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Destino di un guerriero (Il)
di Agustin Diáz Yanez, con Viggo Mortensen, Elena Anaya, Eduardo Noriega, Ariadna Cil, Spagna, 2006.
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La Stampa, 22 giugno 2007
Capitan Alatriste
eroe senza carisma
Kolossal avventuroso tratto da Pérez Reverte.
Ma a Viggo Mortensen manca il fascino del pirata Johnny Depp
Nel corso degli ultimi dieci anni il capitano Diego Alatriste y Tenorio,
veterano delle Fiandre e spadaccino mercenario nella Madrid del Siglo
de oro, è diventato un'icona della letteratura popolare. Ex corrispondente
di guerra e autore di molti best seller (da un suo romanzo Roman Polanski
ha tratto La nona porta), Arturo Pérez-Reverte è arrivato
al sesto volume di questo ciclo che in Italia esce edito a firma congiunta
da Marco Tropea e Salani. La fama di Alatriste dovrebbe suscitare un
richiamo per Il destino di un guerriero, primo film che lo vede protagonista,
scritto e diretto da Agustìn Dìaz Yanes. La pellicola si è presentata
al traguardo dei premi Goya (i David spagnoli) con quindici candidature,
ma è sintomatico che ne abbia vinti solo tre: scenografia, costumi
(Francesca Sartori) e direzione di produzione.
Sotto questi soli aspetti, infatti, è indiscutibile la qualità di
un kolossal che per il resto diluisce in 147 minuti spesso tenebrosi
un racconto confuso. Pur fastoso lo spettacolo rimane inerte; ciò che
manca, rispetto alla scrittura magari corriva e tuttavia avvincente dei
romanzi (di cui Yanes ha imbastito una sintesi), è il ritmo, la
chiarezza e la simpatia del protagonista, moschettiere romantico senza
patria né felicità. L'americano Viggo Mortensen, già eroico
e amatissimo Aragorn della saga del Signore degli Anelli, ha il fisico
del ruolo e tira di spada come si conviene, però non emana il
fascino che aveva Errol Flynn e che oggi possiede in una chiave decisamente
autoironica il trionfante pirata di Johnny Depp. Nel cast anche un sinistro
e bravissimo Enrico Lo Verso, nei panni di Gualtiero Malatesta, killer
reale con licenza d'uccidere.
Alessandra Levantesi
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Il Tempo, 20 giugno 2007
Cronache di un eroe politicamente scorretto
Sono quasi certo che se, qui da noi, si dovesse chiedere in giro di Alatriste, il protagonista del film di oggi, la risposta, in genere, sarebbe «Chi è costui?». Invece in Spagna il nome è così famoso che i ragazzi ce l’hanno scritto sulle magliette e che, a scuola, è argomento di temi in classe e perfino di dibattiti. Però non è mai esistito perché è un personaggio protagonista di ben cinque romanzi scritti negli ultimi dieci anni da un ex giornalista, Arturo Pérez-Reverte che lo ha inventato rifacendosi a certe cronache del Seicento in Spagna quando regnava Filippo IV, ma governava il terribile conte duca Olivares avendo al loro soldo un truce soldataccio di ventura, appunto Alatriste, pronto a servire in armi il suo Paese nella guerra in Fiandra ma anche capace di uccidere in veste privata solo per denaro, come uno dei tanti sicari che, all’epoca, pullulavano ovunque (in attesa dei bounty-killers delle cronache americane e cinematografiche di oggi). Alatriste, perciò, proposto come se uscisse da uno dei tanti romanzi storici di Dumas padre e raccontato scegliendo a piene mani, dei cinque romanzi di Pérez-Reverte, alcune delle sue gesta ritenute più adatte a finire su uno schermo, non ultime quelle comprese nel quinto romanzo a lui dedicato, «L’oro del re», uscito di recente anche in Italia tradotto da Roberta Bovaia. Si comincia proprie nelle Fiandre; tetre e piovose. Alatriste guida i suoi uomini con coraggio ma, a un certo momento, patisce perdite tali da vedersi morire vicino anche il suo più caro amico da cui, quasi in eredità, riceverà l’incarico di prendersi cura di un figlio in quel momento ancora bambino. Si va avanti così, con altri episodi, con quel bambino che, cresciuto, si innamora di una donna legata a una famiglia avversa ad Alatriste, con nuove missioni affidate da Olivares al protagonista sempre tra le piogge e gli agguati delle Fiandre, mettendo di più l’accento sugli atti eroici che non su quelli disdicevoli, nonostante, proprio in questi ultimi mesi, Pérez-Reverte, parlando del personaggio da lui inventato, lo abbia definito con un termine ora alla moda, un «eroe politicamente scorretto». Si è incaricato di rappresentarci queste avventure un regista spagnolo, Austin Diáz Yanez, di cui qui in Italia si è visto, nel 2001, un film abbastanza modesto, «Nessuna notizia di Dio», con al centro Penélope Cruz e Victoria Abril. Lì non c’era costume, qui ce n’è perfino con citazioni della pittura di Velásquez, nelle cifre quasi sempre del cappa e spada. Così fa spettacolo, anche per una episodica non certo avara di suggestioni. Il sicario buono (o quasi) è Viggo Mortensen, con tutta la grinta necessaria.
Gian Luigi Rondi
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