Così sia!
di Tommaso Gallarati-Scotti
Commedia
Corriere della Sera, 21 dicembre 1922
Tre episodi, anzi, più che tre episodi, tre immagini. Una madre veglia al letto del suo bambino morente. Il medico le dice: - Non c’è più che un sottilissimo filo di speranza - . Il marito, un rustico mercante di cavalli, l’avverte che non intende che, quando il figlio sarà morto, ella continui a piangere per tutta la vita, e se ne va ammonendola che a ordinare il funerale ci deve pensare lei. – Pazienza, buon uomo, - vien voglia di dirgli, - aspettate che vostro figlio sia morto: se mai, se volete essere bestiale con qualche verosimiglianza, lamentatevi del pianto che vostra moglie versa ora, non di quello di là da venire - . Insomma, la madre è sola, abbandonata da tutti. Non c’è nessuno sulla terra che possa più far qualche cosa per salvare la sua creatura. – Ma c’è la Madonna in cielo, - le suggerisce una pia femminetta che l’assiste. – Bisogna rivolgersi alla Madonna, con piena fede, fare un voto donandole tutto quello che si ha di più caro; e la Madonna farà il miracolo - . La madre allora alza gli occhi dal triste piccolo letto e li volge lacrimando ad una immagine di Maria. Con religiosa semplicità ella le parla. Le offre il suo anello di rubini e il suo abito di seta. Ma sente che non basta. Fa promessa che tutti gli anni, tornando quel giorno, ella si trascinerà fin al santuario posto sulla vetta del monte delle Croci. Ed ancora sente che non basta. Fruga nel suo cuore. È il cuore stesso che bisogna donare. C’è nel cuore un ricordo d’amore. C’è sulla terra un uomo che passa, talora, presso la casa; ed ella si affaccia a guardarlo, non vista. È nulla; non è un peccato, è il profumo di un sogno svanito, è la dolcezza di un dolore. Via anche quel sogno, via anche quella dolcezza. Tutto sarà cancellato, anche l’ombra della memoria. Ma il bimbo guarisca! E il bimbo si scuote dal sopore muto nel quale giace, e chiama: - Mamma! – L’alba entra pura dalla finestra; le campane squillano. Il miracolo s’è compiuto. La madre terrà le sue promesse. Così sia.
Passano gli anni. Vecchia, vecchia è diventata la madre. Il marito le è morto. Ne siamo contenti; era una canaglia. Il figlio è lontano. Ha lasciato la casa, se ne è andato in America a cercar fortuna. Nessuno sa più nulla di lui. E’ il ventesimoterzo anniversario del miracolo. La madre si arrampica con gran pena sul monte, coperta di un rozzo saio. I suoi capelli sono bianchi, il suo volto è fatto d’ombra e di silenzio. Ed ecco, incontra sulla via il figlio che da parecchi giorni è tornato in patria, e non ha neppur chiesto di lei. Il giovane se ne viene cantando, con amici e donne perdute. Riconosce la madre lacera, e si vergogna di lei. Vorrebbe passar via, senza farle la carità di una parola. Ma la madre lo chiama, ed egli è costretto a fermarsi. Sono dolci i rimproveri della madre; e poi si mutano in una effusione di tenerezza. L’anima stanca della pellegrina si rinfresca nei ricordi dell’infanzia del suo figliolo. Soavità lontane! Carezze puerili! Grandi occhi amorosi, volti verso la mamma! Ma il figlio non ode quelle parole tornanti, gracili e sante, su dal tempo nero. Con quella cara anima che ha ereditato dal genitore, dice chiaro e netto alla madre che non vuol saperne di lei. Perché? Prima di tutto perché è una stracciona; poi perché da bambino egli ha scoperto che la povera donna non ha amato quella gioia di suo marito. Ricorda che, talvolta, ella correva sull’uscio, fuori dal quale un’ombra maschile passava e svaniva. Lanciata l’accusa crudele, il figlio affretta il passo per raggiungere le sue sgualdrine. E la madre mormora: Dio, perché mi abbandoni?
Fedele al suo voto, la madre, più stanca, più logora, più sola che mai, giunge al santuario montano. Non ha più nulla sulla terra, tranne poche stille d’olio e l’ultimo esule tremito della sua vita che già si consuma. Vuole che su quell’olio si schiuda il fiore di una fiammella che la Madonna, dal cielo, vedrà. Poi chiede al custode la grazia di restar chiusa tutta la notte nella chiesetta. Se egli la costringerà ad uscire dove andrà la sperduta? Tutte le vie del ritorno le sono tolte. Nel piccolo tempio deserto ella continua con la Vergine il mesto riverente confidente discorso cominciato nell’alba del miracolo. Ecco, è venuta ancora una volta la madre, come aveva promesso. Ma il figlio suo, il figlio per il quale ha dato tutto, anche l’ombra del suo misero sogno, non l’ama e non le crede. La vecchia piange e prega nel buio. Ma le parole della preghiera si perdono nella sua memoria, e si confondono sulle sue labbra. Nel crepuscolo del suo pensiero sorge in lei l’angoscia di non aver dato tutto, come aveva promesso. – C’è ancora qualche cosa da offrire? Maria, dimmelo tu! – No, non c’è più nulla, perché anche la vita è data. La madre s’addormenta per sempre ai piedi dell’altare.
Questi tre episodi si riducono a tre brevi belle preghiere materne: due alla Madonna, una al figlio. Per esse l’autore ha trovato accenti delicati di poesia, di fede, di bontà. Fuori di esse gli è mancato – mi pare – il tono conveniente alle persone ed alle cose. Per rappresentare le anime rozze che ha poste intorno alla madre a fare, colla loro durezza, da contrapposto all’umile sommessione di lei al dolore, egli non ha avuto quella semplicità di cuore che solo consente di inventare e di far agire e parlare creature veramente e artisticamente semplici. Lo spietato egoismo del marito, l’ingratitudine iniqua del figlio sono insoffribili solo perché manca ad esse l’espressione adeguata, perché non sono trasformate in tratti psicologici, ma restano ferocie verbali, non aderenti, per qualche legame di bene evidente umanità, ai personaggi. Se si dimenticano le parole che questi personaggi dicono, i quadri che essi contribuiscono a comporre sono belli. Vediamo in essi un gesto aspro e rinnegatore, tracciato con pochi rudi segni; vediamo, presso a quello, un gesto pio, una fronte di donna piegata, due mani raccolte in preghiera e in obbedienza; ma tre attimi di bellezza taciturna non costituiscono un’opera teatrale. Così sia! pare immaginato da un ingegno pittorico, nobile, pensoso, avvezzo alle visioni alte e pure; non da un ingegno drammatico che sente e vede l’inquietudine delle anime, l’agitazione e il moto delle passioni. La protagonista di quest’opera è una pia statua velata. Si compone, subito dopo le prime scene, in una bene atteggiata immobilità. Da quella immobilità ripete tre volte lo stesso dolore, la stessa rinuncia, con mirabile dolcezza. Ma non c’è di più di tale rapimento di dolorosa dolcezza nei tre atti. Il patimento della madre è statico. Ai piedi di tanta angoscia la vita non palpita vera, ben segnata con linee decisive. Incerte le figure secondarie, trasognata la figura principale. Ma anche in quest’opera, che a me pare un errore, si sente sempre presente lo spirito di un artista. |