Egmont
di Johann Wolfgang Goethe
La Notte, 16 dicembre 1967
La colpa – pardon, che cosa sto dicendo? delitto di leso classico! – il merito non è di quel tacchino di genio di Goethe, è di quel povero grand’uomo di Beethoven che, per aver composto un quarto d’ora di musica entusiasmante, ci costringe a sopportare tre ore di noia titanica. Quella noia pesante come il piombo e perentoria come il diamante della quale soltanto i tedeschi conoscono il segreto e detengono la non invidiabile specialità nei periodi in cui non hanno da distrarsi coi forni crematori. Per carità: noia sublime, intessuta di alti pensieri, nobilissime questioni e sentenziosa sapienza politica; dove il Romanticismo, lo Sturm und Drang del Giove olimpico di Weimar si monumentalizza raggelato nello sforzato volontarismo neoclassico di un’ammirevole prosa lirica resistente perfino alla traduzione; noia di primissima qualità che, come si deve dire e dico, eleva l’animo e sollecita la mente a sublimi sensi e meditate idealità, ma piuttosto studio storico e psicologico da vera poesia di quella buona – non la scopro io, lo proclamò Benedetto Croce, come vedete sono in ottima compagnia – piuttosto disputa d’alto rango che dramma… vero e proprio.
E, quindi, nonostante, come è, nuovamente, di rigore dire e dico, “l’eccezionale avvenimento culturale”, nonostante l’ospitalità della Scala, nonostante l’esecuzione egregia, nonostante che, per assistervi, sia necessario mettersi in divisa da società – anno 1967! – obbligando il povero tapino del recensore drammatico a tirar fuori dalla naftalina l’antico smoking fuorimoda democraticamente ripudiato in un lontano momento di illusione egualitaria, da membro consapevole e fidente di una giovane repubblica fondata sul lavoro; nonostante i misericordiosi tagli operati nello sterminato tessuto verbale dell’olimpico dalla clemenza di Luchino Visconti, al quale non saremo mai riconoscenti abbastanza d’averci fatto grazia di un’oretta di ascolto, nonostante tutto quel che si vuole, l’Egmont non si solleva mai veramente da terra.
Ossia, ci si solleva per pochi minuti che non hanno niente ma proprio niente a che fare con lui; e cioè quando interviene la mano del sordo di Bonn che, nelle sue musiche di scena: la giustamente famosa ouverture, soprattutto e i lieders, attribuiti, per interposta voce di soprano, alla coprotagonista – e chiedo mille scuse al collega critico musicale di invadere le sue gelose prerogative – con un discorso musicale, il suo sì, drammaticamente commosso nel contrasto, la lotta vera e propria tra i truci e minacciosi strappi degli archi e i gemiti dolenti e imploranti degli archi, confessa, con generosa umanità, il suo odio per gli oppressori, la sua solidarietà con gli oppressi e la sua fede incrollabile nella libertà: tutto quanto, insomma, esemplificano e ripetono cinque interminabili atti di parole che restano parole.
Siamo sinceri e diciamocelo fra noi che nessuno lo va a sbandierare ai quattro venti: eccettuati quattro o cinque padreterni: i greci, Shakespeare, Molière e una dozzina di opere sfuse, senza il provvidenziale e intimidatorio complesso reverenziale dei classici, senza il solito ricatto della cultura, a chi verrebbe in mente di tirar giù dalle biblioteche, dove sopravvivono e vivono a pieno diritto, certi “testi”? E questo qui, poi, in particolar modo, che, già alla sua prima apparizione alla ribalta, nel 1791, fece cilecca, e poco meno gli accadde nel 1796, in una rielaborazione – brutta parola e ancor più brutto segno il bisogno di una rielaborazione a soli cinque anni di distanza! – firmata, di rinforzo, da un altro padreterno di serie B, classico di complemento, in altre parole: Schiller.
Occhi negli occhi, siamo sotto Natale e sono le due di notte: facciamoci reciprocamente un regalino. Ci tenete proprio obbligarmi a rimanere sveglio alla scrivania mezz’ora di più e a rubare mezza colonna di spazio al giornale per farvi raccontare, per filo e per segno, la guerra di secessione nei Paesi Bassi del Cinquecento, col romantico principe Egmont modello di virtù civiche e campione di libertà, la contadinella Chiarina, sua innamorata, eroica passionaria per amore su doppio binario: verso il perfetto prence e verso la cara patria, ma arriva, dalla Spagna, il tristo Duca d’Alba, emissario del truce Filippo secondo, e gli fa tagliar la testa? Eh? Se ci tenete, abbiate almeno il coraggio di dirlo. Io, per parte mia, dico: scambiamoci gli auguri e facciamo conto di niente, tanto, già, Goethe resta sempre Goethe anche senza il bisogno di mentire a proposito dell’Egmont.
Lo spettacolo è, però, di un ammirevole rigore, unificato, nelle sue sparse membra, dalla scena fissa dello Scarfiotti – una selva di palafitte seminate di un labirinto di scale e scalette – firmatario anche degli eleganti costumi cinquecenteschi, contaminati da vaghi suggerimenti di stile direttorio. Al fiume incoercibile di parole senza ali, che solo nell’ultima scena, fra il protagonista e il figlio giovinetto del Duca d’Alba, si elevano a una certa umana commozione poetica, la regia di Visconti ha dato la compostezza tesa e compressa di un formalismo d’alto stile che non è mai accademico, anche se ci passa accanto.
Giorgio De Lullo, applaudito a scena aperta, ha conferito al protagonista la scandita aitanza di una idealizzata perfezione, snocciolando intrepido, come tutti gli altri, l’interminabile rosario dei suoi monologhi. Esemplare la perfidia politica raziocinante di Romolo Valli, come la imperativa alterigia dell’Albani e la eroica dedizione suicida della Piccolo. Ottimi: Carlo Giuffrè, l’Antonini, il Fuscagni, il Montagnani, il Lavagetto, la Ricci, il Petrini, il Matteuzzi, il Materassi, il Merli, il Battaglia. Gli altri han fatto più scale che parole.
L’orchestra ha suonato obbediente alla non trascendente diligenza del maestro Aldo Ceccato, incorporando nel proprio organico anche il limpido canto di Dora Carral. Il pubblico, via via riscaldatosi, ha applaudito con zelo cortese e, alla fine, insistente. Però, una bella Vedova allegra…! |