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Die Hard - Vivere o morire
Die Harddi Len Wiseman
con Bruce Willis, Timothy Olyphant (Usa – 2007)
 
Il Mattino, 3 novembre 2007
Bruce Willis, eroe antico contro il cyber-terrorista

L'inossidabile Bruce Willis, classe 1955, non teme il confronto con i nuovi sex symbol e i nuovi supereroi del cinema d'azione. E a circa vent'anni da quel «Die Hard» (in Italia «Trappola di cristallo») con il quale fece irruzione nell'immaginario grazie al machismo ruvido e alla proletaria indistruttibilità del personaggio del poliziotto John McClane, torna a indossare i panni del protagonista della fortunata serie. Il quarto episodio «Die Hard-Vivere o morire» - aggiornato al gusto per il catastrofismo spettacolare con lo spiegamento di sofisticate tecnologie e con l'introduzione nel plot del delirio di onnipotenza informatica e della moda delle arti marziali femminili - esalta ulteriormente le caratteristiche vincenti di McClane, eroe antico alle prese con problemi moderni, detective impavido con una deriva eastwoodiana. Con l'aiuto di un giovane e geniale hacker, McClane deve smascherare un temibile pirata informatico, ex funzionario del governo americano intenzionato a sabotare l'intero sistema computerizzato della difesa nazionale. Quando il cyber-terrorista fa rapire la figlia adolescente del poliziotto, la missione diventa anche una sfida personale. Il viaggio da New York a Washington naturalmente è disseminato di acrobatiche sparatorie, inseguimenti mozzafiato, esplosioni apocalittiche e scene d'azione iperboliche secondo la collaudata ricetta «Die Hard», ma stavolta il protagonista abbatte un elicottero con un'auto, le autostrade franano come in un cataclisma, un aereo supersonico bracca il tir guidato da McClane come in un videogame. E nella sarabanda informatica brillano ancora nella resa dei conti finali la furbizia, il mestiere e il colpo di genio del pelato Willis con il suo sardonico ghigno.

Alberto Castellano

 
Il Messaggero, 1 novembre 2007
Troppo computer per Willis

Ha perso i capelli ma continua a urlare "Hippy ya ye!". Un Bruce Willis più con il look de L'esercito delle dodici scimmie che non dei tre Die Hard precedenti (dove era stempiato, mai pelato) si ritrova in un bel guaio quando ricapita per caso al centro di un piano malefico a base di computer e virus. In più gli rapiscono la figlia (la morbida majorette di Grindhouse - A prova di morte Mary Elizabeth Winstead). A 12 anni dall'ultima avventura del duro che sa piangere (le sue lacrime nel primo Trappola di cristallo del 1987 furono uno shock rispetto al machismo dei vari Stallone e Schwarzenegger), Willis resuscita il mitico John McClane, poliziotto newyorchese che prende le botte e sfotte i cattivoni. Il primo era un capolavoro, il secondo discreto, il terzo molto buono. E il quarto? Troppo computer, poca arguzia, troppo lungo, brutta fotografia, cattivo sciapo e Willis che, a 52 anni, sembra la sua autoparodia. Cammeo di Kevin Smith, regista di Clerks: è l'hacker fan de L'impero colpisce ancora.

(F.Alò)

 
Corriere della Sera, 26 ottobre 2007
Bruce Willis, leggera ironia in una macchina da guerra

