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Cronaca di una fuga
di Israel Adriàn Caetano
con Rodrigo de la Serna, Nazareno Casera, Lautaro Delgado, Matías Marmorato,
Argentina, 2006
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La Repubblica, 4 maggio 2007
"Buenos Aires 1977 - Cronaca di una fuga"
Storia allucinante di una prigionia politica
Agenti dei servizi segreti della giunta militare irrompono nella casa
in cui Claudio Tamburrini, promettente calciatore della serie B argentina,
vive con la famiglia. Senza sapere chi lo abbia accusato di opposizione
al regime, il giovane è portato in un edificio fatiscente nei
dintorni di Buenos Aires: vi resterà per mesi, sottoposto a continue
torture intervallate da notti allucinanti, nudo e legato alla branda.
Durante una notte di temporale, Claudio riesce a fuggire e cerca riparo
nella sua stessa città.
Presentato l'anno scorso a Cannes, Buenos Aires 1977 - Cronaca di
una fuga lasciò una profonda impressione nei festivalieri,
gente rotta alle esperienze cinematografiche più estreme. Oltre
alla consapevolezza dell'autenticità dell'episodio ricostruito
da Caetano, colpirono la crudezza degli eventi e la scelta del punto
di vista che il film adotta nel presentarli.
Rinchiuse per la gran parte del tempo tra le pareti della casa degli
orrori, le sequenze emanano un forte senso di claustrofobia; ma è soprattutto
il fatto di mostrarle come una continua "soggettiva implicita" a
generare angoscia: lo spettatore s'identifica ben presto con le vittime,
sottoposte a torture fisiche e psicologiche; ma soprattutto a una continua,
terrificante incertezza sulla propria sorte, programmata per fiaccarne
la resistenza negandone perfino l'identità. Se la chiave rappresentativa
ricorre alla stilizzazione del "reportage", angolazione e montaggio
sottolineano invece l'emotività, mirando dritto ai nervi di chi
guarda.
Roberto Nepoti
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Il Manifesto, 4 maggio 2007
Adrian Caetano libera tutti
«Cronaca di una fuga», Buenos Aires '77 esce vietato ai
minori di 14 anni, forse perchè è bene che i ragazzi non
vedano come agiscono i militari quando entrano in azione al servizio
della dittatura
Compie un altro passo significativo Adrian Caetano con Cronaca di una
fuga, dopo aver dato il via alla nuova onda argentina con il film collettivo
Pizza, birra y faso che metteva fine alla retorica per tornare a parlare
del linguaggio della strada. Il film che poggia saldamente sul genere
carcerario e su una vicenda reale, quella di Claudio Tamburrini, portiere
dell'Almagro (squadra di mezza classifica, ci diceva) sequestrato per
tre mesi e riuscito a fuggire da una villa delle torture nell'Argentina
della dittatura, come racconta in «Pase Libre», calandosi
da una finestra con altri tre compagni di prigionia. Al tempo stesso
thriller e racconto morale, mostra ancora una volta, perchè occorre
farlo, le oscure vicende di un paese in cui l'opposizione veniva semplicemente
fatta sparire tra il disinteresse della gente che si definiva «perbene» perchè non
si occupava di politica e della stampa straniera che taceva anch'essa.
