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Due gemelli Veneziane
di Carlo Goldoni
regia Luigi Squarzina
costumi di Gianfranco Padovani
con Alberto Lionello, Morlacchi, Mannoni, Guzzinati, Brogi, Milli, Pagni, Giangrande, Cappuccio
Corriere Lombardo, 13 marzo 1963

Chi scende e chi sale. Cambio della guardia? Sarebbe bella e non mi meraviglierei che il glorioso Arlecchino servitore di due padroni, sul quale vive di rendita morale il Piccolo di Milano, dovesse essere soppiantato, negli entusiasmi stranieri, dai Due gemelli veneziani (1747), il nuovo festoso, clamoroso e rapinoso spettacolo tipo esortazione, varato ieri sera, con uno strepitoso successo, dal Teatro Stabile di Genova a coronamento di questo suo vero e proprio anno di grazia. Il copione e la rappresentazione sembrano fatti apposta per piacere all’estero. Quel loro piglio così “all’italiana”: le maschere, la Commedia dell’Arte, l’esaltazione del teatro per il teatro che si risolve e si esaurisce in un fatto visivo e ritmico, puro “mimo” e non ancora articolato discorso poetico affidato alla parola, se hanno l’inconveniente di volgarizzare e convalidare, una volta ancora, l’equivoco del Goldoni preriforma a scapito del Goldoni fondatore del nostro teatro nazionale – è sempre stata e continua ad essere la sua sorte fuori dei confini – hanno anche il vantaggio di un linguaggio elementare, universalmente comprensibile, estremamente utile ai fini della diffusione fra pubblici di diversa lingua.
Detto ciò, c’è anche da domandarsi, alla luce di certe moderne concezioni del teatro o quantomeno dello spettacolo, se questo Goldoni cosiddetto minore, alla Carlo Gozzi, tanto per intenderci, sia proprio tutto da buttar via. E se lo siano in particolar modo qusti Gemelli veneziani persistentemente maltrattati dalla critica tradizionale. Certo, per il radicato e comodo luogo comune, tanto fallace, quanto duro a morire, del “buon papà Godoni”, artificiosamente costretto, dalla critica ottocentesca, nelle angustie di un realismo espressivo o borghese al servizio di un conformismo moralistico bempensante.
Mettiamo pure che il manifestarsi come dimensione autonoma che non obbedisce ad alcun altra legge e coerenza: né veristica, né psicologica, né sentimentale, né morale, eccettuata la propria autosufficienza di gioco fine a sé stesso, dipendano dai tipi, dai lazzi e dalle situazioni, disinvoltamente rubati ai repertori della Commedia Improvvisa – nel copione c’è di tutto, perfino tipici elementi da opera buffa, assai opportunamente valorizzati, sia dalla regia, sia dalle musiche di Chiaramello – ; sta di fatto che il commediografo non ha fatto niente né per attenuarli né per convogliarli verso un ordine qualsiasi. Anzi. Quel che ha messo di suo è un’ulteriore dose di indifferentismo morale, a tutta prova, starei per dire l’ostentazione di una lucida crudeltà cerebrale che tocca le punte acuminate del libertinaggio intellettuale settecentesco, senza nemmeno escludere, con quei due morti avvelenati in scena, che dei dolori viscerali d’un atroce agonia fanno disinvolto pretesto per una baldoria di risate, si bordeggia non molto lontano dalle coste di quel sadismo sardonicamente assaporato, del quale il Secolo dei Lumi ebbe la maliziosa eleganza di lasciare tutta la responsabilità al Divino marchese De Sade, persuaso di liberarsene una volta per tutte.
L’argomento offerto alla personale esibizione, una volta tanto senza maschera, del celebre Pantalone della Compagnia Medebac, Cesare D’Arbes, egualmente eccellente sia nelle note della goffaggine tonta, sia in quelle della spiritosità galante, non è altro, naturalmente, che una delle innumerevoli filiazioni del tema plautino dei Menecmi; con questa differenza: che i due gemelli, fisicamente eguali, sono di temperamento opposto: uno sciocco onesto e uno furbo un po’ canaglia, uno vigliacco e uno coraggioso, uno sparagnino e uno prodigo, uno timido e uno intraprendente; con tutti i qui pro quo, le sorprese, le opposte reazioni e i capovolgimenti di situazioni che derivano dal decorrere parallelo, dal sovrapporsi e dall’aggrovigliarsi di due vicende amorose, non aliene, l’una e l’altra, da momenti salaci; accidentate per l’intervento di altri due innamorati, un Florindo amico malfido e un Lelio sbruffone poco più o poco meno di un Capitan Spaventa degradato ad avventuriero; insaporite dall’intrusione delle maschere: Balanzone, Arlecchino, Brighella e Colombina; e, come le complicazioni romanzesche non bastassero, rabbuiate dalla presenza di un Tartufo in sedicesimo, ladro, truffatore criminale, omicida e suicida, che, nemmeno a farlo apposta, in mezzo a una congrega di amorali pronti a mutar vento unicamente dove volge l’interesse economico o sensuale, senza far nessun conto dei reati perpetrati falsificando lo stato civile, e senza impressionarsi troppo d’aver corso il rischio di sposare la propria sorella e tanto meno per dei parenti – il gemello sciocco, povero diavolo – tolti spicciativamente di mezzo col veleno, è l’unico in possesso di una disperata passione senile vergognosa e torbida fin che si vuole ma romanticamente autentica.

Dell’avventuroso copione, giustamente definito uno scenario della Commedia dell’Arte modellato sullo stampo di una commedia classica, o viceversa, con volubile fantasia, Luigi Squarzina ha fatto uno spettacolo acrobatico ed esplosivo, incalzante di gags spericolate, godibile da cima a fondo, facilitato dalla agilissima scenografia e dagli allegrissimi costumi di Gianfranco Padovani. Tre ore di riso puro, disimpegnato e senza messaggi. Sempre sulla cresta dell’onda, Alberto Lionello, ora “mamo” sornione, ora Casanova alla buona, ha dato fondo, con sfacciata sicurezza, a tutta la sua irresistibile simpatia, al centro di un vortice nel quale si sono gettati con ebbra eccitazione: la spiritosissima Morlacchi, la parodistica Mannoni, la petulante Guzzinati, il funambolico Brogi, sorprendente Arlecchino, il tortuoso Milli, il clamoroso Pagni, il lepido Giangrande, l’efebico Cappuccio e tutto il resto della intrepida compagnia.
   
© Sipario 2011