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Elettra
di Sofocle
regia: Luca De Fusco
scene: Mauro Zocchetta
traduzione: Caterina Barone
musiche: Francesco Erlea
con Lina Sastri, Max Malatesta, Leda
Negroni, Luciano Virgilio, Massimo Reale, Giovanna Mangiù, Dely De Majo
e Giovanna Di Rauso
Vicenza, Teatro Olimpico, dal 16 al 21 ottobre 2007
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Il Giornale, 6 novembre 2007
La nobile "Elettra" da schiava si ritrova Walkiria
Mentre l'Elettra
di Sofocle, paga delle parole dure e scabre come la selce che le attribuisce
il poeta, è una principessa degradata
a schiava che consuma la sua ira tra i servi, l'Elettra di Hofmannsthal,
in apparenza fedele all'antico schema, in realtà se ne discosta.
Attribuendo all'inquieta figlia di Agamennone una valenza addirittura
profetica, l'Elettra del poeta tedesco finisce per acquisire, al gran
finale che fa seguito alla vendetta di Oreste, la statura di una Walkiria.
Una concezione che si affaccia di prepotenza fin dalla sua entrata in
scena facendo balenare il sospetto che non sia più una donna.
Ma un lemure vomitato dall'Ade che si aggiri attorno alla casa del delitto
per provocarne la chiusa sanguinosa.
Luca De Fusco, alle prese col capolavoro di Sofocle, pur attenendosi
con rigore alla scansione della tragedia, ha tenuto conto con singolare
coerenza della variante di Hofmannsthal mettendo in luce, tra le pieghe
concitate dei dialoghi e le improvvise impennate del coro, la minacciosa
presenza di quelle luci e di quelle ombre che sono la prima ragion d'essere
del decadentismo. Che risalta sontuoso nella magnifica direzione delle
coreute tutte impostate su tonalità diverse e dissonanti e soprattutto
nell'idea portante dell'habitat occlusivo e misterioso in cui risiedono,
in attesa delle Furie, le nere ombre di un passato ancestrale.
Per questo, sulla scena fissa dello Scamozzi, per la reggia di Agamennone
degradata a impuro covo di vipere in cui alligna la passione di Clitennestra
per Egisto, il regista ha voluto una spessa coltre d'argilla rosso fuoco.
Per alludere all'inferno dei vivi che si consumano in attesa della morte
dentro un bunker più sinistro di quello che accolse lo spasimo
finale di Hitler. E dal quale i personaggi emergono come ignobili lacerti
di un male ontologico. Ne è risultato uno spettacolo di lucida
matrice espressionista, tagliato da luci radenti, vicino all'ottica di
Kokoschka e all'acceso lirismo del «Blaue Reiter» che apre
una nuova via d'intensa e inedita suggestione al nostro futuro approccio
al dramma greco. Dove l'assolo tragico di una grande Leda Negroni e l'insolito
magnetismo di Max Malatesta contrastano l'alto pathos di Lina Sastri
con le sue assonanze buie e cimiteriali spezzate da acuti vibranti degni
della Wiener Schule.
Enrico Groppali
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Corriere della Sera, 21 ottobre 2007
All' Olimpico di Vicenza, «Elettra» nella regia di De Fusco
L' Elettra sofoclea vive senza amori, senza desideri, dopo aver scacciato
dal cuore ogni tenerezza che non sia la memoria del padre Agamennone
ucciso di ritorno da Troia dalla moglie Clitemnestra complice l' amante
Egisto che ora siede sul trono, e l' amore per l' esule fratello Oreste
vissuto come l' unico possibile vendicatore. È un' eroina disperatamente
chiusa nella sua rabbia di giustizia che non potrà placarsi se
non con un altro atto di ingiustizia, la morte della madre per mano del
figlio. Una donna non donna, quasi una Furia, ma pur sempre figlia di
quel mondo oscuro di angosce, di terrori sovrumani e subumani dai quali è scaturita
la tragedia. Sentimenti forti e complessi che in Elettra si cristallizzano
in un' idea fissa, necessaria quanto assoluta, cresciuta e alimentata
dai vapori mefitici di una corte perversa. Nel mettere in scena la tragedia
di Sofocle, Luca De Fusco, regista e autore dell' adattamento, immagina
che la corte sia un cratere, un buco di fuoco carico d' odio, la scena è di
Mauro Zocchetta, che inghiotte tutto e tutti. E sopra questo vulcano
di passioni torbide vi è lei Elettra, una donna che poco comunica
con gli altri catrafatta com' è nel suo ossessivo, furioso sentimento
di vendetta. Il regista incentra tutto sulla figura della protagonista,
al punto di tagliare il finale sofocleo e sostituirlo con quello dell'
omonima novecentesca tragedia di Hofmannsthal: Elettra dopo che il fratello
Oreste ha ucciso la madre Clitemestra - questo il nome nella piatta traduzione
di Caterina Barone - e l' usurpatore Egisto, si lancia in una danza di
follia e appagamento per poi crollare a terra quasi svuotata, annientata
dalla fine della vendetta, unico scopo della sua vita. Il regista affida
il ruolo della protagonista alla temperamentosa Lina Sastri che disegna
un' Elettra un po' ovvia tutta pathos, pianti, lamenti e odio, dominata
dall' ira, scossa dalla rabbia. Accanto a lei un doloroso coro di donne
in nero - della Schola San Rocco - guidato da una brava Giovanna Di Rauso,
disperata Sibilla. Brava anche Leda Negroni una Clitemestra malvagia,
scellerata che non muove mai a pietà, come bravi sono Luciano
Virgilio e Max Malatesta in uno spettacolo che, seppur di bel nitore,
si rifugia spesso in un' espressività di maniera.
