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Cover Boy
regia Carmine Amoroso
con E. Gabia, L. Lionello, C. Caselli, L. Littizzetto
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Corriere della Sera, 21 marzo 2008
Precariato, instabilità anche affettiva
Piccolo film di Carmine Amoroso sincero, personale, sensibile Cover boy arriva in ritardo dopo molti premi, festival e dopo molte vicissitudini. Parla civilmente d' un tema attuale, il precariato, come ne parla in teatro Ascanio Celestini, come Virzì col suo nuovo film, come Aldo Nove e Fabio Vacchi nel bel melologo Mi chiamo Roberta. L' autore, che confessa un margine autobiografico avendo vissuto due anni in Romania, lo inquadra non solo dal punto di vista economico, ma anche nel senso di instabilità affettiva, sentimentale, sociale. C' è anche un precariato che impedisce di voler bene. Il film di Amoroso, che tempo fa aveva scandalizzato i benpensanti con Come tu mi vuoi in cui Cassel lasciava la Bellucci per amore di Lo Verso en travesti, qui racconta non solo com' è difficile trovare un lavoro e anche stabilire un' amicizia. È la storia del faticoso rapporto - quanto intimo non importa - tra un ragazzo rumeno orfano di padre per colpa della guerra civile ai tempi di Ceausescu, venuto in Italia per (sognare!) e lavorare; e un nostro precario comune che lavora nelle pulizie, abile con gli spaghetti ma vittima della civiltà dell' avere e dell' apparire almeno quanto l' altro è vittima di regime ideologico. Sogni, dolori, illusioni, ferite della civiltà dei consumi, anche morali: il rumeno è attratto da una fotografa di moda ex impegnata, ora molto glamour (Chiara Caselli) che lo lancia cover boy nella Milano dell' happy hour. Nell' ombra, l' ingordigia piccolo borghese della padrona di casa, una Luciana Littizzetto puntigliosa e brava, con un cane chiamato Stanislavskij perché fa l' artista: per quanto faccia la perfida, rimane simpatica. Il film girato a basso costo con tecnologia leggera, ha uno stile non sentimentale, osserva, non giudica, rimbalza tutto da dentro, capace di analisi. I due attori si scambiano malinconie da comunità europea, il ballerino Eduard Gabia e Luca Lionello, esprimendo sottigliezze non comuni.
Maurizio Porro
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Il Manifesto, 21 marzo 2008
A ovest di Bucarest
La sensibilità con cui si mettono in scena i personaggi di Cover Boy - L'ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, la profondità dell'approccio, una caratteristica del suo lavoro, non sono certo materia consueta del nostrio cinema. Il film parte da un antefatto ormai lontano, la caduta di Ceaucescu e la rivoluzione popolare a cui si unì anche l'esercito (impagabile rivedere l'espressione del dittatore attonito di fronte ai fischi della folla), i morti a causa degli scontri per strada di cui rimane vittima anche, medico del pronto soccorso al lavoro da giorni, il padre di Ioan il protagonista allora bambino. Costretto negli anni successivi a trovare lavoro come meccanico, è convinto da un amico ad andare in Italia, ma anche qui deve arrangiarsi, lavarsi nelle fontane, dormire per strada, finché non scopre i bagni della stazione. Qui incontra Michele, uomo di fatica in stazione che gli offre ospitalità. Crescono le sfumature nel rapporto tra Ioan e Michele (sono gli attori Eduard Gabia, diplomato al «Floria Capsali» High School di coreografia a Bucarest e Luca Lionello che tra l'altro era Giuda nella Passione di Cristo di Mel Gibson), una storia che supera ben presto l'episodico incontro tra due giovani uomini e dilaga come faccia a faccia tra due mondi che non si conoscono e in fondo sono così simili, dove la difficoltà della sopravvivenza ha molti punti in comune. Anche l'italiano Michele si scontra ben presto con la precarietà, esattamente come Ioan che è senza permesso di soggiorno, una vita costantemente in bilico, con un'unica bella citazione da Pasolini (anche se tutto il film è percorso da una vena pasoliniana), la corsa sullo stradone che delimita la periferia. Una via d'uscita la indica un amico rumeno che si fa strada nel mondo delle marchette (lui le chiama marketing), ma non va bene per Ioan: una fotografa lo porta a Milano per farlo diventare il suo ragazzo da copertina, comunque carne come merce di scambio, l'esemplificazione più lampante dell'alienazione nel mondo capitalistico. Cover Boy è un film sulla fratellanza, sull'attrazione inespressa, vuole scoprire, mettere a fuoco Ioan e comunicare la ricchezza interiore del suo mondo e della sua cultura così legata alla nostra. Tutto intorno alla storia di amicizia si muovono come elementi di disturbo tra i due, le due donne del film: un'amara Luciana Litizzetto (tenuta ben lontana dai suoi personaggi tv), bisbetica padrona di casa, attrice figurante per lo più disoccupata e Chiara Caselli fotografa che ha rinnegato il suo lavoro di reporter di guerra per quello più proficuo nella pubblicità. Se Cover Boy fosse stato realizzato nei tempi giusti, cioè quando ottenne i finanziamenti dallo Stato nel 2002, avrebbe contribuito a dare un po' prima qualche strumento al pubblico italiano che sa bene dove sono Seychelles e Lichtenstein ma ha idee molto confuse sulla Romania e sulle persone che la abitano. Nel frattempo i tanti luoghi comuni sui rumeni si sono un po' allentati con l'irrompere nei festival della nuova generazione di cineasti (tra cui una Palma d'oro a Cannes) che Cover Boy in qualche modo anticipava, quasi apripista artistico. Ma poiché fare cinema in Italia è ormai diventata un'operazione misteriosa, il taglio dei finanziamenti del 75% al film fa arrivare solo oggi nelle sale questo bel lavoro che è già stato stato presentato (e premiato) in più di trenta festival internazionali.