Il fenomeno di amnesia totale ha colpito così a lungo il paese
da lasciarlo senza parole e senza immagini. Non sono bastati i film realizzati
subito dopo la dittatura (Historia Oficial, La notte delle matite spezzate,
o i più recenti film di Marco Bechis che la gente aveva perfino
paura ad andare a vedere al cinema, come ci hanno raccontato, e vedevano
solo in Dvd nel chiuso delle proprie case). L'afasia, la smemoratezza è come
se avesse colpito a lungo il paese che solo da poco ha ricominciato a
elaborare la memoria, a ricercare i luoghi, le persone e si è voltata
indietro a ricostruire brandelli di verità troppo dolorosa. La
Mansion Serè, la villa che occupa gran parte delle prime scene,
non esiste più, è stata bruciata, come tanti altri luoghi
di tortura diventati supermercati o banche o rasi al suolo, musei della
memoria a cielo aperto. Non è più tempo di allusioni e
questo racconto precisamente sostenuto ne dà la conferma: sia
il cineasta che il direttore della fotografia (Apezteguia, che già ha
filmato Bolivia di Caetano) sono oggi intorno ai trent'anni o poco meno,
come gli altri esponenti del nuovo cinema, dimostrano di «voler
vedere e sapere», cosa che ancora i tribunali non fanno (solo due
poliziotti sono in carcere, per gli altri responsabili c'è ancora
impunità). Così vediamo corpi, metodi e sistematica tortura,
ma soprattutto un elemento di cui non si è mai parlato e che Tamburrini
racconta nel suo libro, lui arrestato per una falsa testimonianza, la
necessità di fare nomi, la delazione sotto tortura o per dare
tempo ai gruppi organizzati di mettersi in salvo. La tipologia umana
dentro e fuori il carcere è la grande chance del film che opera
in modo liberatorio con quella fuga del tutto episodica e per 30 mila
desaparecidos mai realizzata. Ancora una volta Caetano parla a nome di
tutti e nelle parole pronunciate dai ragazzi si sente la paura di una
nazione intera («è finita. Non ancora, li sento, li sento»)
e quando i prigionieri si calano dalla finestra, nudi sotto la pioggia è come
se volesse ridare vita ai corpi sventrati e gettati nell'oceano dalla
Fuerza aerea argentina, facendogli posare i piedi per terra e liberando
tutti.
Silvana Silvestri
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Il Tempo, 4 maggio 2007
Luce sul destino dei desaparecidos
In «Cronaca di una fuga» Caetano affronta gli orrori
della dittatura argentina
Ancora un bel film sugli orrori della dittatura militare argentina.
Grazie al cinema che ce li ricorda per farceli esecrare, grazie alla
Fandango di Domenico Procacci che, ricordandoli con fermezza, mostra
di mantenersi fedele a quell’impegno civile da cui si è sempre
fatta sostenere. Anche questa volta una storia vera, vissuta e patita
da quattro giovani nel ’77 rinchiusi e torturati in un centro clandestino
di detenzione non lontano da Buenos Aires solo perché sospettati
di idee di sinistra. Una storia, dopo una avventurosa fuga che li ha
salvati, poi raccontata da uno di loro in un libro alla base del film
di oggi, scritto e diretto da un noto regista argentino, Israel Adriàn
Caetano, autore già di tre film tutti visti e premiati in vari
festival, a cominciare da quello di Cannes. Una cronaca di quattro mesi,
in una villa di periferia. Bendati, ammanettati, sottoposti ad ogni sorta
di vessazioni per indurre, chi non sopportava torture orribili, ad accusare
senza nessun fondamento degli innocenti accusando naturalmente anche
sé stessi. Senza ricavarne mai comunque nessuno sconto nelle punizioni
quotidiane, evocate e minacciate sempre come un incubo da carcerieri
abietti chiusi a qualsiasi sentimento di pietà. Il regista scandisce,
anche con delle scritte sovrimpresse sulle immagini, l’enumerazione
dei giorni che si trascorrono in quella prigione, badando, anche solo
con pochi tratti, a costruirci a tutto tondo le fisionomie dei quattro
e, via via, di qualche altro compagno di sventura destinato invece ad
andare ad aggiungersi ai quasi trentamila "desaparecidos" di
cui quell’infame dittatore fu responsabile. Prima la descrizione
di quell’inferno, in climi ovviamente claustrofobici, poi, inaspettate
e insperate, le possibilità di quella fuga in una notte di furiosi
temporali che costrinse i quattro a fuggire nudi calandosi da una finestra
con l’ansia di essere scoperti e, naturalmente, trucidati. Dopo
i ritmi della prigionia, quelli, tutti tensione, della ricerca della
salvezza, dosati però, come il resto, con un linguaggio senza
scosse esteriori per dar rilievo soprattutto a quelle che tormentavano
gli animi dei protagonisti. Con immagini fatte sempre scaturire da una
macchina da presa in spalla, per far anche più vero, e con colori
in equilibrio attento fra il nero e l’ocra, rifiutando, anche nei
pochi esterni, le tinte forti. Al centro, tutte facce quotidiane, anche
quelle degli aguzzini. Da indicare, tra i reclusi, Rodrigo de la Serna,
già visto e premiato ne "I diari della motocicletta".
Un vero attore, che sa però proporsi come se preso dalla strada.
di GIAN LUIGI RONDI
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