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Dr. Plonk
di
Rolf de Heer
con Nigel Lunghi, Paul Blackwell (Australia, 2007)
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Il Messaggero, 5 luglio 2008
Un gioiello, muto e in bianco e nero
Il Dr. Plonk è uno
scienziato pazzoide dei primi del Novecento che dopo aver scoperto
che il mondo finirà di
esistere nel 2008, decide di fare qualcosa. Respinto con derisione
dal primo ministro, lo scienziato baffuto inventa una macchina
del tempo che lo proietta nell'Australia del 2007. L'intenzione è avvertirci
dell'imminente apocalisse. Verrà scambiato per un terrorista
e sarà rincorso da mezzo mondo in un esilarante finale
col sorriso. Nessuno si sarebbe aspettato da un cineasta come
de Heer un film punk come Dr. Plonk: muto e in bianco e nero, è un
adorabile omaggio alla commedia slapstick di Charlie Chaplin,
Buster Keaton e Harold Lloyd. Nella seconda parte emerge anche
il Tati di Playtime con il povero Dr. Plonk spaesato dall'alienazione
architettonica ed esistenziale del mondo di oggi. Un gioiello
per cinefili. Dall'autore rude e severo di Bad Boy Bubby e
The Tracker una vera sorpresa. Evidentemente la dolce comicità primordiale
degli aborigeni del suo ultimo 10 canoe lo ha spinto a cercare
di riprodurre i meccanismi della risata dei padri della settima
arte. In tutto e per tutto è un film muto girato con
mezzi moderni. Straordinaria la performance di Reg, il cane
esagitato del Dr. Plonk.
Francesco Alò
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Corriere della Sera, 4 luglio
2008
Oltre le comiche: cinema muto (in bianco e nero) per raccontare
un' attualità disumana e violenta
Il cinema «muto» spesso è vissuto come
un impoverimento: immagini senza parole. E in una società dove
l' attenzione è catturata soprattutto dai suoni (e dai
rumori), questa «mancanza» sembra un peccato imperdonabile.
Invece, storicamente (e teoricamente) è vero il contrario,
perché l' arte della messa in scena finisce per essere
esaltata dal bisogno di far ricorso solo agli elementi puramente
visivi. Come può dimostrare la visione di uno qualsiasi
dei tanti capolavori del cinema pre-1927 (a cui non a caso è dedicato
un festival di altissimo livello, quello di Pordenone) o l'
esempio di un gigante come Chaplin, che delle parole fece a
meno anche quando tutti le usavano. Per questo succede che
anche in epoca di Dolby Surround, qualche regista voglia misurarsi
con la purezza delle immagini, senza dover far ricorso alle
parole. Lo aveva fatto nel 1999 Aki Kaurismaki, con Juha, dove
uno dei melodrammi fondanti della cultura finlandese (scritto
da Juhani Aho) riviveva sullo schermo senza l' ausilio dei
dialoghi. Ci ha riprovato l' australiano (ma nato in Olanda)
Rolf De Heer con Dr. Plonk, presentato l' anno scorso nella
sezione Extra della Festa di Roma e arrivato adesso sui nostri
schermi. All' origine del film, che per 84 minuti rispolvera
le vecchie didascalie a tutto schermo, c' è la voglia
di abbandonare la tecnologia moderna e misurarsi con le tecniche
dei primordi. Un' idea che al regista è venuta aprendo
un frigorifero dove erano contenuti ventimila metri di pellicola
vergine andati a male: una specie di sfida con se stesso e
con la capacità di usare quello che oggi sembra dimenticato:
pellicole in bianco e nero, attori mimi, cineprese a manovella,
strumenti musicali senza elettronica... Un' operazione di «filologia
cinematografica» che ha finito per influenzare anche
la scelta del soggetto, che a questo punto non poteva che essere
coerente con la tecnica utilizzata e quindi con l' epoca in
cui quelle stesse tecniche erano di uso corrente. Per questo
il film si svolge nel 1907 e ha come protagonista un fantomatico
dottor Plonk, inventore misconosciuto a cui nessun problema
sembra insolubile. Con lui c' è l' immancabile assistente,
Paulus, oltre che un po' tonto questa volta anche sordo e muto.
