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Corazones de mujer
Corazones de mujerregia Davide Sordella, Pablo Benedetti
con A. Ahmeri, G. Waldi, M. Wajid,
 
Il Messaggero, 20 giugno 2008

Quando la furbizia scomoda la libertà

Sarto arabo travestito accompagna da Torino a Casablanca amica intima futura sposa che deve ritrovare la purezza verginale prima di un matrimonio combinato. Con la scusa della scelta delle stoffe, il sarto intesserà la sua trama anche se a fine viaggio, quando la sposa tornerà a casa purificata, prenderà una grande decisione. Road movie a zero budget tra spot pubblicitario e propaganda del politicamente corretto, Corazones de mujer è un festival di luoghi comuni, gesti roboanti e frasi fatte dove identità sessuale e mondo arabo sono scorciatoie intellettuali e artistiche per realizzare un inno trito e ritrito della libertà. Esistono opere e operazioni. Improvvisamente l'inverno scorso, documentario di Luca Ragazzi e Gustav Hofer sul fallimento dei Dico visto da una coppia gay di giornalisti cinematografici, è un'opera sincera e onesta. La pellicola di Davide Sordella e Pablo Benedetti (dietro lo pseudonimo Kiff Kosoof si nascondono loro due) è un'operazione furbetta - a partire dal titolo spagnoleggiante almodovariano - ed un film sostanzialmente molto brutto che sbatte l'immigrato travestito in prima pagina per ottenere consenso. Scaltro. Peccato che il cinema sia un'altra cosa. Presentato a Berlino nella sezione Panorama.

Francesco Alò

 
Il Tempo, 5 giugno 2008

Il titolo è in spagnolo ma il film è italiano. Il nome del regista è arabo, ma in realtà è uno pseudonimo collettivo di due registi anch'essi italiani, Paolo Benedetti e Davide Sordella, già noto, quest'ultimo, per un suo film, «Fratelli di sangue», visto alla Mostra di Venezia del 2006. Oggi, dopo avere a suo tempo studiato cinema a Londra presso la London International Film School diretta da Mike Like, si sono messi di nuovo insieme per raccontarci, come dal vero, questa storia di intolleranze di vario tipo, fatta concludere, ovviamente, con un invito alla tolleranza. Si comincia a Torino. Una giovane emigrante marocchina, Zina, sta per contrarre un matrimonio organizzato dai suoi ma, ragazzina, aveva perso la verginità, convinta adesso che, appena la scopriranno, verrà uccisa. Un suo connazionale, il sarto per signore Shakira, omosessuale con parrucca bionda, ha però una soluzione: andare a Casablanca dove un chirurgo esperto nel ramo riuscirà a restituirle quello che ha perduto. La scusa per il viaggio, andare insieme in Marocco per scegliere le stoffe per l'abito da sposa. Eccoli in viaggio, sull'auto di Shakira, prima attraverso la Spagna, poi su un traghetto e finalmente in Marocco dove Shakira avrà occasione di sostare nel villaggio da cui anni prima è fuggito e dove potrà incontrare suo figlio, un bambino al quale i suoi, vergognandosi di lui, hanno detto che il padre era morto da un pezzo. Vari incontri, varie avventure (anche rischiose perché, appunto, Shakira non trova comprensione in nessuno, al contrario), e finalmente l'arrivo a Casablanca dove però la soluzione non sarà quella prevista. Metà un documentario, di costumi, di ambienti, metà un racconto di finzione, svolto però con accenti di verità perché i due registi, macchina a mano, ritmi scaturiti sempre da dati reali, hanno fatto in modo di tenersi a una cronaca quasi diretta. Forse, qua e là, indugiando un po' troppo anche verbosamente, sulle polemiche contro l'intolleranza e, con qualche frattura nello stile, alternando con insistenza, in certe immagini, il quotidiano con l'immaginato, ma riuscendo, nell'insieme, a proporci uno scorcio di vita sorretto da situazioni il più sovente verosimili.
Con il concorso valido di due interpreti, Ghizlana Waldi e Aziz Amehri al loro esordio di fronte alla macchina da presa, ma così spontanei e sciolti da sembrare addirittura veterani. Potremo rivederli ancora sugli schermi.

Gian Luigi Rondi

 
Corriere della Sera, 6 giugno 2008

Passioni trans in un road movie

Firmato col nome d'arte di Kiff Kosoof, il film è dei due filmaker italiani, Davide Sordella (Fratelli di sangue) e Pablo Benedetti, impegnati nel racconto di eccentriche gesta di Aziz Ahmeri, alias Shakira, travestito a Torino (viene in mente «ossigenarsi a Taranto», la canzone di Arbasino) che accompagna in Marocco la promessa sposa Zina per aiutarla nella scelta degli abiti, in realtà per complessa operazione di recupero di verginità. Road movie transgender in rotta Italia-Spagna-Marocco, con i folclorismi e i sentimentalismi del caso, unione di destini avversi: umiliati per ragioni di clandestinità sessuale. Naturalmente i due viaggiando si ri-conoscono, si voglion bene, apprezzano le proprie devianze secondo un racconto nato dalle vere esperienze dei diretti interessati simulate in un transgender espressivo che offre lirismo trash, sincerità e due soldi di speranza.

Voto: 6

Maurizio Porro

 
Panorama, n. 24 2008

Sesso e fondamentalismo

Corazones de mujer è la sorpresa della settimana, un piccolo grande film apolide, transgender, diretto da un autore dal nome arabo Kiff Kozoof, che in realtà nasconde la coppia italiana formata da Davide Sordella e Pablo Benedetti. Cinquantamila euro di budget, cioè niente, per un road movie da Torino a Casablanca a bordo della mitica Duetto. Zina (Ghizlane Waldi), marocchina emigrata in Italia, ha un problema: deve sposare l'uomo scelto dai genitori ma non è vergine. Con la scusa di trovare le stoffe giuste per gli abiti delle nozze, Shakira (Aziz Ahmeri), platinato sarto travestito, la porterà a Casablanca dove tornerà integra con una piccola operazione. Passato lo stretto di Gibilterra, anche lui si toglie parrucca e abiti femminili.
Attori non professionisti emozionanti, confine labile, onirico, tra documentario e finzione, interviste e confessioni, riprese ravvicinate, dettagliate, sfumate, poetiche. Con linguaggio ardito, eppure mai presuntuoso, anzi accogliente e simpatico, il film mette a nudo certe verità del sesso oltre il velo fondamentalista ed evita la banalità grazie alla spregiudicatezza nelle chiacchiere segrete delle donne nell'hammam e all'irresistibile Shakira che non direbbe mai «sono gay», preferendo «sono frocio». Sarà in poche sale, non perdetelo.

Piera Detassis

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