Magda Poli
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La Stampa, 21 ottobre 2007
Metti Elettra fra i cavernicoli
Lina Sastri interpreta Eschilo all'Olimpico di Vicenza
VICENZA
Tutti e tre i grandi tragediografi greci hanno tramandato un lavoro sulla
figlia di Agamennone che aiutò il fratello Oreste a giustiziare
la madre uxoricida e il suo amante Egisto: Eschilo con Coefore, Sofocle
e Euripide con una Elettra cadauno. In Eschilo Elettra non prende parte
attiva al matricidio, ma sta in disparte, dolente e conculcata, senza
possibilità di intervenire sul proprio destino. In Sofocle e
Euripide invece campeggia. Nella sua interessante variazione sul mito,
Euripide la fa sposa di un contadino, al quale la madre l'ha data come
umiliazione definitiva. In Sofocle è semplicemente accantonata,
vilipesa, trattata peggio di una schiava, del che non si perita di
sfogarsi con veemenza torrenziale. In questa versione è originale
l'inganno con cui per arrivare inatteso il vindice Oreste convince
tutti della propria morte in una corsa di quadrighe a Delfi, affidando
a un complice il colorito racconto di questa: radiocronaca immaginaria
di evento sportivo che rischia di essere il pezzo forte della serata,
almeno se le capita un dicitore spiritoso, autorevole ed energico come
Luciano Virgilio.
Alla sfida che sempre pone lo spazio anomalo ma pur tanto affascinante
del Teatro Olimpico, il regista Luca De Fusco ha risposto con intelligenza,
impostando uno spettacolo di 110' filati valido qui ma esportabile anche
in sale più convenzionali. La sempre meravigliosa prospettiva
dello Scamozzi non viene annullata, ma diventa meno incombente grazie
all'espediente di allontanarla facendo svolgere l'azione su di una piattaforma
protesa sopra la platea (scenografia di Mauro Zocchetta): un parallelepipedo
tutto gobbe e avvallamenti, distesa di magma solidificato e rossastro,
sulla quale i personaggi incedono con difficoltà, e al centro
della quale un cratere funge da ingresso della reggia degli Atridi.
Questi in effetti diventano dei cavernicoli che emergono dalle profondità della
terra o vi si calano, ma l'operazione ha il vantaggio di eliminare le
passeggiate alle quali gli attori sarebbero altrimenti costretti ogni
volta che entrano o escono su questo lunghissimo palco. I costumi di
Marta Crisolini Malatesta, lodevolmente anticheggianti, evocano un'età più barbarica
che classica; particolarmente pregevoli i grigi del coro, donne imbacuccate
e con la testa coperta, spesso statuariamente immobili intorno alla piattaforma
rialzata, ma anche canore, su melodie di Francesco Erle. Eccellenti tutti
gli interpreti, ricorderò l'autoritaria Clitemnestra di Leda Negroni,
la preoccupata Crisotemi di Giovanna Mangiù, il virile Oreste
di Max Malatesta, e le robuste tirate di Giovanna Di Rauso, una prima
corifea con terribili occhi accecati dalla caratatta. Quanto a Elettra,
devo fare una confessione: più invecchio e meno pazienza ho con
le persone che si lamentano. Questa è un'obiezione contro il personaggio,
non contro Lina Sastri, che tuttavia tutto subordina a una intensità e
a una passionalità furibonde, impressionanti ma eccessivamente
sonore e talvolta poco chiare all'ascolto. Tale è la sua carica
che il regista la fa chiudere come l'Elettra di Hoffmanstahl, con l'abbandono
a una folle danza di mònade. Caldo successo, in ogni caso, e repliche
annunciate a Padova, Venezia, Catania.
