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Duplicity
Duplicitydi Tony Gilroy
con Julia Roberts, Clive Owen, Paul Giamatti, Tom Wilkinson (Stati Uniti, 2008)
 
Corriere della Sera, 17 aprile 2009

Due ex 007 a caccia della lozione magica

Una spy story sofisticata in cui due ex agenti, lei della Cia e lui un mini Bond, si incontrano a Dubay e si sfidano per trovare carteggi da cui dipendono i destini del mondo; ma finita la guerra fredda, li troviamo uno contro l'altra armati, come agenti di due ditte concorrenti per scovare il segreto di una lozione eterna, 35 milioni di dollari per sconfiggere la calvizie. Lavorano per il nostro premier? Guai al cinema che non ha più bisogno di humour, ma il regista Tony Gilroy, dopo Michael Clayton in Clooney, agita fin troppo il thriller e lo dilata a oltre due ore quando le sciarade del grande Stanley Donen non andavano oltre i 100 minuti. Comunque il thriller è simpaticamente prolisso con un tour sentimentale, Roma compresa, per far innamorare i restii Julia Roberts e Clive Owen, 87 anni in due. Ma il meglio grottesco sono i boss Wilkinson e Giamatti.

VOTO: 6
Maurizio Porro

 
L'Espresso, 15 aprile 2009

Com'è sexy Julia

La Roberts torna sugli schermi nella spy-comedy "Duplicity" al fianco dell'affascinante Clive Owen

Julia Roberts è cambiata, a 41 anni, dopo il matrimonio con il cameraman Danny Moder, la nascita di tre figli, la fondazione della propria società di produzione Redom (è il cognome del marito, letto al contrario). Adesso c'è in lei qualcosa di solido, forte, maturo: parti da scema non ne interpreterebbe più, forse. Non le circola intorno un'aria amorosa o nuziale, invece una certa durezza. Può certo amare un uomo (in 'Duplicity', Clive Owen), ma è chiaro che potrebbe sopravvivere senza di lui. Nel film è spesso vestita interamente di nero, con lunghi capelli scuri e occhiali dalle lenti nere: sta molto bene.

Lei e Owen sono due specialisti della Cia passati a lavorare per lo spionaggio industriale di due diverse importanti aziende di cosmetici. Lottano intorno alla formula segreta di una lozione capace di vincere la calvizie, che renderà ricchissimo chi la metterà in commercio. Una contro l'altro, viaggiano alla ricerca (a New York, anche a Roma dove come al solito vanno al Pantheon, in un ristorante della piazza): vagano tra alberghi lussuosi, giardini principeschi, uffici-torri. S'innamorano, ma non per questo diventano amici.

'Duplicity' in inglese vuol dire duplicità, doppiezza, ma anche dissimulazione il titolo va quindi benissimo per il film di Tony Gilroy, più lieve e benissimo architettato di 'Michael Clayton'. Il regista, 52 anni, dice di aver cercato "qualcosa di realistico e insieme di stilizzato"(l'ha trovato), dice che il tema di 'Duplicity" (guerra fredda tra corporation, spionaggio industriale fuori controllo) è molto attuale, ma lo sarebbe stato pure tempo fa: "Raramente c'è stato un momento negli ultimi sette anni in cui non sarebbe apparso come un riflesso dello spirito del tempo". Per non parlare di Julia Roberts, divertente, sexy, sarcastica: 'Duplicity' è innanzi tutto un film della star.

