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Da una casa di mortiDa una casa di morti

di Leós Janácek
direttore: Gabriele Ferro
regia: David Pountney
scene e costumi: Maria Björnson
luci: Chris Ellis
con Stefan Margita, Erik Stoklossa, Kay Stiefermann
Coro Filarmonico di Praga
Orchestra del Teatro Massimo
Palermo, Teatro Massimo, dal 16 al 22 ottobre 2008

   
 
Corriere della Sera, 26 ottobre 2007

L' ultimo Janácek scelta coraggiosa del Teatro Massimo

Proprio nei giorni in cui il ministro Brunetta sparava a zero sui teatri d' opera italiani, accusando in particolare il San Carlo di Napoli d' aver allestito Parsifal invece delle popolari Aida, Tosca o Bohème, al Massimo di Palermo andava in scena un' edizione di Da una casa di morti. È l' ultimo titolo del catalogo d' opera del moravo Leos Janácek: scelta dunque non da tirata d' orecchie ma da scomunica a vita. Perché è opera difficile, oltre che rara. Che dietro una facciata di iperrealismo nasconde una drammaturgia astratta. Che racconta tante storie ma non ne rappresenta alcuna. Che è ambientata nel microcosmo di un carcere ma proiettata al di fuori, in un mondo reale anche peggiore. Che esibisce mille forme musicali ma celando la sua identità stilistica. D' altra parte è controverso anche il testo al quale si ispira, i Racconti da una casa di morti di Dostoevskij. David Pountney è regista bravo e preparato. È uno di quelli che sanno cos' è una partitura e ne assecondano le necessità teatrali. Ha fatto del teatro di Janácek una passione, allestendone tutti i titoli presso la Welsh National Opera. Naturalmente, anche questo. A lui si sono rivolti dunque i «coraggiosi» palermitani, ricevendone in cambio uno spettacolo importante, ben oliato, d' alto profilo. Che mostra le macerie di un edificio abbandonato, più che un carcere, dove i personaggi sanno ben interpretare il loro trascinarsi e gesticolare invano. Da discutere invece che mille dettagli rientrino nel segno di un realismo calcato, le catene ai piedi dei prigionieri che sferragliano fastidiose, un' umanità sudicia, cattiva e disperata come abitasse il più truce verismo. Niente Espressionismo, niente astrazione, niente metafisica. Tutto il contrario della recente messinscena viennese di Patrice Chéreau, che dirigeva, per così dire «liofilizzandola», Pierre Boulez. Qui invece sul podio c' è Gabriele Ferro. Con lui un cast all' altezza, con Stefan Margita, Erik Stoklossa, Kay Stiefermann e altri specialisti perlopiù di lingua ceca. Anche sul fronte musicale è tutto il contrario di Vienna. Ferro è animato da buone intenzioni, cerca sonorità ampie di volume ed espressione. L' orchestra cerca di assecondarlo ma ci riesce a tratti. Spesso l' insieme è sfilacciato, specie tra le file dei violini. Ma il pubblico apprezza lo sforzo e il coraggio della scelta. E non è avaro d' applausi.

Enrico Girardi

     
 
© Sipario 2011