV con la vita fittizia che si è prescelta, ma son soggetti a mille imperativi che li aggirano e li scuotono e li tramutano, tanto più servi quanto più credono d’essere liberi); ecco qui, dunque, che, per il comando della pazzia che bisogna secondare, lo scienziato, la donna ritinta e il suo amante miserabile, son costretti a mascherarsi, a buffoneggiare davanti al matto, spauriti che egli non indovini chi si nasconde sotto il loro travestimento. Nessuno di essi può credere che Enrico IV sia, dopo otto secoli, ancora vivo; ma il pazzo comanda che essi fingano di credere; ed essi ubbidiscono. Nell’ebbrezza feroce di questa sua vittoria, Enrico IV vuole che i suoi servi s’inginocchino davanti a lui, e tocchino la terra con la fronte: “tutti – grida – davanti ai pazzi si deve star così”.
La finzione che egli continuava per amaro disprezzo della vita, ora si complica di elementi più drammatici. Non è solo il reale che egli vuole sopraffare, affermando la realtà della fantasia. La fantasia del falso Enrico IV ora si burla crudelmente di quegli uomini che gli hanno fatto tanto male, che vengono, armati di quella insoffribile pietà che è l’incomprensione, a irritarlo, a pungerlo, tormentarlo, col filantropico scopo di svegliarlo dal suo sogno. E Matilde, che egli ha amata e che fu la causa indiretta della sua sventura, ha il coraggio di trascinar con sé, davanti a lui, il suo ganzo vile; e costui, che partecipa, comparsa, attore, complice, al tentativo che l’alienista fa di guarirlo – ora che egli, già vecchio, è fuori per sempre dalle dolci possibilità della vita – è l’autore della sua disgrazia, l’infame che lo fece cadere. Tanta è la nera gioia che Enrico IV prova, per aver così nelle sue mani, nel suo giuoco, questi malvagi e questi incoscienti, che egli non può più tenere segreta la verità. Ai suoi servi, maschere come lui, rivela la sua simulazione; poi la nega; poi la riafferma, godendo di vederli incapaci di distinguere il vero dalla commedia, e incerti se debbono più temere la frenesia del pazzo o l’ira del rinsavito.
Intanto gli altri, lo scienziato, la signora e il barone, cercano il modo di guarire il presunto matto. Pensano che bisognerebbe ridargli il senso del tempo che è passato, delle cose che si sono trasfigurate. E perciò risolvono ingegnosamente di vestir Frida, che tanto assomiglia alla madre quando era giovine, da contessa di Toscana, e di mostrarla a Enrico IV; e subito dopo, in simili vesti, mostrargli la marchesa Matilde come è ora, guastata dagli anni. Entro una nicchia, al posto del quadro che rappresenta la grande contessa, mettono Frida, creatura vera, a fingere la figura d’un quadro. Perciò dal quadro parla una voce che chiama Enrico. Per un momento, a udir quel richiamo che parte da una immagine, il finto pazzo ha la tremenda illusione d’essere pazzo davvero. Ma la verità gli si svela subito, ché, spaventata dal terrore di lui, la fanciulla esce dal quadro e invoca, urlando, soccorso. Allora è una scena tumultuosa. Accorrono il dottore, Matilde, Belcredi, che dai servi hanno avuto la confidenza della finzione di Enrico IV, e gridano alla fanciulla ciò che hanno saputo, che Enrico IV non è pazzo; ma costui vuole rinserrare tutti nella fantasia, nella quale son ora entrati di frode e alla quale hanno dato tale apparenza di realtà che egli rischiò d’averne di nuovo ottenebrato il cervello. È rimasto vent’anni in quella fissità di maschera, e intanto la donna ch’egli amava se li è goduti, quei vent’anni, per diventare la creatura logora che egli non conosce più. Ebbene, essa, con gli altri gli ha dato in Frida, invece dell’immagine, la realtà di quella che ella fu, di quella che è rimasta per lui durante gli anni della sua pazzia e della sua finzione; dunque l’immagine, divenuta persona, è sua di diritto, egli la ghermisce e se la terrà. Per liberare la fanciulla tutti gli si avventano contro, e primo Belcredi, che gli grida in faccia: “lasciala, non sei pazzo”. “Non sono pazzo? – risponde Enrico IV. – Ecco la prova che lo sono!”. E, snudando la spada, lo ferisce al ventre. Ora che la finzione, riassunta da lui, per opera di quella gente che lo voleva guarire, l’ha condotto con logica inesorabile al delitto, sente che deve continuare per forza, irreparabilmente, e senza più la gioia ironica di crearsi una vita meravigliosa con libera fantasia, la simulazione della pazzia.
