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Come Dio comanda
Come Dio comandadi Gabriele Salvatores
con Elio Germano, Filippo Timi, Fabio De Luigi, Angelica Leo, Vasco Mirandola, Ludovica Di Rocco
 
L'Unità, 13 dicembre 2008

Gabriele Salvatores è ormai sintonizzato su umori e atmosfere spinte ai limiti della prosa di Nicolò Ammaniti. Visto il felice esito di Io non ho paura, ritentare per i due era ovvio. Ma certi autori hanno la pessima preoccupazione che la propria “santità artistica” non venga scalfita dal sospetto di “biechi” intenti commerciali. Sentite il regista milanese: avevo deciso la trasposizione del nuovo libro prima che vincesse il Premio Strega, mentre tornavo dall’Australia…(questo si che è cinema!). Che male c’è ad ammettere una buona volta: aspettavo con impazienza che Ammaniti sfornasse un altro romanzo giusto per me? Si sa che spesso il successo in libreria traina il film (che la Rai distribuisce per Natale, nel periodo più ricco della stagione). A parte questo, i due stanno consolidando una formula. In Io non ho paura c’erano bambini calati in situazioni di cronaca nera, eppure Salvatores assecondando pulsioni e desideri ha allontanato i personaggi dal semplice ritratto “naturalistico”. Stessa tensione ha animato Come Dio comanda: tutte le conseguenze della violenza brutale trascolorano nei giganteschi mondi interiori dei protagonisti.

Che sono pochi (a differenza del libro) e molto caratterizzati: il 14nne Cristiano Zena (Alvaro Caleca), introverso e isolato vive in una casa allo sfascio col padre Rino (Filippo Timi), uomo violento, alcolizzato, sbandato, che lavora quando può. Unico amico uno spostato, Quattroformaggi (Elio Germano), tutto preso dal suo bizzarro presepe. La scena si svolge in un inedito Friuli di poveri (perchè chiamarli sempre "nuovi"?), montagne che s’innalzano all’improvviso dalle pianure, villette con imposte chiuse, capannoni a ripetizione lungo le provinciali, strade desolate come alla periferia del mondo. La vicenda prende una svolta drammatica quando una giovane ragazza con il cappuccio rosso viene assalita nel bosco (!). C’è tutto il cast in quella notte piovosissima (dura mezz'ora, il cuore del film): lo spostato, il padre e il figlio. Senza svelarvi il motivo, succede quindi che un ragazzino cresciuto dal padre a sterili slogan razzisti e blando nazismo (c’era bisogno della svastica gigante in camera da letto?), con il culto della forza fisica ma anche di un fantomatico codice d’onore da rispettare, vede cascargli davanti agli occhi la figura di riferimento, il suo Dio, visceralmente detestato almeno quando è profondo il rapporto che a lui lo lega. Come ha sintetizzato Ammaniti: “Il padre gli insegnava l’odio con tanto amore”.

Il film è il montaggio di tre vite borderline che si inseguono nei loro piccoli deliri, rimestando nel maledettismo. La storia, sforbiciata ampiamente nella trama e nei personaggi, si gioca tutto sull’eccesso dei caratteri. Salvatores, con occhiali gandhiani e sorriso angelico, ha messo nel baule dei ricordi le nevrosi post-sessantottine della prima metà di carriera per tentare la “diversificazione”, come fanno le aziende. Per un regista che non vuole lavorare solo in modo estemporaneo funziona proprio in quel modo (oppure nella ripetizione all’infinito di un titolo di successo). Tutti tentativi apprezzati, al di là dei giudizi sulla riuscita (Nirvana? Quo Vadis Baby?). E però sembra quasi che manchi qualcosa dietro lo stile. Salvatores è pudico nell’illustrare la violenza, per scelta dice lui, ma con un risultato modesto. Si può fare un (improbabile) parallelo con “Tre allegri ragazzi morti”, un gruppo punk-rock che appare fugacemente nel film. I tre di Pordenone, che sul palco mettono sempre una maschera, fanno quel tipo di musica in cui il messaggio antagonista è ingoiato dall’estetizzazione. Salvatores qualche volta sembra questo: sa trovare l’argomento giusto, anche la maniera per mostrarlo ma manca di sangue. E come in certi gruppi rock, musicisti e manager (cioè i tre attori, molto bravi, e il regista, capace) messi insieme fanno meno valore che presi singolarmente.