Masolino D'Amico
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www.Sipario.it, 20 ottobre 2007
Elettra, un magma di sentimenti
La rassegna degli Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza,
che solitamente per anni e anni si è svolta nel mese di settembre, è stata
spostata a ottobre. Perché? Luca de Fusco, direttore artistico
del Teatro Stabile del Veneto, che programma anche il Teatro Olimpico,
ci dice che ciò è stato fatto per inserire la manifestazione
nel periodo di ripresa dell’attività scolastica per poter
avere un pubblico di studenti. Anche se il teatro, in ottobre, può diventare
un ambiente molto freddo (è vietato il riscaldamento per la salvaguardia
del Monumento) non importa: giovani e vecchi si copriranno di più,
e gli attori pure.
Ma la conquista del pubblico giovane vale questo sacrificio, e sì perché la
platea del teatro Olimpico, in verità, da tempo era un po’ vecchiotta.
Infatti, ad una replica dell’Elettra a cui abbiamo assistito
c’era una buona dose di gioventù che, simbolicamete, ci
ha riscaldato l’animo e un po’ anche l’ambiente, con
nuova energia, conferendo allo spazio palladiano anche una valenza culturale
verso il teatro classico. Bene.
Cominciamo dalla scenografia dello spettacolo, firmata da Mauro Zocchetta:
una pedana a triangolo equilatero, con la base verso il pubblico, e con
punte triangolari ai lati per ragioni di "servizio" scenico
per i personaggi (ma il segno triangolare lo ritroviamo anche nell’urna
in cui si troverebbero le ceneri di Oreste), dominata al centro da un
buco slabbrato, abbastanza grande da consentire agli attori-personaggi
di entrare e uscire dal Palazzo reale di Argo, che il regista ha immaginato
sommerso da uno strato di lava vulcanica, un magma impastato da macchie
di sangue. La pedana con questa crosta "bubbosa e sanguinolente" ha
invaso anche lo spazio dell’orchestra, facendo perdere un po’ di
posti.
Lo spazio occupato da questo elemento ha condizionato, però, tutta
la regia, perché l'area su cui agire era quella laterale, e sul
quel piano definito "bubboso" su cui gli attori sono stati
bravi a non perdere l'equilibrio, ma che certamente avrà creato
loro piccoli problemi di concentrazione.
La forma triangolare della scena, il buco al centro, la materia vulcanica
che il piano evocava, l'idea di dover immaginare il Palazzo sommerso,
hanno dettato la cifra stilistica ed emblematica allo spettacolo: cioè rendere
visibile per trasposizione il dolore e il desiderio di vendetta che cova,
da tempo, con odio, sotto le ceneri di un dramma irrisolto nell'animo
di Elettra e di Oreste che, come sappiamo da secoli, vogliono vendicare
il padre Agamennone ucciso dalla moglie Clitemnestra, (qui ribattezza
Clitemestra), e da Egisto, amanti e golpisti.
La scelta di questa scenografia è stata coraggiosa, sia per i
condizionamenti imposti alla regia, sia per il rischio di vedere ed entrare
i personaggi da un buco, scomodo nelle uscite e nelle entrate con il
pericolo di reazioni ludiche e ilari da parte del pubblico giovane, ma
questo rischio è stato sapientemente evitato dalla bravura degli
attori e dall'intensità drammaturgica della tragedia.
Se questo pericolo è stato evitato, in agguato ce n'era un altro:
quello di rendere lo spettacolo molto statico (e in verità un
po' lo era), generando una sequenza di tableaux che, di volta in volta,
il regista poteva organizzare in quella situazione. Ma anche la staticità imposta
dalla scenografia, alla fine ha portato lo spettatore a concentrarsi
maggiormente sulla recitazione degli attori, permettendo così di
ascoltare meglio la scorrevole traduzione di Caterina Barone, adattata
in scena dallo stesso Luca De Fusco. Se lo spettatore è stato
costretto a concentrarsi sulla recitazione, gli interventi musicali,
a volte un po' dominanti, una luce raccolta, curata da Emidio Benezzi,
e la vocalità del coro della Schola San Rocco (schola e non scuola),
alquanto numeroso e reso illeggibile nei volti da costumi "copritutto",
hanno generato, come controcanto, suggestive atmosfere di mistero e lutto.
