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Cymbeline
di William Shakespeare
regia: Declan Donnellan
scene: Nick Ormerod
collaborazione alla regia e movimenti: Jane Gibson
luci: Judith Greenwood
con (in ordine di comparizione) Gwendoline Christie, Tom Hiddleston, Jodie McNee,
David Collings, Richard Cant, Guy Flanagan, Laurence Spellman, Jake Harders,
Lola Peploe, Ryan Ellsworth, John MacMillan, Daniel Percival e con Mark
Holgate, David Caves
Milano, Teatro Grassi dal 11 al 15 aprile 2007 |
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Sipario, 2007
Cymbeline di William Shakespeare appartiene all’ultimo
periodo compositivo del Bardo, quello per intendersi de La Tempesta e
di Racconto d’Inverno. Cymbeline è un
concentrato di ciò che prescrive il genere dei romances:
una matrigna crudele e gelosa, un anziano re debole, Cymbeline incapace
di leggere nel cuore della figlia devota e innamorata di un uomo giusto,
un giovane che ha un futuro di sovrano, ma che deve combattere contro
la sfortuna. Scambi di identità e relative agnizioni finali, filtri
che danno morte apparente, due gemelli figli di Cymbeline creduti morti
ed in realtà allevati duramente da un ex compagno del re, ingiustamente
esiliato. Sono questi alcuni tasselli di una trama intricata e che nulla
dice alla contemporaneità, almeno apparentemente, una vicenda
che si chiude con il riconoscimento dei figli perduti e l’immancabile
matrimonio fra la figlia di Cymbeline e il suo innamorato, una prevedibilità che
non è scontata e a cui si crede dall’inizio alla fine.
Declan Donellan fa del testo shakespeariano un emozionante e coinvolgente
racconto che vive credibile e vero sulla scena, grazie ad un gruppo strepitoso
di attori. Il regista riesce a sciogliere con assoluto nitore la trama
e fa di quella favola la metafora di un inno alla vita e alla forza dell’amore.
Cymbeline è uno spettacolo che rapisce lo spettatore dalla prima
scena all’ultima. Pochi elementi scenici: un tavolo, un divano,
qualche sedia, le luci che disegnano simbolicamente il buio della corte
inglese e i caldi colori di una Roma al tramonto dell’impero. Pochi
segni ma ben posti fanno sì che contesto e racconto si sorreggano,
grazie all’interpretazione di attori che non sbagliano una battuta,
non fanno un gesto fuori posto, sono in perenne tensione, servi di scena
in favore di personaggi che vivono veri nel loro fantasioso attendere
alle funzioni di una favola che appartiene ad un altro mondo ed è metafora
dei capricci della vita.
Con Cymbeline si è assistito ad una trasparente prova
di un fare teatro che in Italia non c’è, un intelligente
e creativo itinerario di messa a disposizione di un testo, in cui il
regista è dramaturg e mai antempone il proprio sé alla
parola dell’autore, non per sottomissione ma per condivisione d’intenti.
Con Cymbeline il Festival dei Teatri d’Europa conferma
il suo ruolo di specchio impietoso per il teatro nostrano, mostra cosa
accade oltre confine, mostra cosa voglia dire rappresentare un testo,
usando la grammatica dell’arte scenica con umiltà e creativa
correttezza. Declan Donellan ha offerto una lezione di grande onestà intellettuale
e mestiere teatrale che molti registi nostrani dovrebbero seguire.
Nicola Arrigoni
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Corriere della Sera, 15 aprile 2007
A Milano il «Cymbeline» di Shakespeare diretto da Donnellan
Una favola sul disordine dell' amore
Opera dell' ultimo periodo di Shakespeare Cymbeline, presentata in versione originale nel Festival Teatro d' Europa, può essere considerata per la complessità della trama, per il consapevole ricorrere dell' autore a artifici e effetti di ogni genere, una favola sul disordine dell' amore e sui «cattivi rapporti» che tale disordine genera. Un «c' era una volta un re, la sua bella figlia e una matrigna cattiva» scritta da un autore in piena libertà ricorrendo a ogni forma drammaturgica «primitiva», tanto che W.H.Auden paragona questo Shakespeare a uno scrittore contemporaneo che dopo aver padroneggiato forme espressive di grande complessità a un certo punto viri verso il western. Declan Donnellan, regista inglese d' origine irlandese, un grande talento della scena d' oltre Manica, afferra a piene mani il senso di libertà espressiva dell' opera e ben giocando sulla bizzarria dell' amore che muove il mondo, analizzata da Shakespeare in tutti i suoi eccessi, dà vita ad uno spettacolo di straordinaria freschezza, a un gioco scenico perfetto che non teme le teste mozzate e i fumi della guerra, le apparizioni di fantasmi, il mitologico, l' allegorico. La scena è nuda con solo pochi elementi: una dormeuse, un braciere, due sedie, i velluti a evocare sipari e tendaggi. Basta il colore di una luce per passare dal freddo della Britannia al calore assolato di Roma. Curatissimi i movimenti che caratterizzano luoghi, ambienti e società come la compattezza della corte che si muove sempre per riunirsi intorno a Cymbeline, re senza carisma soggiogato dalla moglie, altissima, ipocrita e crudele. Gli attori tutti molto bravi - bella la prova di Tom Hiddleston nel doppio ruolo di Posthumus e Cloten - in abiti moderni fanno vivere i loro personaggi con verità e ironia, con distacco e immedesimazione come si addice ad una favola, alla favola di Imogen contrastata nel suo amore per Posthumus dal padre Cymbeline, che la vorrebbe sposa del ruvido egoista Cloten figlio della moglie. Dall' esilio di Posthumus, da una sfida con il millantatore Iachimo che scommette di sedurre la fedele Imogen e dal complicarsi della trama si approda a un lieto fine che è la vittoria dell' amore in un mondo di pace e di rapporti sereni, un mondo da favola come quello in cui tutti vorrebbero vivere. CYMBELINE di William Shakespeare Teatro Grassi di Milano
Magda Poli
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