Edipo Re
di Sofocle
Alexis Minotis
Corriere Lombardo, 14 settembre 1963
Ieri sera, mentre, nella cavea del miracoloso teatro Olimpico, stavano spegnendosi le luci per la prova generale dell’ Edipo re, davanti a una ventina di invitati, venne un tale trafelato a chiedere, al professor Dalla Pazza, tenace e appassionato animatore di questi spettacoli classici, che cosa si doveva fare: fuori la folla aveva rotto i cancelli e chiedeva, a furor di popolo, di assistere alla rappresentazione. Fu fatta entrare. Saranno stati un duecento, per la maggioranza giovani ed era curioso veder mescolate alle giacchette con gli spacchi e ai collettoni edoardiani dei giovanotti bene della città, le magliette rosse e i pantaloni chiari dei proletari. Indubbiamente, certe sorprese il teatro ce le riserba solo giù in provincia. E non è a dire che Vicenza non sia una città discreta e pacifica. Chi ci avesse predetto che il vecchio Sofocle avrebbe suscitato lo stesso fanatismo di una partita di calcio o di un incontro di boxe?!
Per i novanta minuti che durò la rappresentazione – tutta di seguito senza intervallo, come fu concepita – non si sentì volare una mosca. La tragedia salì con moto sicuro, senza un attimo di cedimento, dalle umane latitudini terrestri verso gli arcani cieli della vertigine religiosa, in un silenzio impenetrabile. Quando Edipo, cieco, condotto per mano dalla pietosa Antigone, scomparve dalla scena, fu come se una tensione, troppo a lungo durata, cedesse all’improvviso, e scoppiò un applauso quale raramente ho udito a teatro. Gli attori, pur tanto bravi ed acclamati, non me ne vogliano: sul principio tutto quell’entusiasmo non era rivolto a loro ma a qualcosa di antico, immutabile e solenne; lo stupore e l’esaltazione di sentire il presente coincidere col passato, l’abbandonarsi fiducioso e consolante a remote verità mantenutesi immutate nei secoli: perché siamo sempre lì, noi, di questo tempo così incerto e malsicuro, siamo e restiamo, ad onta di tutto, un’invenzione dei greci: le dimensioni umane e morali in cui ci riconosciamo, nel bene come nel male, nella passione come nell’intelletto, nella verità come nell’errore, negli sgomenti come nelle certezze, sono rimaste quelle da loro stabilite duemila e più anni fa, e lo stesso cristianesimo vi si è adattato come nel letto di un fiume già volto verso sicuri porti.
Eppure, pur rimanendo quel capolavoro che è, si può anche non ritenere Edipo re il vertice della tragedia ellenica come unanimemente si riconosce. Quanto a purezza lirica, si può legittimamente preferire il Filottete, ad esempio; e non vi dico Elettra o Antigone, per non disturbare il sublime Edipo a Colono. Quando si spazia a certe altitudini, ci si può concedere anche il lusso di spostare la bandiera dall’Himalaia al K-2, abbassando d’un palmo il tetto dell’universo. Ciò che insospettisce è proprio la geniale trovata così “teatrale” che fa da perno alla tragedia e che, nel corso dei secoli, non ha cessato di stupire e di venir celebrata: quel procedere di sorpresa in sorpresa, con gli oracoli alternativamente confermati o smentiti, quell’infilare una serie d’oro di colpi di scena che mantengono col fiato sospeso e dove l’interesse teatrale viene cimentato in misura non minore di quanto l’animo non risulti commosso; quella abilità e quel calcolo, insomma, onde qualcuno poté disinvoltamente parlare, addirittura, di illustre anticipazione della tecnica poliziesca.