Contenuti e funzionali i movimenti coreografici di Alessandra Panzavolta;
anche i costumi dominati dal nero, con una linea sobria e in stile con
il progetto, di Marta Crisolini Malatesta, hanno dato il loro contributo
alle atmosfere.
Passiamo alla recitazione che, come si è visto, è diventata
protagonista sugli altri linguaggi dello spettacolo: immagini e movimento.
Avremmo preferito una recitazione più in armonia di stile tra
i diversi personaggi, ma questa osservazione sposta il discorso sui percorsi
artistici di ogni singolo attore.
In questo senso, il cast era interessante ma un po' eterogeneo per stili
espressivi.
L'Elettra di Lina Sastri, anche se noi la preferiamo nei passaggi di
canto, è stata precisa e intensa, ma tendeva a spingere verso
l'esterno il suo groviglio di sentimenti, anziché dipanarli con
maggior tensione interna, poiché essi sono là, nel corpo,
compressi dal tempo, in una stratificazione dura da sfogliare, e certe
esplosioni vocali compromettevano ogni tanto la leggibilità delle
parole; ma con le repliche, la Sastri raggiungerà il massimo dell'interpretazione,
perché in lei c'è tutta la gamma dei sentimenti del personaggio,
e la sensibilità di attrice significativa.
Leda Negroni, Clitemestra, ha dato una grande prova della sua maturità interpretativa
e ci ha consegnato una bella sentina di emozioni: vibrante, chiara, sofferta,
forte, intensa, determinata.
Max Malatesta, un Oreste credibile, vocalmente giovanile, ha partecipato
con passione allo svolgimento del suo progetto di vendetta, ma gli sono mancati
quei livori lividi, quei risentimenti intimi che determinano l’odio di
vendetta, le piaghe delle ferite del figlio privato del padre, ma anche il
dolore di non poter svolgere il suo ruolo che gli spetta nel Palazzo reale
e che, invece, ha perso, costretto a vivere in miseria e nello stento.
Luciano Virgilio, nel ruolo del Pedagogo, ha descritto con efficacia
il suo personaggio, sia nei momenti finti in cui recita la trama dell’inganno
sulla morte di Oreste, sia nei momenti di verità.
L’Egisto di Massimo Reale, (anche nella parte di Pilade) che appare
sul finire del progetto vendicativo, ci è sembrato fragile rispetto
all’immagine che si matura durante lo sviolgimento dell’opera
che ce lo descrive crudele, spietato, infame.
Giovanna di Rauso, prima Corifea, immersa in un ruolo di grande impegno,
ha giocato tutto sull’espressività dei suoi occhi e del
suo minuto volto, obbligata a recitare in spazi un po’ scomodi,
dando corpo ad una voce sgranata e un po’ troppo forzata, grumosa,
dandogli un percorso e una scansione un po’ monocorde, ma
comunque efficace.
Dely De Majo, seconda corifea, pronta e precisa, nonché intonata
nell’entrare nei dialoghi, nelle atmosfere tragiche che saltuariamente
la chiamavano in causa. Il che non è facile e richiede una buona
dose di esperienza teatrale.
L’operazione nella sua complessità è valida e Luca
De Fusco è riuscito ad essere un buon alchimista nel mettere insieme
tanti elementi diversi tra loro, in un progetto intrigante tutto da decodificare.
Mario
Mattia Giorgetti
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Avvenire, 18 ottobre 2007
Lina Sastri, un'Elettra mediterranea
La tragica eroina rivive all'Olimpico
E' Lina Sastri che con grande forza e impeto drammatico, dopo Medea
(l'altr'anno) affronta nel superbo spazio del Teatro Olimpico di Vicenza
il fiero personaggio di Elettra, la quale è al centro dell'omonima
tragedia di Sofocle che dopo lunga assenza il regista Luca De Fusco riporta
sulle scene. Grandiosa eroina della mitologia greca, Elettra. Nel capolavoro
di Sofocle è una creatura ben viva: una donna cosciente di
sé, della sua miseria e della sua forza dolce e volitiva, anche
crudele certo: la crudeltà che nasce dall'amore. Esprime la coscienza
della fanciulla immortale che arditamente si spinge fino allo stupore
tragico dell'ultima giustizia di un crimine supremo, quello compiuto
da Oreste (Max Malatesta), il fratello tanto atteso e da lei spinto a
vendicare l'omicidio del padre Agamennone. E' la sua coscienza,
sensibile e al tempo stesso granitica, che ci affascina e che rende il
personaggio sempre attuale. Creatura, dunque, anche contemporanea. E
come tale intende presentarcela Luca De Fusco che nella limpida traduzione
di Caterina Barone, accogliendo perun finale diverso, strappato (perché?)
all'omonimo dramma di Hoffmansthal, realizza uno spettacolo ricco di
intensità emotiva.