Pasquale Colizzi

 
Panorama, n. 1 2009

L'amore brutale di Salvatores

Un padre paranazista in una piovosa landa del Nord-Est insegna al figlio che la vita è cruda, i negri sono «negri» e fare a botte è l'unica salvezza dal diverso. Li accompagna un matto fulminato dopo un incidente sul lavoro, Quattroformaggi (Elio Germano), innamorato pazzo di una pornostar. Tra stupri e delitti efferati, accidenti che mandano il padre in coma, case sfatte abitate da paranoie e detriti, in una notte continua e piovosa, Gabriele Salvatores ambienta il suo ultimo film tratto (con molte contrazioni) dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Al cuore di una storia terribile, dove l'unica espiazione è il suicidio, brilla l'amore brutale eppure grandioso tra padre e figlio (bravissimi Filippo Timi e Alvaro Caleca), una forza che nessuno può fermare benché abbia sembianze fasciste e criminali. Potente nelle immagini e in quel sentimento d'amore emozionante benché sbagliato, il film di Salvatores sperimenta una via buia e difficile, e sconta troppe ingenue facilità nella costruzione, ma resta incrostato nello sguardo a lungo. Per lo spettatore il fastidio (cui contribuisce il fool troppo compiaciuto di Germano) è di non trovare lungo l'impervia strada né assoluzione né soluzione, il dubbio è che stia proprio in questo la vera, forte, contemporaneità del racconto.

Piera Detassis

 
Il Giornale, 12 dicembre 2008

Rabbia, violenza e morte nel dramma dell'amor filiale

Il padre di famiglia è il grande assente dagli schermi italiani da mezzo secolo, cioè da quando morì Pio XII, che teneva - insieme a Giulio Andreotti - a questa figura essenziale. Tuttora, raramente, nei film italiani compare il padre: quasi sempre è un padre solo carnale; quasi sempre è un padre solo mascalzone.
Tocca a Gabriele Salvatores con Come Dio comanda, ispirato dal romanzo di Nicolò Ammaniti, escogitare una versione contemporanea e teneramente disperata della paternità. Filippo Timi, questo padre così fragile e così violento, riesce a preservare il suo personaggio da facili sconfinamenti nel grottesco. Per farlo ci vuole bravura e anche coraggio: un tipico attore salvatoresiano come Claudio Bisio avrebbe rifiutato questo ruolo, visto che dice di non sopportare ruoli di «fascisti»... Cervi e Tognazzi, Volonté e Salerno, che li accettavano erano dunque cattivi cittadini?
Si diceva che ci vuole bravura e ci vuole coraggio per rendere con dignità un padre che beve (pazienza, al giorno d'oggi pare poco) e insegna al figlio che la miglior difesa è l'attacco (e questo pare grave in un mondo che chiama eroi solo le vittime) e che - impudenza! - ha dipinto sulla parete della camera da letto una grande svastica...
Siamo da qualche parte nel Piemonte più subalpino, in una di quelle aree di provincia dove ormai ognuno è benestante, ma nessuno sta bene. Scorre il fiume in un autunno di piogge altrettanto fluviali, acque che non raffreddano la follia che cova nella testa di uno dei rari diseredati locali (Elio Germano), il quale ha un solo amico, l'emarginato padre impersonato da Timi, unico legame con la normalità che gli rimane. Ma quando uno stupro si risolve in omicidio, il diseredato non vuol pagare, a costo di togliere di mezzo chi l'ha aiutato. Qui s'innesta il dramma nel dramma dell'amor filiale, con Fabio De Luigi fra il bonario e il diessino nel delineare l'assistente sociale più buonista che buono.
Se di Timi si sapeva che era bravo; se di Germano si è detto troppo che lo è e lui ha finito col crederlo, la rivelazione del film è l'esordiente quindicenne Alvaro Caleca, che rende bene la solitudine della prima adolescenza e la disperazione di aver dubitato del padre.
voto: 7