Lietta Tornabuoni

 
Il Mattino, 11 aprile 2009

Giochi di spie con sentimento

Ragioni per vedere «Duplicity»: 1)la (ex) numero 1 di Hollywood, Julia Roberts, torna protagonista dopo essere diventata mamma di tre figli e dopo uno snervante periodo d’assenza dai set; 2)il regista Tony Gilroy si è appena fatto valere con l’opera prima «Michael Clayton»; 3)la trama azzarda uno stuzzicante abbinamento tra spy-story e commedia sofisticata. Ragioni per non vederlo: 1)il corpo della Roberts dà ormai l’impressione d'essere disegnato con la squadra sullo schermo; 2)la parte thrilling comporta un rompicapo esasperante; 3)l’antagonista Clive Owen esagera con la sua smaccata imitazione di James Bond... Il giochetto potrebbe prolungarsi perché, si sarà capito, «Duplicity» coltiva solo ambizioni d’intrattenimento correndo sul filo del gradimento individuale. Lui e Lei sono ex funzionari dei servizi segreti (Roberts di quelli americani, Owen di quelli britannici) che si riclano al servizio di due corporation di cosmetici, dirette da incredibili boss interpretati alla grande da caratteristi di classe come Paul Giamatti e Tom Wilkinson. Succede che, al di là degli incidenti provocati da una concorrenza davvero selvaggia, portata avanti senza farsi scrupolo di usare i trucchi più sporchi, il segreto più difficile da occultare finisce con l’essere l’attrazione irresistibile che nasce fra gli stessi protagonisti. Viaggiando da Dubai a Miami, da Cleveland a Roma (tratteggiata con la solita mano pittoresca), è in ballo niente di meno che... la formula che sconfiggerà la calvizie una volta per sempre. Gilroy insiste sino allo stremo sul tema dello «sdoppiamento» tra menzogna e sentimento, penalizzando a intervalli regolari il proprio ritmo allo champagne: non è un caso, così, che la mano più felice la riveli nel rimodellare sulla coppia le caratteristiche che furono della celebre serie giallo-rosa degli anni Trenta con William Powell e Myrna Loy protagonisti («L’uomo ombra»).

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 10 aprile 2009

Confuso intreccio di spie
I due attori non sono sostenuti da una regia adeguata

I raccomandati non imperversano solo nell' omonimo show televisivo di Carlo Conti, ma li incocciamo anche nella vita reale. Sono figure immeritatamente vincenti che implicano qualche curiosità sull' identificazione della controparte: i raccomandanti. In proposito qualcuno dovrebbe spiegarmi quali santi ha in paradiso il britanno Tony Gilroy, regista notevole di Michael Clayton, ma certo non ancora un maestro, per ottenere ben 8 pagine di presentazione del suo nuovo film, Duplicity, sullo schizzinoso e sofisticato New Yorker (che, tanto per segnare una differenza, avendo fra i collaboratori Woody Allen stronca regolarmente le sue commedie). Attesa come un evento, la pellicola ha avuto negli Usa un' accoglienza critica alla grande, incluso un peana su Newsweek per il ritorno di Julia Roberts dopo il parto. Se il film non è affatto male e si vede volentieri, da qui a considerarlo un classico istantaneo ce ne corre. Intanto per raccontare un intreccio da «sophisticated comedy» mascherato da thriller impegna a tali acrobazie fra il 2003 e i nostri giorni, avanti, indietro, due anni prima eccetera, che la visione non è affatto riposante. Anzi piuttosto confusa. Sono stilemi cari al cinema post-spottificato: c' è il regista che muove freneticamente la macchina da presa, c' è quello che spezzetta e intercala ogni scena, c' è l' altro che sconvolge la cronologia. È un modo, pare, per rendersi più interessanti. Ma John Ford non era forse interessante quando affrontava le storie in maniera ordinata e le riprendeva con la macchina sul cavalletto? E Hitchcock non veniva a capo dei più tenebrosi misteri penetrandoli con impeccabile misura? E Cary Grant e Katharine Hepburn non erano forse bravi a rimbalzarsi le battute come palline da ping pong? È quello che cercano di fare la Roberts e Clive Owen, però il duetto non è sostenuto da una regia che saltabecca. Chissà quali sforzi avranno fatto, poveretti; e che difficoltà a ritrovarsi ogni mattina sul set e cominciare a chiedersi: «Ma qui quando siamo? Viene prima o dopo la scena che abbiamo girato ieri? In questo momento ti amo o ti odio?». Impersonano due agenti segreti: lei si chiama Claire e lavora per la Cia, lui è Ray spia inglese. Si incrociano a Dubay ed è il colpo di fulmine: ma svegliandosi dopo un concretissimo sogno d' amore, Ray scopre di essere stato drogato e derubato di certi piani segreti dell' aviazione egiziana. Seguono anni in cui i due spioni decidono, ognuno per conto proprio, di abbandonare il pubblico per il privato con la speranza di guadagni più ricchi. Sicché la donna diventa titolare del controspionaggio nell' azienda diretta da Tom Wilkinson e lui si mette al servizio della ditta concorrente su cui regna Paul Giamatti. Il controcanto dei bravi caratteristi incrementa e colorisce il divertimento; e su questo punto, nulla da eccepire. Alla fine di un farraginoso tira e molla, si delinea il colpo grosso: 35 milioni di dollari per i due marpioni Claire e Ray, pronti a cedere finalmente in comune il segreto rubato di una nuova cura per la calvizie. Saranno premiati? E saranno liberi di amarsi senza trucchi, tradimenti e finzioni? Ne sono ancora capaci? Oltre al Dubai provvedono sfondi svarianti Roma, New York, Londra, Miami, Cleveland, Zurigo: e per lo spettatore è come se avesse acquistato un biglietto aereo circolare che gli garantisce in due ore il giro del mondo. Questa è anche la forza di un cinema ricco, che ti offre sempre qualcosa da guardare a differenza dei filmini dei Paesi poveri. Basta accontentarsi e non gridare troppo spesso al capolavoro.

