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Dopo la caduta
di Arthur Miller
Corriere Lombardo, 2 novembre 1965

Ormai Milano è declassata a città di seconda visione. Fate i conti e poi sappiatemi dire quanti, dei maggiori spettacoli dell’anno scorso hanno girato al largo. Così vogliono evidentemente i gestori delle sale che riserbano alla prosa i cantucci lasciati liberi dalla rivista, e così hanno deciso i Teatri Stabili che fanno gli impresari privati. Risultato?
Compagnie che vorrebbero non possono formarsi, e quelle che si formano devono accontentasi di ciò che passa il convento. E dire che fin che si facevano meno chiacchiere e più fatti, quando la popolazione era la metà e i teatri erano il doppio di adesso, Milano fu una delle capitali europee delle rappresentazioni drammatiche! Così anche l’ultimo copione di Arthur Miller ci ha messo un anno per arrivare al Manzoni e far correre la gente per vedere fino a che punto Monica Vitti è brava a far ricordare o a far dimenticare Marilyn Monroe. Dopo la caduta non è una commedia, e solo una nevrosi sceneggiata. In compenso, è una cattiva azione con due aggravanti: che è stata compiuta da un uomo d’ingegno e che ha avuto un successo mondiale di curiosità scandalistica. Qui da noi, poi, ha una aggravante in più: che è stata allestita molto bene ed è recitata benissimo. I suoi affari il Teatro Stabile di Genova li sa combinare.
Tra il fare della propria esperienza privata materia e incentivo d’arte e il farne, sia pure in buonafede, una speculazione corre una bella differenza. In un’intervista Miller scopre l’ombrello quando dice che “ogni autore è autobiografico e l’essenziale è che, raccontando di sé stesso, racconti le storie, i problemi, i sentimenti degli altri e ne riveli il significato, trasformando il suo caso in un tema universale”. Figurarsi, in questo modo Dante ha scritto la Divina Commedia, però D’Annunzio ha scritto Il fuoco. Dove vanno a finire i significati universali quando, alla resa dei conti, ti trovi ad aver assistito alle pompe di un narcisismo masochistico, all’ambiguo spogliarello morale di uno che gode a far credere di farsi schifo e più insiste a infangarsi e meno lo senti sincero?
Nella stessa intervista, poi, bara quando aggiunge irritato: “Chi è Maggie, chi è Maggie? Si chiedono tutti. Ecco, Maggie è il personaggio di una commedia sull’incapacità di scoprire dentro di sé il segreto dell’autodistruzione”. Ma si è mai fatto la domanda perché si chiedono tutti chi sia e tutti si siano dati la medesima risposta? a cominciare da Kazan primo regista della commedia, che volle anche esteriormente il personaggio somigliante a quella povera donnetta della Monroe, la quale, lei sì, pagò di persona togliendosi la vita per via dell’incapacità di scoprire etc., senza che nessuno le desse una mano. Miller si è solo dimenticato che colei che mette così in piazza, era stata sua moglie. Dico di più, anziché ribellarsi dovrebbe esser grato di non averla passata liscia; bene o male, aldilà dell’interesse morboso, ciò offre alla commedia la chiave di un presupposto umano. Altrimenti, non so proprio che sugo lo spettatore potrebbe cavare da questo incoerente gioco di bussolotti che puzza di lenzuola poco pulite; dove con la scusa di fotografare allo stadio nascente – prima contraddizione: fissare ciò che, per definizione, non è fissabile – il corso delle idee così come si accavallano “nella mente, nel pensiero, nella memoria di Quintin”, press’a poco quella che, in psicanalisi è la cosiddetta libera associazione, si intende fare la storia di un’anima e il processo di una coscienza già assolta prima di cominciare, tanto già il criterio è quello dell’irrazionalità dell’esperienza umana e se la logica conta ancora qualcosa, di conseguenza, della irresponsabilità del nostro agire.