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 12 dicembre 2008

Sulla cattiva strada

Amore furente tra padre e figlio in una provincia del Nord Italia, terra desolata ai piedi delle montagne e tra i boschi: fabbriche, capannoni industriali, casette a schiera, centri commerciali, immense segherie, cumuli di alberi tagliati e accatastati. Diluvi. Cielo grigio. Gente ignorante e brutale dalle idee storte, avviata su quella che Fabrizio De Andrè chiamava «la cattiva strada». Il padre spesso disoccupato, violento, prepotente, xenofobo, turpiloquente, non crede nella libertà ma nella pistola; il figlio adolescente cerca di somigliargli e di essere stimato da lui, si vogliono bene «di un amore torbido e oscuro». Vivono insieme, da soli. Il padre tenta di educare il figlio come può, come sa: lo incita alla vendetta fisica e all'opportunismo, lo comanda a scappellotti. Il figlio lo adora, lo venera, lo imita. E' loro amico un ex operaio colpito alla testa in un incidente e divenuto mezzo matto (Elio Germano). Una lunga notte terribile, piena di pioggia e di sangue, cambierà tutto per tutti e tre.

E' una storia interiore e nello stesso tempo collettiva, che disegna la mala disposizione di una popolazione insieme con l'interiorità crudele o folle dei personaggi: l'effetto è molto forte e può anche condurre a degli equivoci italiani.

All'origine del nuovo film che Gabriele Salvatores ha diretto dopo quattro anni di silenzio c'è il romanzo Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti, asciugato, privato di altri personaggi, condensato sull'essenziale rapporto padre-figlio e sulla rozza brutalità di certa gente del Nord. Filippo Timi è bravissimo nel personaggio del padre, il debuttante Alvaro Caleca impersona bene il figlio; Elio Germano, il matto, è poco sorvegliato, ogni tanto lezioso (ma è bello che si sia fabbricato due braccia e mani fittizie per abbracciarsi, per accarezzarsi, e che abbia una mania per le dive del porno televisivo). Il film duro dà a volte un'impressione di maniera nel ritratto dei personaggi maneschi e parafascisti: ma è costruito e realizzato benissimo, con una forza grande, appassionante.

Lietta Tornabuoni

 
Il Mattino, 13 dicembre 2008

Cuori di tenebra nel Nord-Est

Fosco, oscuro, plumbeo, minaccioso. L'uomo e il suo habitat uniti nell'assoluta assenza di speranza che determina il tono, il ritmo e il senso del nuovo film di Salvatores tratto dal premiato libro di Ammaniti: «Come Dio comanda» non perde tempo, infatti, con gli approcci circostanziati e s'immerge da subito nel cuore di tenebra dei suoi protagonisti... Monadi impazzite di un mondo senza uscita, coacervo di rancori repressi, congiurati in nome di un'implausibile fede neonazista, Rino Zena (Filippo Timi), il figlio adolescente Cristiano (Alvaro Caleca) e l'affiliato scimunito Quattro Formaggi (Elio Germano) sopravvivono in una landa desolata del Nord-Est grazie all'amore viscerale che li unisce e all'odio mortale che li contrappone a tutti gli altri. La rabbia monta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della loro coatta e squallida esistenza: il lavoro che scema per colpa della concorrenza degli immigrati, l'atteggiamento disinibito e disinvolto dei giovani omologati, l'irrisione e il compatimento da parte dei bravi compaesani, tutto concorre a fare del terzetto una bomba ad alto potenziale antisociale. Le intenzioni dello scrittore e del regista sono chiare (e questo sarebbe un merito), ma lo svolgimento del film ricorre a una serie così fitta di eccessi cattivisti, formule psicanalitiche e simbolismi atmosferici, da finire con lo snaturare il versante segreto e ambiguo dell'apologo e imbucarsi in un finale di banale effettismo didascalico. Non si discute la bravura di Filippo Timi, attore in grande ascesa che occorrerà proteggere dagli entusiasmi della critica (quelli che hanno rovinato Stefano Accorsi e rischiano di penalizzare lo stesso Germano); ma è proprio sul piano della progressione narrativa, della suspense, del coinvolgimento che il film via via perde colpi, diventa sbrigativo, chiede troppo aiuto alle musiche e sbanda nell'introdurre i comprimari (tranne nel caso di Fabio De Luigi finalmente in un ruolo non comico). Il suo ganglio dolente resta il rapporto padre-figlio, giostrato in tutte le sue più aberranti, ma paradossalmente «comprensibili» contraddizioni: uno snodo interessante che viene servito da Salvatores con una tecnica a tratti ineccepibile mai, però, sostenuta da un'unghiata intellettuale ed emotiva all'altezza.