Tullio Kezich

 
Il Messaggero, 10 aprile 2009

Amore, spionaggio
E creme per la pelle

UNA storia d’amore in cui sia lui che lei sono spie e non sanno mai dove finisce l’amore e inizia la manipolazione. Un film di spionaggio in cui gli agenti segreti non lottano per sventare attentati o traffici d’uranio, ma usano tutti i mezzi più sofisticati e spregevoli per carpire segreti industriali. Una serie di colpi e controcolpi a base di intercettazioni, depistaggi, simulazioni, in cui non sappiamo mai chi stia ingannando chi e perché. Anche se la posta in gioco non sono satelliti o armi di distruzione di massa, ma creme antibrufoli, detersivi, cera per i pavimenti; perché ad affrontarsi sono due multinazionali dei cosmetici e dei prodotti per la casa, cosa che rende ancora più derisorio (e inquietante)lo sperpero di mezzi e di sottigliezze psicologiche con cui viene condotta questa guerra invisibile ma violentissima.
Seconda regia di Tony Gilroy, Duplicity ci ricorda che l’autore dell’impegnato Michael Clayton è soprattutto il brillante sceneggiatore della serie The Bourne Identity e che oggi i generi vivono di scambi, prestiti, contaminazioni. Così in Duplicity, film di spionaggio, commedia romantica, metafora dell’Occidente, tutto è doppio e forse di più.
C’è la sfida fra Julia Roberts e Clive Owen, spie e amanti, complici e rivali, costretti ad amarsi e tradirsi in un vorticare di città e espedienti, ma c’è anche quella a distanza fra i boss rivali, gli strepitosi Tom Wilkinson e Paul Giamatti (da non perdere assolutamente il loro match iniziale al rallentatore, se esistesse l’Oscar per i migliori titoli di testa Duplicity lo vincerebbe a occhi chiusi anche perché ci vorrà tutto il film per capire perché due signori in giacca e cravatta si azzuffano come teppisti di fronte al loro staff e ai loro jet personali).
Ma ci sono anche dialoghi che si ripetono misteriosamente parola per parola a distanza di anni e chilometri, scene viste due volte da due punti di vista diversi cambiando radicalmente senso. Più un arsenale di trovate di sceneggiatura e finezze di regia (Gilroy sa a memoria Hitchcock, guardate come filma gli incontri nelle strade di New York o di Roma) che rendono Duplicity irresistibile e tutt’altro che fatuo.
Perché mentre Owen e la Roberts si amano e si ingannano, si inseguono e si usano, si desiderano e si mettono alla prova, noi in platea iniziamo a pensare che in fondo ogni coppia funziona più o meno così. E che questa parodia della guerra fredda è un’immagine idealizzata ma abbastanza calzante della nostra società opulenta e delle esistenze poco eroiche ma molto complicate dell’immensa middle class planetaria. Esaltata da due interpreti perfetti (magnifica la Roberts, tutta less is more), a loro volta messi in valore da un casting che ironicamente li circonda di comprimari quasi sempre bruttini, dunque, almeno sullo schermo, condannati a vivere per procura.

