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Dressed to kill... killed to dress...Dressed to kill... killed to dress...

coreografia: Robyn Orlin
Parigi, Théâtre de la Ville, dal 17 al 20 marzo 2008

   
 
La Stampa, 26 marzo 2008
Gag e travestiti. Ora il kitsch balla

Dura ormai da tempo l'histoire d'amour fra Parigi e Robyn Orlin. La coreografa sudafricana fa parte di quella schiera di «adottati» alla quale i francesi forniscono generosamente possibilità di creare (per esempio all'Opéra, dove è stata chiamata a coreografare L'allegro, il penseroso e il moderato di Händel), residenze (al Centre National de la Danse di Pantin) e successo (al Théâtre de la Ville che la invita molto di frequente).

Personaggio singolare, ebrea di origine esteuropea, cresciuta in Sudafrica in una famiglia impegnata, con studi di danza a Londra e in giro per il mondo, nel corso degli anni Orlin ha elaborato uno stile agitatorio spesso poco raffinato ma di forte impatto emotivo, con un grande uso di proiezioni video per raccontare in contemporanea un altro mondo. Può essere il Sudafrica selvaggio o le periferie urbane come nell'Allegro, il penseroso e il moderato; oppure semplicemente il backstage dei suoi spettacoli. Quel che affascina è il suo teatrodanza agitprop, i suoi pamphlet coreografici che denunciano il razzismo e l'epidemia dell'Aids, la volontà di dare la parola a coloro che non ne hanno diritto, costantemente calata nella cultura Zulù tipica del suo Paese.

Questa capacità di mescolare attualità e tradizione africana conferisce ai suoi spettacoli un gusto singolare, un sapore postesotico. Prendiamo per esempio Dressed to kill... killed to dress... presentato al Théâtre de la Ville. L'idea è di mettere in scena lo «swenking». Per chi non lo sapesse, consiste in sfilate-concorso ai quali i neri poveri sudafricani, soprattutto gli uomini, gli operai, gli impiegati in lavori umili si dedicano nei giorni di festa. Cercano così un loro riscatto coprendosi di gioielli, abiti sgargianti e accessori coordinatissimi. È una vague tipica della sottocultura nera che ha preso piede a partire dagli anni Cinquanta. Viene in mente il fenomeno analogo raccontato nel documentario Paris is burning con le sfilate di drag queen nere. Il termine deriva dall'inglese «to swank», «pavoneggiarsi» e ormai risponde a codici gestuali precisi. Sfilare vuol dire mettere in evidenza il calzino coordinato con la camicia e la cravatta, ostentare le mani cariche di gioielli, esibire il taglio di giacca e pantaloni.

Orlin mette in scena tutto ciò mescolando i propri artisti con «swenkas» autentici. Il concorso-sfilata diventa spettacolo sgangheratissimo in scena e con il retropalco continuamente «svelato» in video. C'è un presentatore superchecca. Un'aiutante-virago travestita da uomo. Un famoso soprano nera peso-massimo che canta il Valzer di Musetta travestita anche lei da maschiaccio. Non manca l'omaggio alla cultura tradizionale nera, rimasticata in chiave pop, con il sopranone in abito da tigressa in stile Cavalli e un pelo di tigre intorno al collo come se fosse un renard. Molti i passi di danza afro. Comicissimo strip finale.

Certe gag sono un po' troppo insistite, l'organizzazione dei materiali un po' confusa, ma il pubblico sa che «bisogna» divertirsi. Omaggio in chiusura a Gérard Violette, storico patron del Teatro, signore della danza parigina, che a fine stagione lascia la direzione per sopraggiunti limiti di età. «Dressed to kill... killed to dress...»

Sergio Trombetta

     
 
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