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Due partite
di Enzo Monteleone
con Margherita Buy, Paola Cortellesi, Isabella Ferrari, Marina Massironi
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Il Giornale, 13 marzo 2009
Una canasta tra (acute) chiacchiere
Otto brave attrici (da Margherita Buy a Isabella Ferrari)per una commedia, Due partite, acuta e spiritosa, a essere pignoli troppo teatrale. Ovvio, è tratta da una fortunata pièce di Cristina Comencini, sceneggiata dalla stessa autrice con il regista, Enzo Monteleone. Prima parte, anni Sessanta. Quattro signore della borghesia bene si riuniscono per la canasta del giovedì. Giocano (poco) e parlano (molto). Trent’anni dopo le figlie s’incontrano al funerale di una delle quattro. Ovvero altre chiacchiere (intelligenti) tra sogni e delusioni. Ecco perchè non ci può essere parità dei sessi: quattro uomini al tavolo da gioco non tradirebbero mai le carte per i pettegolezzi.
voto 7
MB
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L'Unità, 7 marzo 2009
Foto di gruppo (borghese femminile)
Il mistero delle otto donne in riunione permanente di DUE PARTITE? La complicità distante, la schiettezza e le reticenze, quel modo di stare al mondo che intenerisce gli uomini, li ammalia e certe volte li spaventa. Cristina Comencini ed Enzo Monteleone hanno ricavato un caleidoscopio vintage, romantico, sofferto dell’universo femminile per come conoscevano le loro mamme e per come hanno interpretato o conosciuto il ruolo delle figlie. La Comencini è stata anche regista teatrale del testo che ha scritto ma ha ceduto a Monteleone la trasposizione al cinema. Dalle tavole del palcoscenico arrivano Margherita Buy, forse una promessa pianista che ha rinunciato per la famiglia, una dolce Isabella Ferrari in cinta che ricorda molto la Julienne Moore di “The Hours”, Marina Massironi che ama scandalizzarsi chiedendo come va a finire. Si è aggiunta Paola Cortellesi, portatrice delle ragioni dell’amante e forse pure della moglie (frustrata), lunghe boccate di sigaretta mentre cita l’infelice Sylvia Plath, suicida domestica per colpa dell’ago e del ferro da stiro. Borghesi e a modo nell’Italia dei Sessanta, sono riunite per una partita pomeridiana di carte allo stesso modo delle loro vecchie mamme, che andavano in chiesa per socializzare.
Trent’anni dopo si incontrano nello stesso soggiorno, imbiancato e toccato fuggevolmente dalla modernità, le figlie delle quattro. Alba Rohrwacher vive quel giorno il lutto, la mamma Isabella Ferrari amante dei libri ha tagliato la corda di sua volontà. Le altre sono fortemente dirette, post-moderne nell’analisi della loro condizione: Valeria Melillo (era tra le 4 del teatro) vuole un figlio comunque sia, una forzata della provetta, Claudia Pandolfi si teme “maschilmente” in carriera, “virilmente” in competizione col compagno, Carolina Crescentini è una concertista che non si accorda coi modi soffici del suo uomo. Il bilancio? Ancora un senso di frustrazione, una difficoltà a trovare un ruolo che davvero soddisfi, come se trent’anni fa e oggi ancora la donna sia psicologicamente portata a provare formule, tentare approcci e ruoli che si adattino all’uomo che hanno accanto. Come se comprenda appieno la sua posizione fondamentale e comunque accetti più facilmente il compromesso. Ed Enzo Monteleoni? Con un ensemble formidabile di attrici (assistito dalla compagna montatrice Cecilia Zanuso) tenta di aprire le finestre per non far soffrire la claustrofobia dell’unica location. Movimenti di macchina insistiti, stacchi continui, un lavoro improbo per dare ritmo e un risultato interessante.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 13 marzo 2009
Otto grandi soliste «firmate» Comencini
La claustrofobia social poetica della ricorrenza vista con nostalgia portata a domicilio da Mina e Scandalo al sole e quattro signore borghesi con bocchini e smalto rosa nei 60 che si trovano ogni giovedì per giocare a carte (canasta o ramino nessuna apre mai...) sparlando di sentimenti e amori. Se telefonando, se litigando, etc. Ma 50 anni dopo, oggi le figlie sono sempre impantanate negli stessi problemi. Sarà che le carte buone non arrivano mai? Bella commedia della Comencini, sfruttata al meglio da Monteleone con malinconia al gusto di madeleines sciolte tra il come eravamo, lunghi pranzi di Natale alla Thornton Wilder e il metti una sera a cena snob di Patroni Griffi & Giovani. Attrici fantastiche: a teatro erano le stesse, qui si sdoppiano, 8 voci soliste perfette in un concerto mai banale né rassicurante e spesso spiritoso col finale straziante firmato da Rilke. (m. po.) voto 7,5
Maurizio Porro