Fabio Ferzetti

 
La Stampa, 10 aprile 2009

Julia Roberts e Clive Owen con licenza di sedurre

Julia Roberts e Clive Owen, ex agenti speciali dello spionaggio americano e inglese, passano a lavorare per due aziende private di cosmetici, rivali e in lotta per appropriarsi della formula d’una lozione capace di far crescere i capelli e di rendere ricchissimo chi la metterà in commercio. Gli amanti s’incontrano segretamente nelle metropoli del mondo: Dubai, Roma, Londra, Miami, Zurigo, New York. Frequentano alberghi molto lussuosi, tutti simili. Non si fidano una dell’altro, e hanno ragione: va’ a sapere chi inganna chi, nell’impresa comune d’impadronirsi della formula d’oro. Duplicity (significa doppiezza, ma anche dissimulazione) vuol essere fin troppo programmaticamente una commedia brillante. Risulta invece faticosa. L’intrecciarsi cronologico fittissimo (cinque mesi prima, tre mesi dopo, due ore prima, sei settimane dopo eccetera) non aiuta a mantenere le idee chiare; il saltellare in tante parti del mondo presentate soprattutto attraverso aeroporti e alberghi non aggiunge varietà; l’intrigo dei rapporti privati e professionali dei protagonisti è difficile da sbrogliare.

Ma c’è Julia Roberts, finalmente in un vero personaggio dopo almeno quattro anni in cui ha interpretato piccole parti in film corali o prestato la voce ad animaletti dei cartoni animati. Magra, bianca, vestita spesso di nero con capelli scuri e occhiali dalle lenti nere, l’attrice è bellissima ed ha acquisito una autorevolezza tranquilla, una maturità molto interessanti. Dopo il suo matrimonio con il cameraman Danny Moder, la nascita di tre figli, la formazione della sua società di produzione Redom (è il cognome del marito, sposato nel 2002, letto al contrario), sembra diventata più sensuale, più sardonica e divertente: il suo contributo al film è essenziale. Non altrettanto si può dire di Clive Owen: l’attore inglese ha pure l’inconveniente di essere piuttosto rozzo, diciamo un po’ cafone, come era Sean Connery da giovane.

Altra cosa bella: all’inizio, una feroce lotta fisica benissimo coreografata in ralenti tra i due industriali rivali all’aeroporto, sotto un cielo nero da diluvio. Pare l’essenza della concorrenza capitalistica: metaforicamente, s’intende.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 9 aprile 2009

La Guerra Fredda è finita, ma le spie restano

Non più sotto questa o quella bandiera, ma in un campo molto più lucroso, quello dello spionaggio industriale in cui, con un po' di furbizia e parecchia disonestà, si possono anche architettare dei colpi grossi, ai danni, naturalmente, dei nuovi datori di lavoro. Ecco così Claire, che prima lavorava per la CIA, ed ecco, di fronte a lei e contro di lei, Ray, prima al servizio di Sua Maestà Britannica. L'oggetto del contendere è una formula quasi magica per vincere la calvizie di cui due grandissime industrie di cosmetici vogliono impadronirsi a tutti i costi. Mettendo in campo ogni sorta di sotterfugi, con imprese spericolatissime di contorno che ci porteranno un po' dappertutto nel mondo, da Dubai a New York, passando per Londra, Roma, Parigi, Zurigo, avendo sempre come cornici alberghi di lusso e uffici anche più di lusso in grattacieli spettacolari. In mezzo l'intrigo, che si è scritto e poi rappresentato Tony Gilroy, dopo il successo di «Michael Clayton». C'è di tutto: avventure, amori, sesso, doppi e tripli giochi spinti a tal segno che quasi nessuno è mai quello che sembra o dice di essere, mentre i tempi, i colpi di scena, le sorprese si accavallano di continuo, così complicati e ritorti, in certi momenti, che si stenta un po' a ritrovarvi tra le pieghe il bandolo della matassa. Ed è un peccato, perché l'azione è tesa e nervosa, certe pagine son costruite furbescamente in modo da provocare il massimo di tensione possibile e i caratteri dei due protagonisti, sia quando si amano sia quando si ingannano, sono affidati spesso a psicologie molto elaborate, sostenute, nel corso dell'intera vicenda, da dialoghi scoppiettanti e vivaci derivati molto più dalle commedie sofisticate che non dai drammi di spionaggio. Comunque gli interpreti si impegnano al massimo per esorcizzare nei limiti del possibile le lacune e, per un altro verso, le complicazioni tortuose del testo. Nelle vesti di Claire c'è Julia Roberts, smagrita, con un fascino qua e là attenuato ma con una mimica capace, ad ogni svolta, di esprimere le sfumature più sottili, anche senza ricorrere alla parola. Di fronte ha Clive Owen che, con ogni evidenza, recita e gestisce pensando a Cary Grant. Senza tradirlo troppo.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011