Silvana Silvestri
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Il Messaggero, 21 marzo 2008
L'angelo venuto dalla Romania
Giovane clandestino rumeno sbarca a Roma e finisce in casa di un precario gentile messo peggio di lui. Il rumeno faccia d'angelo, Ioan (Eduard Gabia), si porta dentro il ricordo della caduta di Ceausescu, l'amarezza di una rivoluzione tradita e il sogno ostinato di un futuro diverso. L'italiano sardonico, Michele (sorprendente Luca Lionello), campa pulendo i bagni della stazione fra un licenziamento e l'altro, e sopportando le angherie della padrona-vicina di casa (cameo di Luciana Littizzetto, troppo "personaggio" per funzionare come interprete). Una strana coppia, tanto più che Michele, come molti precari, ha cultura, ironia, aspettative, e un debole segreto per quel rumeno ingenuo che non sa neanche nuotare (momento della verità al mare, ma solo per noi, Ioan non capisce). Uniti potrebbero inventarsi una vita diversa, magari aprendo un locale sul Danubio. Ma il destino li separa. Notato da una fotografa (Chiara Caselli), Ioan finisce a Milano a fare il modello solo per scoprire il nostro cinismo mercantilista (è la scena più bella del film). Michele cade giù, sempre più giù... Girato in digitale con mano leggera, occhio acuto e un'ironia innervata di pathos, Cover Boy potrebbe essere la "terza via" che manca al nostro cinema. Né commedia(ccia) per troppi, né film d'autore per pochi. C'è da augurarglielo.
Fabio Ferzetti
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La Repubblica, 21 marzo 2008
"Cover boy", film attualissimo
su giovani emigrati o precari
Per essere un film low-budget girato con telecamera digitale, Cover boy si comporta come un piccolo kolossal. Comincia con sequenze ambientate durante la caduta del regime di Ceausescu, quando il padre di Ioan, il protagonista, viene ucciso sotto gli occhi del bambino. È costellato di flashback che allargano il respiro della storia a una dimensione più corale e, insieme, intima. Rappresenta una delle (non molte) prove tangibili del fatto che il nostro cinema può uscire dall'asfittico circuito due-camere-e-cucina in cui tende ciclicamente a rinchiudersi.
La storia prosegue con Ioan che, cresciuto, arriva in Italia alla ricerca della proverbiale vita migliore. Non la trova, naturalmente: senza permesso di soggiorno, deve sfuggire ai controlli di polizia, lavare vetri, tirare la cinghia. Un suo connazionale vorrebbe introdurlo alla prostituzione, ma il ragazzo tutela sempre una sua, non negoziabile, dignità. Trova un amico, però: Michele, quarantenne di Lanciano emigrato a Roma e precario da sempre. Inizialmente l'italiano diffida, aggrappandosi ai pregiudizi sugli immigrati come ladri di lavoro; poi offre ospitalità al ragazzo, in cambio di un piccolo contributo alla pigione. I due si arrangiano come possono, mentre nasce un sogno: accumulare qualche risparmio e aprire insieme un ristorante sul delta del Danubio.
L'idea di migrazione alla rovescia, originale di per sé, trova ostacoli a catena. Michele perde anche il misero impiego da lavapavimenti; Ioan quello, in nero, da meccanico, che pure sa far bene. Un giorno Ioan conosce una fotografa, che lo porta a Milano per sfilate "fashion" di extracomunitari, lo introduce alla bella vita e gli dà soldi, con cui il ragazzo si compra la Mercedes d'occasione che vagheggiava. Sarà mica vero che gli extracomunitari (come dice un personaggio) stan meglio di noi? Ma neanche per sogno... La fotografa non vuol altro che sfruttare il corpo del ragazzo, nel proprio letto e nella pubblicità fintamente buonista. Frattanto Michele, di nuovo senza lavoro, s'è ridotto a offrire medagliette in piazza San Pietro.
Se il film sembra più grande del suo budget, è anche perché Carmine Amorso manovra il formato digitale HDV con un occhio non televisivo, ma cinematografico. Ne esce un'operina convincente, che racconta storie di solitudini (di Ioan e Michele, ma anche della loro padrona di casa, "amichevole partecipazione" di Luciana Littizzetto) mentre aggiorna, in chiave culturale italiana, il repertorio consolidato del film di strana-coppia. Fornendone una versione tantopiù personale, perché collocata su un preciso sfondo sociopolitico.
Non fa meraviglia che, tra i premi vinti in vari festival internazionali, Cover boy abbia ottenuto quello di miglior film al Festival Politico di Barcellona. Non lancia parole d'ordine né declamazioni, beninteso; e tuttavia il messaggio è forte e chiaro. Come testimoniano la voce di papa Ratzinger e quella di Sivio Berlusconi, in uno dei discorsi in cui (fino a qualche tempo fa) smentiva l'esistenza della crisi economica.
Roberto Nepoti
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