Il titolo, dal sapore fra l’infantile e il goliardico, può far pensare ad un lavoro di taglio didattico, oppure cabarettistico. Si tratta invece del tenerissimo, quasi spudorato racconto della vocazione teatrale di una delle più intelligenti registe della sua generazione: Serena Sinigaglia.
È lei stessa, con piglio ironico, eppure materiato di commovente sincerità, che intreccia, nella dichiarata forma di conferenza spettacolo, la cronaca delle sue prime esperienze registiche (il saggio finale alla "Paolo Grassi"; quando volle cimentarsi con "Romeo e Giulietta"; quindi il successivo "Re Lear") con le sue personali vicende autobiografiche, in primis la prematura perdita del padre; ma specialmente con notazioni sul senso e la natura del teatro, di un’acutezza e verità che ricorda "Elvira o la passione teatrale" di Strehler o, si parva licet componere magnis, "Il paradosso dell’attore" di Diderot.
L’impianto apparentemente didascalico si sviluppa in termini di pura teatralità, e gli interventi dei due attori (il duttile Mattia Fabris e una sbalorditiva Arianna Scommegna), ora impegnati nella restituzione di frammenti shakespeariani, ora dando voce ai contrasti interiori, alle lotte, alle paure, alle sfide di Serena con se stessa, fanno sì che quell’ora e mezza di spettacolo bruci senza lasciare residui sulle tavole del teatro Ringhiera. E il finale pirotecnico quando, al grido di "Perché, a noi, il teatro piace!", la Scommegna salta letteralmente per aria, coinvolge il pubblico in una esplosione di applausi, una vera standing ovation.
Capita di rado che una produzione teatrale riesca a coniugare ricchezza di contenuti culturali, emozione e godibilità spettacolare. Per questo, il lavoro dovrebbe essere fatto vedere ai giovani, per far capire che Shakespeare non è quella polverosa icona museale che, solitamente, frettolosi cenni di letteratura straniera consegnano loro a scuola, e che il teatro vero, anche dopo quattrocento anni (o dopo millenni), parla di noi, e di loro.
Claudio Facchinelli