La nuova opera di Nino Romeo, tra gli autori più rigorosi, coerenti
ed avvincenti di una scrittura scenica lontana dai baricentri delle spartizioni
politiche, è l’ennesima conferma di un talento d’autore
il quale, non senza crudezze lessicali e libere associazioni fantastico-antropologiche,
mira alla decomposizione – “dal di dentro”, in senso
implosivo – di ubbie, menzogne, logiche di violenza arcaica che
covano sotto la cenere di un’isola incantata (?). Su cui è ancora
agevole abusare di populismo e folklore, nel comune imperativo degli
egoismi e delle omertà tribali.
E ogni riferimento riguarda volutamente la Sicilia.
In una (s)composizione scenografica ridotta all’essenziale, denudata di
orpelli naturalistici, cupo ventre di un non-luogo che potrebbe parimenti ospitare
un dramma beckettiano, sartiano o di varie diramazioni dell’”assurdo”, Dollìrio sta
qui ad enucleare (come convitato di pietra, muto, indolente, empio- nella ciondolante presenza
dello stesso scrittore) l’intima essenza di una sopraffazione, di un muto “patriarcato” che
si serve della donna per poi venirne devastato, rimbecillito, quindi divorato
a fuoco lento.
E quella ragazza che chiede asilo alla sua casa, protezione e sussistenza alla
morte dei genitori (che lo stesso individuo, palesemente un capoclan, ha fatto
eliminare per non si sa quale sgarbo subito), assurgerà, come creatura
ibseniana, alla complicità della concupiscenza, dei delitti, delle magagne
speculativo-finanziarie di cui il suo aguzzino è garante. Nel ribaltamento
supino e incandescente dei ruoli, nel sovvertimento del sadismo che omologa
la vittima al carnefice (in letteratura si direbbe una “endiadi di
opposti”, non v’è l’una se non v’è l’altro),
e lungo i paramentri di ciò che in psichiatria viene definita la Sindrome
di Stoccolma, Graziana Maniscalco sa essere protagonista suadente e superlativa,
eclettica e unitariamente legata al filo di una vendetta che conquista, man mano,
valenze metafisiche, erinniche, di astratto furore. Meritevole, pertanto, del
premio assegnatole, dopo tanto lavoro, dalla Associazione Italiana dei Critici
di Teatro, in una serata di affettuose “rimpatriate” al Piccolo Teatro
di Milano.
Del resto, più del dramma umano e sociale, oltre la poetica del “disvelamento” e
della memoria civile, quello dello della Maniscalco è un vero e proprio
percorso di guerra (della parola, della tonalità, della postura) lungo
il tracciato di una individualità femminile in cui la passionalità mediterranea
sembra idealmente agganciarsi ai modelli più algidi, inflessibili della
grande drammaturgia nordeuropea. Con una duttilità di efferatezza, di
trasformismo, di irremovibile strazio che potrebbe appartenere, senza stridori,
alle donne di Bergman, Strindberg, Sjostrom. Assisa, allegoricamente, su una
seggiola che è “carretto fantasma”, Graziana Maniscalco percorre
il labirinto linguistico che per lei ha ordito Nino Romeo (una lingua siciliana
orfica, apotropaica, inesplorata e sinistra come la grotta di un ciclope) con
l’austerità e l’autorità di uno “strumento”fonetico,
musicale, parossistico che immerge la propria anima nelle ignote “fogne” di
una desolazione conseguente la profanazione subita. Rinvenendone indenne e sublimata.
Angelo Pizzuto