Voi capite, di questo passo più confusione e più disordine c’è e meglio si va avanti. In questo senso il copione non ha chi lo batta. C’è cacciato dentro caoticamente, alla rinfusa, di tutto, un perpetuo gorgogliare di ricordi materializzati, ciascuno col suo bravo cartellino morale sotto; un incessante andare e venire, lampi nel buio della mente, di cose e persone vive e morte, a maggior gloria di Freud. L’amicizia, l’amore, le ideologie, la delusione delle ideologie, il capovolgimento delle ideologie, il comunismo, l’anticomunismo, il maccartismo, la ribellione al maccartismo, la paura del maccartismo; la mente, il cuore, i sensi, un fottio di donne; mogli, amanti, ispiratrici platoniche e ormoniche che girano come pianeti intorno al sole del protagonista – evidentemente esiste anche un gallismo cerebrale –; la famiglia, i fratelli, i genitori, i complessi materni e paterni, i rimorsi intelligenti e le battute sceme; i campi di sterminio, l’angoscia dell’affievolirsi del ricordo dei campi di sterminio; il siamo tutti responsabili perché siamo tutti irresponsabili e viceversa; i fiori raccolti nei campi, i bagni di mare, il coraggio civile; il timore di perdere il posto, la voglia di andare a letto, il disgusto di essere andati a letto, il ritorno della voglia – e del disgusto – di tornare ad andare a letto; l’alienazione, mi dimenticavo l’alienazione; e l’incomunicabilità, lasciavo fuori l’incomunicabilità… Un minestrone. Un minestrone che quando, poniamo, irrora la fantasia florealbarocca e l’umore mistificatorio di Fellini diventa lirismo favoloso temperato dall’ironia; e, quando, eccita il priapismo intellettuale di Miller, mette in ebollizione la dissociazione onirica anzi schizofrenica di una sorta di teppismo sentimentale triturato dalla macina di un intellettualismo a buon mercato grondante di esibizionismo autolesionista, senza progressione, senza azione, senza coerenza, senza un’idea unificatrice che illumini questo magma informe.
Se uno pensa alle abissali confessioni di Dostoevskij, alla accecante chiarezza del loro allucinante delirio, i casi sono due: o ne esce disgustato o gli viene da ridere. Beninteso che, ciononostante, la nostra stima per Miller permane solida.
Infortunio sul lavoro. Non è, poi, la fine del mondo. Un fiore sulla tomba recente di quella, piccola anima profanata e lasciamo fare all’oblio.
Franco Zeffirelli possiede una virtù pericolosa che lo farebbe capace di rendere vistosamente teatrale anche il codice penale. E’ ciò che è riuscito a fare addentrandosi nel labirinto dei psicodrammi a scatola cinese di questa nevrosi non risolta per la quale sarebbe consigliabile una robusta cura di elettroshock. Molto lo ha aiutato anche la geniale scenografia da lui stesso immaginata, suscitatrice di astratte suggestioni.
Sapido, correttivo all’estroversione della regia, Giorgio Albertazzi ha affidato l’ambiguo protagonista alle proprie eccezionali qualità di speaker e gettando l’amo, con lucido tormento, nelle frustrazioni e nelle regressioni del subcosciente dell’equivoco personaggio alla ricerca di una irraggiungibile autenticità, ne è stato, ad un tempo, testimone dall’interno e, dall’esterno, giudice; Monica Vitti, attesissima, non ha dato alla sua Maggie solo l’attrazione di un sex-appeal clamoroso, ma ne ha cercato, magari senza riuscire a trovarla, l’inquietudine d’una misconosciuta e umiliata umanità (l’autore la presenta poco più d’una cretina erotica e d’una mentecatta tossicomane). La coniugale afflizione di Marina Dolfin sempre così brava, la leale sincerità di Franca Nuti sempre così vera; la sentimentalità patetica di Ermes Zacconi, un illustre nome di ritorno, l’intelligenza e la intensità drammatica del Pierfederici; la diligente precisione del Pagliarini, del Galavotti, della Bottini, della Palermi, del Rossati e degli altri; nonché le musiche dell’onnipresente Gino Negri, han dato fusione allo spettacolo e al successo (e alla claque, non necessaria ma la prudenza non è mai troppa).

   
© Sipario 2011