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 12 dicembre 2008

Tre emarginati in un mondo senza umanità
Ma il dramma di Salvatores non appassiona

Il tema delle «colpe» dei padri e dei «rimpianti» dei figli è presente da sempre nell' opera di Gabriele Salvatores, a volte solo in negativo (come nella trilogia generazionale degli inizi) a volte come una delle possibili sottotrame (come in Sud). Da un po' di film a questa parte, invece, quel tema ha preso sempre più spazio, fino a diventare una delle linee di forza dell' ispirazione: importante in Amnèsia e Quo vadis baby?, centrale in Io non ho paura, totalizzante in Come dio comanda, in uscita oggi. Ispirato a un romanzo fluviale di Niccolò Ammaniti, il film ne espunge molti personaggi e avvenimenti per concentrarsi sul tormentato rapporto di Rino Zena (Filippo Timi) col figlio vero Cristiano (Alvaro Caleca, al suo esordio) e quello «adottivo» Quattro Formaggi (Elio Germano). Il primo è un adolescente cupo e ombroso, succube verso il genitore di cui ha assorbito il vitalismo apocalittico e oltranzista; il secondo è un ex compagno di lavoro di Rino, menomato da un incidente sul lavoro che l' ha fatto regredire a uno stato para-infantile. Il terzetto vive in un paese montano senza nome del Nord-Est italiano, ognuno rabbiosamente alle prese con i problemi quotidiani: Rino alla ricerca di un lavoro che non trova e che vede sparire ogni giorno di più per la concorrenza di «negri e slavi»; Cristiano nel tentativo di mascherare la sua vera anima e le sue vere idee di fronte a insegnanti e compagni da cui si sente distantissimo; e Quattro Formaggi all' inseguimento di un suo mondo di fantasie e desideri che carica di troppe aspettative. Salvatores, che ha scritto la sceneggiatura con Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, salta di getto qualsiasi tipo di mediazione sia sociologica che psicologica. Non sappiamo niente del passato di Rino e Cristiano né della «fine» della madre, così come Quattro Formaggi ci viene presentato senza altri legami familiari che non quelli dei due Zena. E fin dall' episodio del Suv e della motoretta che ne impedisce il parcheggio, i rapporti sociali tra le persone sembrano essere costruiti solo sulla sopraffazione e la violenza. Un mondo senza anima e un' umanità senza passato, dove (un po' troppo simbolicamente) chi è strambo raccoglie oggetti nelle discariche e chi teorizza il razzismo e dipinge gigantesche svastiche sui muri di casa non può che divertirsi a sparare tra le cave di ghiaia. C' è come un sovraccarico di disvalori, un incupimento eccessivo del quadro che può trovare una giustificazione in certi fatti di cronaca ma che nella logica del racconto cinematografico finisce per sembrare eccessivo, fin troppo sgradevole, volutamente esasperato, così da togliere (e non si capisce perché) ogni possibilità di immedesimazione con qualcuno dei protagonisti. In questo modo, l' inevitabile dramma che scoppia in una notte troppo piena di metafore (lampi, pioggia, fango, sentieri solitari) rischia di non appassionare e di essere vista come l' epilogo «inevitabile» di fronte ai comportamenti di tre emarginati «destinati» alla tragedia. Nel film ogni personaggio si comporta come da manuale: Quattro Formaggi confonde tragicamente una ragazza (Angelica Leo) con l' oggetto delle sue fantasie erotiche, Rino mescola ancora una volta rabbia e paternalismo (vuole aiutare l' amico ma finisce per restare, involontariamente, coinvolto) e il piccolo Cristiano si sforza come sempre di conciliare senso del dovere e senso di obbedienza, bisogno d' affetto e paura reverenziale. Ma al di là dell' indubitabile abilità tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz' ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo «significativo» (e un po' prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi «erotica» (l' avventura notturna del padre con una occasionale conquista) o quella «sociologica» (il rabbioso discorso del padre al funerale della figlia), troppo programmaticamente cariche di significato perché lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l' impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio. Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico (senza per esempio gli squarci favolistico-ecologici che spezzavano la tensione di Io non ho paura) finisce per schiacciare tutto - la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una società egoistica e violenta - sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un «male» metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio.

