Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
             

Enrico IV
di Luigi Pirandello
Theatre National Populaire
Corriere Lombardo, 4-5 aprile 1969

Questa faccenda del gemellaggio ha un nome ridicolo ma un significato serio e se, come spesso, ahimè, accade nel nostro paese, non rimarrà un episodio isolato, potrà avere delle benefiche conseguenze sul nostro teatro. Si tratta, come sapete, di un’intesa intervenuta fra il Piccolo Teatro e il Théâtre national populaire. Rispettivamente in Italia ed in Francia, essi rappresentano sul piano organizzativo – ma quello artistico non è da meno – due fra gli strumenti più avanzati e perfezionati di diffusione e di penetrazione dello spettacolo moderno presso un pubblico moderno. Ebbene, da questa stagione in poi, essi dovrebbero scambiarsi alcuni dei loro spettacoli più significativi, confrontare i loro metodi, comunicarsi le loro esperienze, trarne, insomma, reciprocamente vantaggio, sostenersi e propagandarsi a vicenda.
L’inizio di codesta collaborazione, diciamolo subito, non poteva essere né migliore né più promettente. In questi giorni, il Piccolo Teatro sta rappresentando a Parigi L’ opera da tre soldi di Brecht; e, sabato sera, ha debuttato, a Milano, Jean Vilar col Théâtre national populaire nell’ Enrico IV di Pirandello. Diplomaticamente parlando, questo primo incontro segna un punto di vantaggio per i francesi i quali, anche a rischio di esporsi a confronti ardui ed azzardati, ci hanno usato la cortesia di scendere in Italia con un superbo omaggio al nostro maggiore autore moderno, ossequiato in una delle sue opere più originali, ardite e conturbanti e che rimane un testo fondamentale del repertorio internazionale contemporaneo.
Padrino – ed ispiratore – Ruggero Ruggeri, primo e sovrano interprete, rimasto unico capace di trasfigurare in diamantina malinconia lirica la tormentata e tortuosa dialettica pirandelliana, la sera del 24 febbraio 1922 la platea del vecchio teatro Manzoni decretò il trionfo all’ Enrico IV. Era, si può dire, il primo copione di Pirandello passato senza battaglia, ed era il suo terzo capolavoro, dopo i Sei personaggi e Così è se vi pare. Feriti in platea, retate della questura, insulti, sfide a duello, percosse e sputi in faccia all’autore, erano stati, appena un anno avanti, il bilancio della prima romana dei Sei personaggi in cerca d’autore. Contro pochi illuminati esaltatori che avevano compreso che da lì, da quella serata, un mondo si era chiuso definitivamente e un altro ne era sorto sul palcoscenico; una rivoluzione s’era compiuta e una nuova éra cominciava per il teatro, s’era scatenata la canea dei sordi costituzionali, dei mediocri, dei conservatori benpensanti, sempre pronti a proclamare la patria in pericolo al primo balenare di un’idea nuova. Era stata, senza esagerazione, una serata storica.
Un’incontenibile gioia creativa, una consapevole e ferma fiducia in sé stesso, aveva ripagato il drammaturgo di tutti i crucci e le incomprensioni pubbliche e private che l’avevano accompagnato. Successo e fama gli erano venuti incontro, travolgenti ed esplosivi, dopo i cinquant’anni. “La vita”,  egli aveva detto,  “la si vive o la si scrive”. Fino allora l’aveva scritta, imprigionando ai ceppi di una allucinante sventura familiare percorsa dai lividi bagliori della follia della sua in felicissima sposa. Ora avrebbe potuto viverla. Preferì continuare a scriverla. Maturava una magnifica stagione punteggiata da titoli ognuno dei quali sarebbe stato una tappa nella storia della scena. E finalmente, per lui, il teatro italiano contemporaneo fu.
Un’amarezza l’accompagnò tutta la vita: l’accusa di eccesso di cerebralismo e difetto d’umanità. Essa non mancò nemmeno dopo l’Enrico IV, alta ed amara tragedia circonfusa dall’austera malinconia e dal solenne mistero che sono sovrano suggello della poesia. Forse che i tormenti, gli smarrimenti, gli sgomenti, le ribellioni, i ripiegamenti della ragione sono meno umani degli abbandoni, dei dolori e dei crolli del cosiddetto sentimento? “Il bello è questo – polemizzava – che mentre la zoologia riconosce che l’uomo si distingue dalle altre bestie anche per il fatto che l’uomo ragiona e che le bestie non ragionano; il ragionamento, appunto, (vale a dire ciò che è più proprio dell’uomo) è apparso tante volte ai signori critici, non come un eccesso, se mai, ma anzi come un difetto di umanità in tanti miei non allegri personaggi… Ma… non è forse vero che, mai, l’uomo tanto appassionatamente ragiona (o sragiona, che è lo stesso), come quando soffre, perché delle sue sofferenze vuol vedere la radice, e chi gliele ha date, e se e quanto sia stato giusto dargliele…”.
È appunto, ciò che fa il protagonista dell’ Enrico IV, squassato dalla bufera della metafisica e irreparabile sofferenza dell’uomo defraudato dalla vita; fissato in una “forma” – la follia – dove tutto è fermo, prestabilito, certo; e che, all’improvviso – rinsavito – gli crolla ogni puntello che fino allora l’ha sostenuto e si trova sospeso su un altro abisso, travolto dalla vertigine di sentirsi fuori dal tempo, mentre la vita – gioie dolori esperienze illusioni giovinezza affetti: gli altri! – è trascorsa come l’acqua di un fiume ormai lontana, inafferrabile e per sempre perduta.

Abbiamo assistito ad un’esecuzione coralmente stupenda, forte della esemplare traduzione di Benjamin Cremieux, benemerito della diffusione dell’opera del Nostro in Francia; spinta ad una allucinante essenzialità a cui non sono state estranee la sobrietà delle scene e la coloristica sfacciataggine dei costumi di Gerry Gischia. Indimenticabili quelle sagome incendiate dei personaggi entro il nero dello sfondo! Quale regista, Jean Vilar ha puntato sul tono tragico del testo sollevandolo a un’incisiva e martellante perentorietà di recitazione e di atteggiamenti. Quale interprete – questo Enrico IV è stato salutato da tutta la critica francese come una delle sue più alte interpretazioni – egli fissa – in misura, se si vuole, un tantino monocorde – il tormento raziocinante del protagonista in una sorta di frenesia al calor bianco, dove le lame dell’ironia e i cedimenti della sofferenza sfiorano senza intaccarla, la lucidità potente ed esaltata di una aggressiva disperazione. Degli altri, tre, almeno, sono attori di alto prestigio: la signora Le Marchand, il Topart e il Moulinot. Ma, sabato sera, negli ambulacri del Piccolo Teatro fu visto anche aleggiare il fantasma di Ruggeri; e qualcuno assicura di averlo sorpreso a sorridere.
   
© Sipario 2011