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Il Manifesto, 6 marzo 2009
Madri e figlie, confidenze dietro alle carte
Due partite sono quelle che giocano con la vita quattro madri e quattro figlie: le prime negli anni Sessanta coi loro chignon, le canzoni di Mina, i sogni nella cassetto immolati alla casa e alla famiglia, i mariti traditori o noiosi o traditi e quel senso di vuoto ineffabile di persone, donne, costrette in ruoli impersonati con sempre più disagio. Le seconde, le figlie, vivono oggi, nel presente di lavoro, nevrosi, relazioni complicate, uomini sfuggenti, il dilemma figli sì figli no, una irrequietezza se non identica assai affine... Il testo di Cristina Comencini è stato prima uno spettacolo teatrale: Margherita Buy, Marina Massironi, Isabella Ferrari, Valeria Milillo erano le madri e le figlie. Due partite film, con la regia di Enzo Monteleone, anche autore della sceneggiatura insieme alla stessa Comencini, raddoppia invece la presenza di attrici: ne restano alcune delle originarie (Buy, Missironi, Ferrari) nel ruolo di madri dove si aggiunge Paola Cortellesi, mentre Milillo scivola tra le figlie insieme a Alba Rohrwacher, Carolina Crescentini, Claudia Pandolfi. Il tutto per dirci sempre dei mali oscuri di una generazione che mancò il sessantotto e le lotte femministe e di un'altra post a cui comunque l'esperienza passata non sembra avere lasciato tracce.
C'è un certo odore di vecchi merletti in questo film, un po' lo stesso che si respirava in scena, con la stessa carta vincente - è il caso di dirlo visto che le madri si vedono ogni giovedì per giocare a carte - è il cast: otto attrici tra le migliori del cinema italiano, cosa che però sottolinea ancora di più il senso di vuoto. Infatti con una materia così bella, dolorosa, eccitante, antica - il rapporto madre/figlia - le sfumature possibili erano infinite. Come le opportunità di giocarsi infiniti registri di personalità, paradossi, recitazione, sfumature di toni. Invece queste otto donne, madri&figlie, sono tutte un po' delle figurine, le prime con gli abiti vintage, le seconde tutte nerovestite, avvilite in ruoli incollati su di loro di noiosa superficialità. Di cosa parlano queste donne, anche la più fragile, che si suiciderà in vecchiaia, come la madre, come se fosse un destino delle donne di famiglia? Di maschi. Una madre lo tradisce il marito ma non lo lascia. L'altra ne subisce i tradimenti. Una figlia è scocciata dalla troppa affettuosità del compagno, l'altra si lamenta perché i maschi quando parla di figli - certo che lei è un pochino fissata - scappano ancora prima di cominciare. Roba da posta del cuore, di quelle trascinate via senza vivacità, con uno sguardo sulle donne che diventa persino irritante (e è una donna a averlo scritto!) in questa sua formattazione banale. Isteriche, crudeli, lacrime e baci. Che strazio.
Cristina Piccino
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Corriere della Sera, 6 marzo 2009
Madri e figlie, generazioni a confronto: ma la struttura teatrale delude al cinema
Cristina Comencini, autrice e regista a teatro di «Due partite» e Enzo Monteleoni che ha portato al cinema la piéce teatrale di successo. Il regista ha diretto per il grande schermo «El Alamein» e in tv «Il capo dei capi» Il successo a teatro - due anni di repliche in giro per l' Italia - ha fatto arrivare Due partite anche al cinema, affidato però non alla sua autrice e regista teatrale Cristina Comencini ma a Enzo Monteleone, già sceneggiatore (per Salvatores, Mazzacurati, Piccioni e D' Alatri, tra gli altri) e ora soprattutto regista (El Alamein al cinema, Il tunnel della libertà e Il capo dei capi alla tivù). Il film mantiene non solo la struttura drammaturgica del testo teatrale (pubblicato da Feltrinelli), ma ne segue anche piuttosto scrupolosamente il dialogo, concedendosi una sola, rilevante novità: lo sdoppiamento del cast. Pièce e film, infatti, raccontano l' incontro per la consueta partita di canasta settimanale di quattro amiche e, una trentina di anni dopo, il ritrovarsi dopo un fatto luttuoso, delle loro rispettive figlie. A teatro madri e figlie erano interpretate dalle medesime attrici: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo. Sullo schermo le madri sono affidate ancora alla Buy, alla Ferrari e alla Massironi, a cui si aggiunge Paola Cortellesi, mentre la Milillo passa nei ranghi delle figlie, accanto a Carolina Crescentini, Claudia Pandolfi e Alba Rohrwacher. Qualche irrilevante comparsata maschile appare solo nella scena di raccordo tra il passato e il presente, quella che si svolge in un cimitero. Ambientato, diversamente dalla messa in scena teatrale, nello