Paolo Mereghetti

 
Il Messaggero, 12 dicembre 2008

Salvatores: un padre,
un figlio e il Male

Perché gli uomini diventano cattivi? Il secondo film di Salvatores tratto da un libro di Niccolò Ammaniti sembra voler rispondere a questa domandina insieme immensa e infantile. Cosa è che rende gli uomini malvagi? Non è una domanda innocente. Implica che il male sia un processo, un'affezione, magari latente, qualcosa che non necessariamente nasce con noi ma può impadronirsi del nostro essere. E i protagonisti di Come dio comanda, un padre, un figlio, un matto, sono proprio così. Malvagi e innocenti insieme. Meglio: indotti al male da una serie di circostanze che si chiamano disoccupazione, ignoranza, povertà, isolamento, paura. Tutte cose oggi familiari, e non solo nel Nordest.
Il problema è che questa premessa, anziché restare "invisibile", salta agli occhi e stende su tutto, personaggi, paesaggi, eventi, una sottile patina che rende il Nordest di Salvatores astratto e scivoloso malgrado gli ottimi attori e la bella intuizione iniziale.
Il Rino di Filippo Timi ad esempio, è tante cose insieme. È un padre amoroso, un lavoratore disoccupato, un nazista convinto (ma spaventato: non vuole si sappia, teme di finire all'indice), un adulto che educa il figlio alla violenza perché solo la forza conta in un mondo in cui i "negri" ci rubano il lavoro e i "ricchi" ne approfittano perché gli costano meno.
Anche il povero Quattro Formaggi però (Elio Germano), reso demente da un incidente sul lavoro, come ci informano i dialoghi, ha molte facce. È un innocente quasi angelico, un fool shakespeariano, un amico fedele (l'unico amico che può concedersi il rabbioso Rino), ma anche un folle capace di improvvisa violenza.
Stretto fra questi due adulti piuttosto devianti il giovane Cristiano (Alvaro Caleca), già ammaccato dall'adolescenza e minacciato da un assistente sociale che potrebbe strapparlo al padre, vedrà crollare tutte le sue confuse certezze in una lunga notte di tregenda. Che però, paradossalmente, è il blocco più debole del film.
È bella infatti, perché ancora bagnata di ambiguità, la prima parte, Cristiano che esce a uccidere il cane, padre e figlio che giocano come un cucciolo col capobranco, o fanno allegramente il tirassegno intorno al povero Quattro Formaggi. E anche la casa del demente, che tra film porno, braccia finte applicate al televisore e una specie di assurdo presepe profano, si è costruito una "second life" su misura, ci parla di un mondo diverso, complesso, mutevole, vivo e simbolico insieme.
Un mondo in cui questa parabola potrebbe trovare forma se il film guardasse un po' vivere i suoi personaggi, senza portarli per mano dove vuole. Sottolineando ogni passaggio con tanta insistenza da togliere loro forza e verità. Altro che "noir": è il melodramma il genere più usato oggi per guardare a certa Italia. Ci piacerebbe vederne uno davvero convincente.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011