Il regno della plasticità, della fluidità, del movimento in evoluzione infinita… è quello del Complexions Contemporary Ballet, “un istituto che incarna il momento storico, un santuario dove tutti gli appassionati di danza possono celebrarne il passato, costruendo simultaneamente il suo futuro”. La formazione americana fondata nel 1994 da Dwight Roden (un tempo ballerino principale dell’Alvin Ailey Dance Theater) e Desmond Richardson, tra le più rappresentative del panorama coreutico contemporaneo, fa tappa in Italia per un breve tour che tocca solo Trieste e Ravenna e propone una silloge di coreografie coinvolgenti (tutte firmate da Roden). In primis l’imperdibile “Mercy” (2009) su musiche spirituals e gospel in cui i temi della tolleranza, della grazia e della libertà si sublimano in una preghiera “corporea” di rara bellezza e suggestione, in un afflato mistico veemente e commovente. Ma è in “Hissy Fits” (2006) che possiamo ammirare anche le qualità performative e lo stile potente dello stesso Richardson, acclamato dal New York Times come “uno dei più grandi danzatori moderni di oggi”, stella del Metropolitan Opera House ma anche dei palcoscenici di Broadway. La suite di brani interpretati ostenta drammaticamente le potenzialità atletiche e di estensione del corpo su variazioni di temi bachiani, lasciando sfilare assoli e una serie di sofferti pas des deux.
Una fisicità esibita ed euforica si scatena, infine, in “Rise” (2008), un viaggio sfrenato sulle note travolgenti degli U2 a celebrare la vita e la forza dell’amore. Una coreografia che è quasi un manifesto di poetica perché si configura come la materializzazione dell’energia senza fine che riflette il divenire del mondo, le sue interconnessioni tra le parti e il tutto, che comunica la forza della multiculturalità e l’idea che la danza sia rimozione di ogni confine.
L’esibizione dell’intera compagnia raggiunge livelli altissimi e lascia davvero negli spettatori una gioia ineffabile esprimendo tale dinamica perfezione.
Elena Pousché