stesso appartamento, che la scenografa Paola Comencini ha saputo vivificare con un lavoro ben più approfondito del semplice «arredamento d' epoca» (decisamente notevole il lavoro sui quadri alle pareti, davvero insolito per il cinema italiano), il film è tutto centrato sui dialoghi delle otto protagoniste, grazie ai quali la Comencini cerca di affrontare alcuni degli aspetti che girano intorno al tema dell' emancipazione femminile. È certamente la qualità migliore del film ma anche, in qualche modo, il suo tallone d' Achille. Borghesi decisamente agiate, ognuna con un carattere o una faccia specifica della identità femminile benestante pre-Boom - l' acida repressa (Buy), la remissiva cuorcontenta (Massironi), la fredda disillusa (Cortellesi), la romantica incinta (Ferrari) - le quattro madri funzionano più sulla carta (e a teatro) che sullo schermo. Il difetto maggiore è una certa ostentata programmaticità che finisce per trasformale da personaggi in tipi (fin troppo) caratteristici. Il testo della Comencini sa spesso cogliere nel segno, quello di una insoddisfazione generazionale e caratteriale non scontata, dove si mescolano fragilità psicologiche e condizionamenti sociali, intuizioni proto-femministe e (probabilmente) ricordi autobiografici, ma una certa «meccanicità» drammaturgica funzionale al palcoscenico finisce per stonare sullo schermo. Soprattutto quando la battuta o la gag (come le quasi doglie della Ferrari) arrivano sempre esattamente quando te lo aspetti, secondo una regola che a teatro può far scoppiare l' applauso della platea ma al cinema sa troppo di prevedibile. Per questo convince di più l' incontro tra le figlie, che Monteleone filma con maggior libertà e invenzione, abbandonando quelle carrellate circolari della prima parte che invece di movimentare la scena finiscono per dar l' impressione di «imprigionare» ancora di più le madri nei loro ruoli. Il tema della pièce ruota intorno all' eterna insoddisfazione delle donne per il loro ruolo, prigioniere di schemi borghesi da cui non vogliono (oltre che non possono) ribellarsi negli anni Sessanta e che ritrovano poco o niente cambiati anche qualche decennio dopo, quando l' indipendenza economica o la realizzazione personale non sembrano aver fatto raggiungere alle figlie quegli ideali di felicità che le madri sognavano. L' idea della messa in scena è quella di lasciare gli uomini fuori dal quadro ma di «interrogarli» silenziosamente per i loro comportamenti, ieri senza colpevolizzarli più di tanto (anche le madri malmaritate finiscono per accettare quel ruolo di cui si sentono in buona parte co-responsabili) e oggi chiamandoli in causa direttamente, chiedendo loro ragione delle proprie azioni, ma sempre senza nascondere le proprie responsabilità. Peccato che alla fine la sensazione sia più quella dell' esercizio d' intelligenza che d' introspezione, dove la prova d' attrice vince su quella di regia e l' atteggiamento che si chiede al pubblico sia quello di ammirare il funzionamento di un meccanismo ben oliato piuttosto che quello di immedesimarsi o di appassionarsi per qualcuna delle otto vite raccontate.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 6 marzo 2009
Mogli o madri?
Soprattutto donne
Quattro donne giocano a carte negli anni 60 scambiandosi sogni, confidenze, ricordi, stoccate. La casa è borghese, abiti, acconciature e canzoni sono così rigorosamente d’epoca che fanno un po’ museo del modernariato, tutto è tipico, anzi archetipico. Normale: Due partite era una pièce di Cristina Comencini, ora è un film di Enzo Monteleone, ma il passaggio di testimone (e di sesso) non aggiunge granché. Il film si accontenta di illustrare la commedia come le attrici si accontentano di recitare i dialoghi, spesso brillanti, anche molto bene, ma senza uscire dal bon ton. Tailleur e amarezze, giri di perle e prese di coscienza. Si può rinunciare alla carriera per la famiglia, all’amore per la comodità, al piacere per il decoro? Difficile: sono donne troppo educate, troppo legate alle madri per liberarsi (belle le tirate della Cortellesi sull’amore-paura per sua madre e sulla “barbarie” del parto), e saranno le loro figlie a patirne, trent’anni dopo, nell’epilogo abbastanza sfocato. Il concetto è chiaro, forse troppo. Due partite cerca certezze, non dubbi. Un’utile ricapitolazione (Italian Graffiti?) visto quanto sono tornate indietro le donne (il mondo). Sarebbe bello però che a quei corpi e a quelle vite si chiedesse anche altro. E che l’ottimismo finale di quegli otto sguardi in macchina non sembrasse solo un atto di volontà.
Fabio Ferzetti
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