E una moglie che nella miglior tradizione delle comiche unisce
lo spirito arcigno con la stazza extra di una Tordella. Tre
maschere più che tre personaggi, le cui caratteristiche
fisiche e comportamentali richiamano immediatamente quelle
dei protagonisti delle prime comiche e per i quali sono stati
scelti attori non tradizionali: per Plonk un vero artista di
strada, Nigel Lunghi; per l' assistente Paulus l' attore teatrale
Paul Blakwell; per la moglie la caratterista di successo Magda
Szubanski, che qualcuno ricorderà come la signora Hoggett
nei film su Babe, il «maialino coraggioso». Le
gag tipiche del muto (scivoloni, scambi di persona, inseguimenti)
che aprono il film, lasciano il campo a una sceneggiatura più complessa
quando il dottor Plonk si convince che il mondo finirà tra
101 anni, cioè nel 2008. E costruisce una macchina del
tempo, con tanto di cassa (da morto?) trasportatrice per viaggiare
nel futuro e trovare la prova inoppugnabile delle sue teorie.
A questo punto il film alterna una serie di viaggi nel futuro
- che poi è il nostro oggi - dove Plonk e Paulus scoprono
un mondo disumanizzato, ipnotizzato dalla televisione e dominato
da invadenti poliziotti, con una girandola di gag sui va-e-vieni
tra il 1907 e il 2008, dove l' insipienza di Paulus e la goffaggine
della moglie rendono sempre più problematici i viaggi
nel futuro di Plonk. A volte ingenuamente divertente, a volte
inutilmente ripetitivo, il film di De Heer recupera attraverso
lo svolgimento della trama il senso della scommessa «tecnologica» che
sta alla sua origine. Come il mondo del 2008 appare ai viaggiatori
nel tempo disumano e violento, gratuitamente opprimente e in
fondo antilibertario, così la tecnica cinematografica
e narrativa messa in campo (compresa una macchina da ripresa
a cui è stato aggiunto un meccanismo a manovella per
far girare la pellicola) vuole rivendicare una libertà di
idee e di progetti che oggi sembrano definitivamente tramontati.
Salvo poi accorgersi che non tutto funziona (i vecchi processi
di sviluppo e stampa sono impensabili con le pellicole odierne)
e che nemmeno con le migliori intenzioni si riesce a togliere
a questa operazione, così come a quella di Kaurismaki,
il sapore di una scommessa interessante ma impossibile da vincere.
Paolo Mereghetti
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Il Giornale, 4 luglio 2008
Lo scienziato d'antan rincorre il futuro
Quando la Festa di
Roma sarà un ricordo, sarà doveroso
ricordare che essa ha presentato, oltre al modesto e molesto
Borat, anche grandi film come The Departed di Scorsese, La
città proibita di Zhang Yimou e Into the Wild di Sean
Penn; e nemmeno Juno di Jason Reitman era male. Ai meriti pregressi
della Festa appartiene anche questo Dr.Plonk di Rolf De Heer,
sebbene giunga al pubblico quasi un anno dopo, quasi alla vigilia
dell'ultima Festa, probabilmente.
Regista di film che - per varie ragioni, salvo gli incassi
- non si dimenticano, come Bad Boy Bubby, Balla la mia canzone,
The Tracker, Alexandra's Project e 10 canoe, de Heer pareva
però negato all'umorismo. Invece - ora lo sappiamo -
può fare anche quello. Non in modo originale, certo,
però ancora una volta in un modo che non si dimentica:
imitando le comiche del cinema muto americano, che però duravano
molto meno.
In Dr.Plonk non echeggia una parola: ci sono solo colonna sonora
al pianoforte e didascalie per raccontare costruzione e uso
di una macchina del tempo che porta uno scienziato o il suo
sordo assistente nel 2007, per scoprire che, a quel punto,
il mondo è alla fine. O almeno così pare a loro.
Girato ad Adelaide, Australia, con pochi soldi e una cassa
(il veicolo della macchina del tempo), Dr.Plonk satireggia
i governi australiani e le sue classi medie con villetta, dove
tutti gli inquilini non si guardano e non si parlano, ma guardano
la tv, passivi e silenziosi. Dr.Plonk non è un capolavoro,
tira in lungo, ma in questa stagione è fra il meno peggio
che ci sia.
Maurizio Cabona
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