In questo senso si potrebbe paradossalmente dire che la tragedia è troppo moderna per poter essere antica. Essa fa già parte del teatro come sarebbe stato concepito venti e più secoli più tardi; con le sue regole e le sue convenzioni. Luci ed ombre, certezza e dubbi, fermezze e sgomenti; la dignità nella vergogna, i pudori dello sposo e le tenerezze del padre, soprattutto il furioso bisogno di verità a costo della propria rovina, con cui il parricida, inconsapevole eppur colpevole, affronta i colpi del destino, senza distogliere mai, per nessuna ragione, religiosa, politica o familiare, lo sguardo dalle profondità della propria coscienza: l’austera sacralità e la magnanima umanità – che fu la grande scoperta sofoclea – non si sono, è vero, ancora messe al servizio, ma vanno già di pari passo con le prospettive e le esigenze del palcoscenico. Qualcosa è saltato, nei modi come nei contenuti. La folgore che colpisce è sempre in mano agli dei, però la facoltà di giudicare e condannare – e fra poco d’assolvere – è già passata in quella dei mortali, lungo l’arduo e doloroso cammino che, sotto la volta remota e indifferente di un cielo misterioso e impenetrabile, vedrà i semidei trasformati in eroi e gli eroi in uomini.
E che pensare della sconvolgente intuizione dell’inconscio capace di trascinare l’individuo, a sua insaputa e suo malgrado, negli abissi della empietà e della disperazione? Dal delitto respinto nel subcosciente, all’identificazione col padre, all’usurpazione del suo posto presso la madre, fino all’incesto, c’è tutto; quasi, per dire, un’indagine psicoanalitica. Catarsi religiosa e assoluzione morale coincidono nel punto preciso in cui le ultime ombre del subcosciente vengono fugate dalla luce liberatrice della conoscenza razionale. Cessa l’angoscia nella raggiunta consapevolezza che si libererà nel sublime canto dell’Edipo a Colono. Sul piano religioso, Edipo si acceca per aver sacrilegamente voluto vedere la verità, sacro attributo degli dei; sul piano psicologico, egli si cava gli occhi – tipica simbologia primitiva! – per aver veduto e goduto il grembo della propria madre, invalicabile tabù.
L’eccezionale interesse della rappresentazione deriva dall’aver chiamato ad allestire la tragedia – recitata nell’ammirevole traduzione di Salvatore Quasimodo – Alexis Minotis, alla cui valentia di interprete e di regista la Grecia deve prevalentemente la rinascita del suo antico teatro. Con lui, si vede finalmente quale sia l’importanza del coro, riportato al suo significato di coprotagonista, presente, incombente e giudicante. Collaboratori tre suoi connazionali: Jannis Tsarouchis per i costumi, così semplici e veri, Maria Horss per le coreografie, sempre severe e funzionali, la grande Katina Paxinou – che è la moglie – per le musiche, dure ed arcaiche; egli ha fatto dei quindici coreuti, fra i quali Mauro Barbagli aveva la responsabilità, ottimamente assolta, delle parole più gravi e severe, un elemento solo che ha recitato, danzato e cantato con ammirevole disciplina, in una regia il cui inedito e sorprendente merito è di fondere l’austera solennità con una semplice e quasi familiare umanità. E Tino Carraro è stato un Edipo come forse mai ne ho uditi – e Dio sa quanti ne ho uditi – per l’equilibrio di una verità che ha sfiorato la sottigliezza psicologica senza mai venir meno all’eroica severità. Un’interpretazione che sarebbe un delitto abbandonare e non perfezionare. Degna compagna per impegno o passione gli fu Anna Miserocchi, che meriterebbe ben altra considerazione di quella che già non gode. Ottimi: Manlio Busoni, Tiresia di ieratica violenza, Elio Jotta, robusto Creonte, Umberto Ceriani, Nunzio dal sincero impeto giovanile, Alfio Petrini, commosso sacerdote. Degni di particolare lode, infine, l’Ortolani e il Ferrari nelle parti dei due pastori, elementi di commedia, dal regista genialmente inseriti nella tragedia. Un successo da far rabbia se si pensa che, tre rappresentazioni e poi basta, nessuno ha pensato di far conoscere lo spettacolo fuori Vicenza. |