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Defiance - I giorni del coraggio
di Edward Zwick
con Daniel Craig, Liev Schreiber, Jamie Bell, Iben Hjejle
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L'Unità, 23 gennaio 2009
I giorni del coraggio
All’armi siam ebrei, basta piagnistei, basta vittimismo. Ci voleva la fibra del James Bond Daniel Craig per sottrarre dall’oblio una storia straordinaria di sopravvivenza e coraggio che altrimenti sarebbe stata oscurata dalla vicenda nerissima dell’Olocausto. Nella quale siamo abituati a vedere un totem nero nazista che tutto travolge e un popolo cacciato nei suoi più nascosti rifugi e trucidato. La vicenda trattata in DEFIANCE, I GIORNI DEL CORAGGIO, per chi non è un discendente o un sopravvissuto, è diventata nota con il saggio storico del ’93 di Nechana Tec, un professore universitario Usa. Il regista Edward Zwick, ebreo come il suo sceneggiatore Clayton Frohman, hanno accarezzato il progetto per anni fino a realizzare questo film non eccezionale ma onesto come la luce naturale dei numerosi esterni girati. Una storia “partigiana” che ha il sigillo dei tre fratelli Bielski, diventati capipopolo per sottrarre numerose famiglie ebree della Bielorussia ai furiosi rastrellamenti dei nazisti, dopo che la loro era stata decimata. I tre nel ’41 si danno alla macchia, rifugiandosi nella fitta foresta fuori dal loro villaggio. Come dopo un acquazzone, pian piano spuntano fuori altri imboscati, poi la voce si sparge e alla fine quella comunità clandestina di ebrei arriva a contare 1.200 persone: per tre inverni risponderanno al fuoco dei tedeschi, avranno rapporti contrastati con la resistenza “ufficiale” dell’Armata Rossa, costruiranno baracche di fortuna e mangeranno cosa si riusciva a razziare nelle fattorie dei dintorni.
Votato al viaggio – ha rivisitato il Giappone arcaico ne ’”L’ultimo Samurai” e l’Africa saccheggiata dagli europei in “Blood Diamond” – Zwick è un onesto direttore, che sa intrattenere senza particolari guizzi ma con uno spiccato senso del racconto. La vicenda, volendo, presentava anche degli assunti difficili: la fuga nel bosco era una scommessa per tutti e dei campi di concentramento ancora non si sapeva nulla quindi la comunità è attraversata da dubbi e ripensamenti continui. Inoltre c’è il dilemma della violenza, della vendetta sanguinaria, che porrebbe gli ebrei in difesa sullo stesso piano dei bestiali persecutori. La scelta è di caratterizzare i due fratelli maggiori: Tuvia (Daniel Craig) è il più saggio e compassato, Zus (Liev Schreiber) istintivo e assetato di sangue nazista. Il più giovane, Asael (Jamie Bell), costretto ad una traumatica maturazione, parteciperà di entrambe le pulsioni, per trovare un equilibrio che ai due maggiori mancava. A sentire tutte le voci, questi Bielski erano dei tipi dalla luce contrasta: qualcuno è arrivato ad accusarli di violenze gratuite salvo poi essere riabilitati da compagni sopravvissuti (“Non erano perfetti ma ci salvarono la vita”). Quanto agli altri caratteri, gli sceneggiatori li hanno tagliati con l’accetta: i collaborazionisti bielorussi sono volgari (“Abbiamo preso 5 ebrei, puzzano così tanto che temevo i tedeschi non li volessero più”), i russi tutti vodka e pistola facile, il biondo Craig il salvatore è il Mosè che fa attraversare il fiume al suo popolo. Una piccola parte di quella comunità di martiri predestinati raccontata in “Schindler’s List” e “Il pianista”.
Pasquale Colizzi
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Il Messaggero, 23 gennaio 2009
Ebrei e partigiani,
una storia poco nota
Una storia vera e a dir poco appassionante, carica di significati storici e politici dirompenti, per un film convenzionale e deludente. Estate 1941. Le truppe naziste invadono la Bielorussia e a suon di rastrellamenti e esecuzioni di massa uccidono 50.000 ebrei in poche settimane. Fra i sopravvissuti ci sono i fratelli Bielski, tre imponenti contadini di Stankevich, allora parte integrante dell'Urss. Scampati allo sterminio della famiglia, i tre fratelli si danno alla macchia e formano un piccolo gruppo di partigiani. Senza armi né esperienza, il loro destino sembra segnato. Invece in pochi mesi, a forza di astuzia e coraggio, aggregano un gruppo di profughi e combattenti via via più numeroso.
Le prime e improvvisate azioni di guerriglia sono spesso disastrose. Col tempo i Bielski imparano a organizzarsi e malgrado i continui attacchi subiti dai nazisti e dai collaborazionisti locali, il maggiore, Tuvia Bielski (lo 007 Daniel Craig), dà vita a una comunità sempre più numerosa nascosta fra le conifere. I pericoli sono continui, oltre ai nazisti ci sono la fame, le malattie, le feroci divisioni intestine che porteranno per qualche tempo Zus Bielski (Liev Schreiber) ad abbandonare il fratello per unirsi all'Armata Rossa. Intanto però i partigiani ebrei, sempre più sicuri di sé, si spingono fino nei ghetti delle città vicine dove convincono molti altri ebrei a seguirli, senza aspettare di essere deportati in quelli che allora molti credevano campi di lavoro. Così nelle foreste sorge un vero e proprio villaggio clandestino che ospita rifugiati di ogni estrazione sociale e mestiere, dotato di scuole, ospedali, mulini, botteghe, a quanto pare perfino di un teatro e una sinagoga.
Peccato che su questa trama incandescente di fatti e problemi (come uscire dai cliché che in 60 anni di storia si sono incrostati sulle vittime della Shoah? Come rappresentare forse per la prima volta al cinema degli ebrei in armi contro i nazisti?) sia risolta in termini di semplice cinema d'azione, sia pure arricchito da una iniezione di Grandi Problemi, in puro stile vecchia Hollywood. Con un'aggravante. Questa è una storia in larga parte sconosciuta. Raccontarla significava affrontare una serie di problemi, storici e cinematografici, che il regista di Glory e L'ultimo samurai scavalca a piè pari. Chi pensa che al cinema "popolare" sia per forza sinonimo di stereotipo esulterà. Ma la storia vera dei fratelli Bielski meritava ben altro.
Fabio Ferzetti
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