Nell'ombra il coro, e l'eroina sempre al centro di una pedana triangolare
(un simbolo?) alzata al proscenio del magico anfiteatro palladiano; pedana
il cui parterre è immaginato (da Mario Zocchetta) come se
fosse di pietra lavica. E da cui emerge un piccolo cratere che risucchia
con labbra di fuoco, come fosse una bolgia dantesca i nefandi assassini. E'
su Lina Sastri che si concentra tutto il fervore della tragedia. Una
Sastri che investe la sofferente e lucida Elettra di un caldo furore
mediterraneo.
Domenico Rigotti
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Il Mattino, 20 ottobre 2007
Lina Sastri una Elettra «vulcanica»
Ottima prova d'attrice, aggressiva eppure fragile, tra Sofocle e Hofmannsthal
Mentre la reggia di Clitemnestra e del suo amante Egisto sta sotto,
nelle viscere del vulcano, lo spazio di Elettra, la quale in tutti i
sensi è «fuori», sta sulla soprastante pedana, ricoperta
di lava incandescente e da cui si dipartono pedane più piccole
e appuntite. Traducendo le immagini in parole, il contesto scenografico
significa una passione fiammeggiante che trova il suo «corpo» nei
pugnali della vendetta. È questa l'idea forte con cui Mauro Zocchetta
riassume la lettura di Luca De Fusco, regista dell'allestimento dell'«Elettra» di
Sofocle presentato al Teatro Olimpico di Vicenza dagli Stabili del Veneto
e di Catania. E si tratta, aggiungo subito, di una lettura giusta. L'«Elettra» di
Sofocle prescinde tanto dalla dimensione religiosa delle «Coefore» di
Eschilo quanto dall'ambientazione casalinga e familiare dell'«Elettra» di
Euripide. A Sofocle, insomma, non interessa né che il matricidio
di Oreste sia compiuto per ordine di un dio né che venga atteso
da un'Elettra mandata sposa a un povero contadino: non interessano, cioè,
né il mito venerato dal pio Eschilo né la polemica contro
il mito innescata dal miscredente Euripide. Tutto, qui, si condensa e
si esalta nell'anima, nella testa e nei nervi del personaggio protagonista.
L'intero sviluppo drammaturgico - scena dopo scena, battuta dopo battuta
- viene filtrato attraverso il desiderio monomaniacale e totalizzante
di Elettra: quello di veder morta la madre, appunto Clitemnestra, che
le uccise insieme con Egisto il padre Agamennone. Al riguardo, Elettra
non ha mai un dubbio, mai un cedimento. Se la sorella Crisotemi la invita
alla prudenza, risponde che «vivere ignobilmente è infamante
per gli spiriti nobili»; e dopo il primo colpo inferto dal fratello
Oreste a Clitemnestra, grida: «Colpisci ancora! Colpisci!».
Finché, uscito dalla reggia Oreste, domanda impassibile: «È morta
la miserabile?». Dunque, De Fusco fa benissimo a sostituire il
finale di Sofocle con quello della riscrittura di Hofmannsthal: in cui
prende corpo la sinistra danza di morte di un'Elettra che viene costantemente
paragonata a una belva, le dita simili ad artigli; mentre «selvaggio» è l'aggettivo
che altrettanto costantemente le viene attribuito e ne qualifica il comportamento,
sempre, per suo conto, «ebbro» o «folle» o «febbrile».
E dico che De Fusco fa benissimo, e del resto senza compiere sforzo alcuno,
perché ha a disposizione un'attrice, Lina Sastri, che non interpreta,
ma «è» il dettato sofocleo e, insieme, hofmannsthaliano.
Qui, in breve, la nostra Lina (e dico nostra in quanto ci riporta alle
radici profonde della tradizione culturale partenopea) ritrova, ancora
una volta, la ferina aggressività e la toccante fragilità che
furono della mendicante persa, nel «Masaniello», dietro lo
stendardo della Madonna del Carmine. E a grande distanza da lei, si capisce,
restano gli altri, anche per colpa dei dislivelli riscontrabili all'interno
del cast: che, poniamo, affianca all'esperienza di Luciano Virgilio (il
Pedagogo) e di Leda Negroni (Clitemnestra) la Crisotemi da dimenticare
di Giovanna Mangiù. Gran successo alla «prima», con
molti applausi a scena aperta e lunghissimi al termine.
Enrico Fiore
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