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DollirioDollirio

di Nino Romeo.
Scene e costumi di Umberto Naso
Musiche di Franco Lazzaro
Luci di Franco Buzzanca
Aiuto regista: Salvatore Valentino
Interpreti: Graziana Maniscalco, Nino Romeo
Prod. Gruppo Iarba. In tournèe

   
 
www.Sipario.it, 14 novembre 2007

La nuova opera di Nino Romeo, tra gli autori più rigorosi, coerenti ed avvincenti di una scrittura scenica lontana dai baricentri delle spartizioni politiche, è l’ennesima conferma di un talento d’autore il quale, non senza crudezze lessicali e  libere associazioni fantastico-antropologiche, mira alla decomposizione – “dal di dentro”, in senso implosivo – di ubbie, menzogne, logiche di violenza arcaica che covano sotto la cenere di un’isola incantata (?). Su cui è ancora agevole abusare di populismo e folklore, nel comune imperativo degli egoismi e delle omertà tribali.
E ogni riferimento riguarda volutamente la Sicilia.
In una (s)composizione scenografica ridotta all’essenziale, denudata di orpelli naturalistici, cupo ventre di un non-luogo che potrebbe parimenti ospitare un dramma beckettiano, sartiano o di varie diramazioni dell’”assurdo”, Dollìrio sta qui ad enucleare (come convitato di pietra, muto, indolente, empio- nella ciondolante  presenza dello stesso scrittore) l’intima essenza di una sopraffazione, di un muto “patriarcato” che si serve della donna per poi venirne devastato, rimbecillito, quindi divorato a fuoco lento.
E quella ragazza che chiede asilo alla sua casa, protezione e sussistenza alla morte dei genitori (che lo stesso individuo, palesemente un capoclan, ha fatto eliminare per non si sa quale sgarbo subito), assurgerà, come creatura ibseniana, alla complicità della concupiscenza, dei delitti, delle magagne speculativo-finanziarie di cui il suo aguzzino è garante. Nel ribaltamento supino e incandescente dei ruoli, nel sovvertimento del sadismo  che omologa la vittima al carnefice  (in letteratura si direbbe una “endiadi di opposti”, non v’è l’una se non v’è l’altro), e  lungo i paramentri di ciò che in psichiatria viene definita la  Sindrome di Stoccolma,  Graziana Maniscalco sa essere protagonista suadente e superlativa, eclettica e unitariamente legata al filo di una vendetta che conquista, man mano, valenze metafisiche, erinniche, di astratto furore. Meritevole, pertanto, del premio assegnatole, dopo tanto lavoro, dalla Associazione Italiana dei Critici di Teatro, in una serata di affettuose “rimpatriate” al Piccolo Teatro di Milano.
Del resto, più del dramma umano e sociale, oltre la poetica del “disvelamento” e della memoria civile, quello dello della Maniscalco è un vero e proprio percorso di guerra (della parola, della tonalità, della postura) lungo il tracciato di una individualità femminile in cui la passionalità mediterranea sembra idealmente agganciarsi ai modelli più algidi, inflessibili della grande drammaturgia nordeuropea. Con una duttilità di efferatezza, di trasformismo, di irremovibile strazio che potrebbe appartenere, senza stridori, alle donne di Bergman, Strindberg, Sjostrom. Assisa, allegoricamente, su una seggiola che è “carretto fantasma”, Graziana Maniscalco percorre il labirinto linguistico che per lei ha ordito Nino Romeo (una lingua siciliana orfica, apotropaica, inesplorata e sinistra come la grotta di un ciclope) con l’austerità e l’autorità di uno “strumento”fonetico, musicale, parossistico che immerge la propria anima nelle ignote “fogne” di una desolazione conseguente la profanazione subita. Rinvenendone indenne e sublimata.

Angelo Pizzuto
     
 
© Sipario 2011