Qualche anno fa aveva giurato che non avrebbe più incarnato personaggi violenti impegnati a salvare il mondo; e invece eccolo qua, in Die Hard - Vivere o morire, per la quarta volta dal 1988 nei panni dell' ispettore John McClane. Bruce Willis (Bruno per gli amici) è il più espressivo cranio del cinema dopo quello teutonico di Erich von Stroheim. L' accostamento non è improprio perché Willis è nato nel ' 55 da madre tedesca, Marlene, in una base militare Usa presso Kassel. Nella tradizione «hard boiled» (bollito duro come un uovo), ineffabile e sarcastico (molti «ad libitum» nel copione sono farina del suo sacco), questo paladino della giustizia è una possente macchina da combattimento alleggerita da un costante ricorso all' ironia. I toni leggeri sono tuttavia contraddetti da momenti di furia improvvisa, quando il nostro parte all' attacco a testa bassa, senza badare al rischio. Stavolta però la novità è che l' eroe si prende un sacco di botte, gronda sangue e ogni tanto negli scontri è messo kappaò addirittura da una terribile femmina esperta di karaté. Il dubbio che l' ormai stagionato McClane potrebbe non farcela a sconfiggere i nemici di turno rende più emozionanti i 138 minuti (troppi, ma si reggono senza noia) del film di Len Wiseman. Succede che i più famosi «hackers» (maghi del computer) vengono uccisi l' uno dopo l' altro da un' organizzazione segreta che prima li coinvolge in una trama eversiva e li sfrutta, poi li elimina. Arriva McClane per salvare da morte sicura il giovane Justin (Matt Farrell), che gli rimane attaccato per tutto il film secondo la rituale accoppiata del vecchio con il giovane ovvero dell' uomo d' azione con il sedentario. Ne succedono d' ogni colore, vorticosamente, da un inseguimento mozzafiato all' altro (anche aereo contro macchina), attraverso un pauroso blackout in cui la figlia del protagonista (Mary Elizabeth Winstead) resta bloccata in ascensore per poi venire rapita da falsi poliziotti; e lo scontro finale è ambientato in una cornice apocalittica, la centrale elettrica di East Middletown (West Virginia). Questa nuova puntata di Die Hard è ispirata a un articolo di John Carlin intitolato «Addio alle armi», che illustra i rischi (ancora fantascientifici, ma fino a quando?) di un nuovo genere di terrorismo a sfondo cibernetico. È presa di mira in modo sistematico la rete informatica nazionale, quella che controlla tutte le comunicazioni, l' energia e i trasporti, creando disordine e panico. Dietro la congiura c' è Thomas Gabriel (Timothy Olyphant), un ex dirigente dei servizi dell' Fbi che vuole vendicarsi di certi torti subiti; e accanto a lui c' è la menzionata walkiria Mai Lihn (l' attrice vietnamita si chiama Maggie Q) dalla quale è prudente girare al largo. Ricordate la casa che scoppiava in mille pezzi nel finale di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni? Era un' immagine talmente forte e inquietante del nostro futuro da entrare in un sogno di Fellini, che l' annotò e illustrò nel suo librone dove si raffigurò accanto ad Antonioni, ambedue sgomenti in cospetto alla calamità. Ebbene, in Die Hard - Vivere o morire salta per aria addirittura la Casa Bianca con le immaginabili conseguenze sui telespettatori di tutto il mondo. Nel frangente perfino l' eroe del film sembra perdere per un attimo la sua baldanzosa sicurezza di fronte a una cosa più grande di lui. Ma attenzione, non è tutto vero ciò che appare... Repubblicano convinto, fra i pochi divi sostenitori della guerra in Iraq e amico di Bush, «Bruno» aspira alla successione del superfalco John Wayne e invoca metodi sbrigativi per far fuori i terroristi e i presunti antiamericani in generale. Ogni tanto però, sullo schermo come nella vita, il nostro si rivela troppo intelligente per credere che i problemi mondiali si risolveranno con il «grosso bastone» di cui parlava Teddy Roosevelt.

Tullio Kezich

 
Il Giornale, 26 ottobre 2007

Willis muscoli e cervello contro gli hacker

John McClane non è un eroe del nostro tempo. È un'anomalia nel presente digitale e solo agendo in controtendenza ha la meglio su furfanti superaccessoriati, maghi del computer, strateghi della supertecnologia. Questa quarta avventura ha l'aria di essere la migliore, se si esclude il capitolo iniziale. Sono passati 20 anni da allora e l'inaffondabile McClane dispensa la sua ironia che il bravissimo Bruce Willis esalta con solerte improntitudine.
Un hacker pazzoide e permaloso ce l'ha con gli Stati Uniti, che hanno rifiutato i suoi servigi ed allora sferra un attacco alle infrastrutture informatiche del Paese rendendolo un mostro inerme. Una tragedia nazionale il cui antidoto è qualcuno che agisca in modo imprevedibile, usando metodi spicci, ignorando gli automatismi anche cerebrali di chi è ormai schiavo del sistema telematico. Si direbbe che il film contenga un messaggio ben preciso: vale a dire che il vero e autentico antivirus è l'uomo. Ed allora, invecchiato ma bene in forma, Willis-McClane usa muscoli e cervello in una miscela di esplosioni, corpo a corpo e una forza di volontà tipica degli eroi di tutti i giorni. Durante una colluttazione con un'asiatica, maestra di kung-fu, McClane ha una reazione da applausi, mettendo alla berlina tutte le religioni corporee provenienti dall'Oriente. Ad una prima parte forse troppo spinta nel linguaggio tecnologico, fa riscontro una seconda, trascinante e funambolica, nella quale il nostro eroe si oppone a quella che viene definita «liquidazione totale». Assieme al taciturno Bourne, McClane è quello che ci resta nel cinema di intrattenimento, non poco.

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