Raccontando la tragedia ho cercato d’interpretarla, ma non mi rendo garante che la mia interpretazione sia esatta. Il dramma considerato esteriormente, la vicenda, insomma, è quella che ho riassunta; ma il senso di quest’opera non riesce, per me, a raccogliersi in una rigorosa unità. Colpa mia certo; ma un po’, in ogni modo, colpa anche della tragedia, nella quale lo spirito non forza le parole in modo da costringerle a dire tutto quello che devono, ma spesso, mi pare, le soverchia. Quest’Enrico IV recita la commedia della sua pazzia perché sa che quel nome di pazzo gli starebbe addosso sempre anche se, guarito, tornasse nella vita. Questo sarebbe tragico, come è tragica ogni finta pazzia se è determinata da una grave causa, sempre presente, sempre premente, come quella che induce Amleto a fingersi folle. Ma nella tragedia del Pirandello questa causa ha, da un pezzo, cessato di essere tragica nel sentimento dell’uomo che è indotto a fingersi pazzo. Quest’uomo stesso ci descrive la bellezza fantastica della sua falsa pazzia. Egli non l’ha assunta come una maschera torbida dalla quale si libererà quando verrà il giorno che egli, tormentosamente simulando, aspetta; ma essa è già di per sé una liberazione già raggiunta dal peso del reale, da quella necessità di rimasticare parole logore e convenzionali che è la vita. Il giorno in cui, di sua propria scelta, ha continuato a recitare la parte del matto, egli ha superato la sua tragedia; egli è diventato un poeta divinamente capace di vivere la sua poesia in azione, un creatore, un potente. Perciò non riesco a spiegarmi il suo rancore per chi lo chiama pazzo ancora, per chi lo inchioda a quella definizione di pazzo. Quando si ribella a questa definizione, egli, che rappresenta già trionfalmente la metafisica del Pirandello, per la quale la sola verità è la fantasia, pare che, contraddicendo a se stesso, rimpianga una verità che ad ogni fantasia è contraria, quella precisa, oscura, insondabile, che è nel fondo dell’anima umana, che anzi è l’anima umana nuda. Qui io mi trovo davanti a un problema del quale non so raggiungere la soluzione. Forse io vedo male; ma certo la potenza della tragedia, in certi momenti, par diminuita da una specie di oscillazione tra due significati che non riescono a confondersi e a identificarsi. E il personaggio bellissimo di Enrico IV, verso la fine del secondo atto, esce dalla sua stessa azione, e si spiega e si commenta; segno che non ha potuto raggiungere tutta l’espressione che doveva, e ha bisogno di aggirarsi intorno a se stesso per chiarificarsi. E dice sì bene la teoria pirandelliana della stupidità, della caducità del reale, e del gaudio immenso che c’è ad essere già nella storia, fingendo per sé vicende che son fissate per sempre, e non possono cangiare, che ci pare sproporzionato quel furore contro gli uomini che gli han fatto del male prima che ricominciasse per lui questa deliziosa fantasia; e il suo gesto sanguinoso ci sorprende, ci atterrisce, ma non ci commuove.

Ma a che servono tutte queste indagini? L’opera d’arte finisce a fare obliare i suoi particolari; c’è in essa una grandiosità che non si lascia tutta esplorare, un fuoco di intelletto, una passione divampante nel mondo dello spirito, che arrestano l’analisi e ci costringono all’ammirazione.
   
© Sipario 2011