Del vento tra i rami del sassfrasso
di René De Obaldia
La Notte, 16 febbraio 1966
Le classificazioni, i raggruppamenti sono, alla resa dei conti, sempre artificiosi e inevitabilmente ingiusti. Con qualcuno risultano troppo generosi, con qualcun altro troppo avari. Quando diciamo, per esempio, “elisabettiani” e mettiamo in un sol mazzo Shakespeare, Marlowe, Kid, Middleton e via discorrendo, a guadagnarci non sono i primi due. Così, quando, oggi, si dice “avanguardia” francese e si mescolano insieme Beckett, Ionesco, Andiberti e De Obaldia, colui che non ci rimette è certamente l’ultimo: facciamo un sergente intruppato in un battaglione di colonnelli.
Mi rendo conto che non varrebbe prendere tanto alla larga il discorso per manifestare la delusione provata assistendo, l’altra sera, al Manzoni, a una commedia sia pure firmata da un nome illustre, giunta in Italia sulle ali di numerosi successi esteri: Noblesse oblige. Raramente, però, come in questo caso è stato doveroso distinguere tra povertà del testo e fantasia dell’esecuzione: ottima questa, assai mediocre quello. Regia, interpretazione, scene, costumi sono di prim’ordine, ma bastano a giustificare e a salvare uno spettacolo? Mette conto di darsi da fare a travasare l’acqua col colabrodo? Il problema è tutto qui ed è anche l’equivoco in cui, tutto considerato, è caduto – mi pare – lo stesso autore.
Il franco-cino-panamense René De Obaldia è autore di alcuni atti unici amabilmente protestatari, sempre occasionalmente gratuiti, è vero, e tuttavia, di inequivocabile originalità, apparentati, tanto per intenderci, col cosiddetto teatro dell’assurdo; dove, col coltellino di un presunta crudele innocenza infantile, si intende ferire il mondo moderno. Evidentemente, la sua misura d’artista, crepi l’avarizia, diciamo di poeta, mentre si trova a perfetto agio nella scarpetta dell’atto unico, cammina piuttosto male nella scarpa della commedia in tre atti, troppo larga per il suo piede. Succede a parecchi avanguardisti. L’innocenza infantile è un conto, l’infantilismo è un altro; come un conto è l’essersi divertiti, da piccoli, a giocare agli indiani e un altro conto è, da grandi, riuscire a divertirsi – e a divertire! – giocando a ricordarsi di essersene divertiti.
Del vento tra i rami del sassofrasso era un titolo poeticamente malizioso: “Western da camera” era un sottotitolo affascinante; golosamente promettente era anche la dichiarata intenzione dell’autore di far vivere, sul palcoscenico, le maschere contemporanee e il cerimoniale obbligato di una nuova mitologia: “È necessario”, egli scrive, “che vi presenti i personaggi di questa commedia? Io credo che essi vi siano familiari come quelli della Commedia dell’Arte: Colombina, Pantalone, Arlecchino, Scaramouche, eccettera. Qui, lo Sceriffo, il Bel Tenebroso, la Selvaggia, il Rude Patriarca, la Donna Forte (secondo il Vangelo), il Dottore Ubriacone, la Prostituta dal Gran Cuore, Occhio di Lince, fanno ugualmente parte del nostro repertorio mentale, della nostra piccola mitologia portatile. Io non ho dovuto che pregarli di scendere dagli schermi del cinema e, sospingendoli, portarli sulla scena, davanti a voi in “carne ed ossa”. Idea eccellente, quanto ambiziosa, non c’è che dire. Sì, ma, poi, all’atto pratico, che cos’è accaduto? Niente. Una volta portati sulla scena niente; restano il girando a vuoto, come gogliardi alla festa delle matricole, nell’attesa non soddisfatta di poter consistere e giustificarsi in un modo qualunque. E i modi avrebbero potuto essere più d’uno: o una fastosità da fiaba, o un linguaggio surreale, paradossale e iperbolico, lazzi, appunto, da maschera; o un’incensante inventività di accidenti e incidenti assurdamente eroicomici e picareschi da sfociare in una feerica ironia proprio in virtù della loro improbabilità.
Tant’è vero che è su questa strada che hanno tentato d’avviare lo spettacolo: non una concertazione allegramente alienata e motoriamente precipitosa, dagli atteggiamenti al pantografo, il regista Sandro Bolchi; e con un declamare spalancato, espansivamente esclamativo, non privo di slittate, or sì or no opportune, il traduttore e adattatore Massimo Dursi; e mettiamoci pure anche i couplets e i duetti lepidamente parodistici di Fiorenzo Carpi, che gli attori hanno il torto, ahimè, di cantare doppiandosi. Ma nemmeno loro han potuto far miracoli, scontrandosi come non han potuto fare a meno di scontrarsi, con un testo che è come l’asino di Buridano, e non sapendo quale partito scegliere, piluccherà un po’ di tutto senza mai decidersi per questo o per quello e saltabecca dal realistico al grottesco, dal patetico al cinico, dalla psicologia alla fantasia, con l’aggravante di rendere, con ciò, ancor più palese la difettosa impalcatura della vicenda vera e propria, povera, ovvia e banale quanto mai.
Dentro la scena di Bruno Salerno e nei costumi di Franco Carretti, l’uno e gli altri di un fantasioso e perentorio realismo, Gino Cervi ed Elsa Merlini non han fatto che correre avanti e indietro come cavalli di razza attaccati a una carretta vuota fingendo che fosse carica; il primo con un umorismo sornione e un’improntitudine fanciullesca esilaranti; la seconda – poche battute ma magistrali – con un’asciuttezza esemplare. Le risate e gli applausi, che pure non sono mancati, son dovuti principalmente a loro e ai loro alacri compagni: all’esaltata frenesia della Scarpitta, all’alcoolizzata dissociazione del De Ceresa, all’esagitazione del Foschi, alla tenebrosità del Longo, al furore ormonico del Marchi e alla romantica incontinenza della Carrà, tutti a darsi un gran da fare, assediati dagli indiani, in attesa che arrivino i nostri. E arrivano. Ma tardi. |