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Cloverfield
Civico Oregia Matt Reeves
con M. Vogel, J. Lucas, L. Caplan, M. Stahl-David
 
Corriere della Sera, 1 febbraio 2008
Un mostro terrorizza New York (ma non turba gli spettatori)

Godzilla è tornato. Ma siccome non siamo più nel 1954 ma nel secondo millennio, qualche aggiornamento si impone: il mostro che terrorizza New York City è meno squamoso di quello giapponese e soprattutto è più alto (350 metri contro i 50 di Godzilla); si accompagna, o genera, una miriade di piccoli mostricini famelici e aggressivi (molto debitori all'Alien di H.R. Giger) e visto che Hollywood non ha ancora intenzione di chiudere i conti con l'11 settembre la sua apparizione non ha nessuna spiegazione. È terrore puro. O almeno dovrebbe esserlo.

Quello che cambia è invece il punto di vista. Non l'occhio «oggettivo » dei 35 millimetri cinematografici ma quello «soggettivo» (e molto giovanilista) delle cineprese video, che possono usare anche i più imbranati videoamatori. Come appunto è Hud (T. J. Miller), invitato alla festa organizzata da Rob (Michael Stahl-David) per salutare gli amici prima della sua partenza per il Giappone e che si vede mettere in mano una videocamera per registrare i messaggi dei vari invitati al padrone di casa.

Non la mollerà più, anche quando qualsiasi persona di buon senso l'avrebbe gettata per terra per fuggire con meno impicci. Lui no, la terrà inchiodata all'occhio filmando tutto quello che accade permettendo così al pubblico di seguire quello che è avvenuto in quella tragica notte del 22 maggio 2007 (le sovrimpressioni automatiche dei video hanno la loro utilità) da una postazione ultraprivilegiata. Quella di chi sta in primissima fila. Raccontando le peripezie di quattro amici — Hud, Rob, Lily (Jessica Lucas) e Marlena (Lizzi Caplan) - che prima cercano di fuggire e poi decidono di salvare Beth (Odette Yustman) rimasta incastrata tra le macerie del proprio appartamento.

Regista (Matt Reeves), produttore (J.J. Abrams, il creatore di Alias e Lost, poi regista del deludente Mission: Impossible 3) e major (Paramaount) hanno invaso il mercato di materiale autopromozionale dove si sprecavano le citazioni di You Tube, si scomodava «la diffusa mentalità voyeuristica» e la voglia di «intrusione nelle vite degli altrui ». Per teorizzare una specie di equazione artistico-produttiva: se s'inizia il film sbirciando (una videocamera non può fare altro) dentro Fanta-thriller una situazione reale come è quella di una festa tra amici, quando si scatena il caos «automaticamente si trasferisce quella sensazione di reale anche al mostro stesso».

Peccato che invece succeda il contrario: non credi alla realtà della festa e di conseguenza non credi nemmeno al mostro che distrugge Manhattan. Dove naturalmente «credi» vuol dire, molto più cinematograficamente, non riesci ad immedesimarti, non ti fai coinvolgere. Il punto cruciale del film è proprio qui: credere che il meccanismo voyeuristico che ha fatto la fortuna sui video dei computer di casa di You Tube possa essere meccanicamente riprodotto al cinema, dove invece l'identificazione tra spettatore e schermo scatta solo se esistono alcune condizioni precise. Una delle quali è la leggibilità dei messaggi, la condivisibilità del quadro di riferimento.

In Cloverfield tutto questo non avviene: la frammentarietà delle riprese e del racconto agisce come una specie di incontrollabile «reset » che rompe la tensione e disturba la visione, azzerando ogni volta il legame primario tra spettatore, schermo e sala buia su cui è costruito il meccanismo di fascinazione e di identificazione del cinema. E infatti il successo del primo weekend americano (più di 46 milioni di dollari d'incasso) è stato fortissimamente ridimensionato in quello successivo. Dove si capisce che gli sforzi del marketing funzionano quando nessuno ha ancora visto il film, ma poi devono necessariamente fare i conti con il valore (o il non-valore) del film.
Altro discorso sarà il consumo televisivo o via dvd di un film tutto costruito sul tema dell'afasia e dell' «impossibilità» di vedere a cui condanna l'occhio della videocamera amatoriale (con la significativa eccezione di due vistosi marchi pubblicitari). Probabilmente allo spettatore televisivo, distratto e superficiale, quel guazzabuglio di immagini poco significanti finirà per sembrare il prolungamento di qualche reality post-post-moderno e l'audience si impennerà (anche se ho molti dubbi). Certo è che al cinema la superficialità della sceneggiatura e la sfarinatura della tensione finiscono per rendere un pessimo servizio all'idea che i nuovi percorsi della paura debbano passare da qui.

Paolo Mereghetti

 
Panorama, n. 6 2008
L'ideatore di «Lost» distrugge New York

È come un attacco di panico, arriva senza preavviso, senza apparente motivo: la paura e nient'altro. E pensare che Cloverfield inizia come un qualunque (noioso) filmetto-americano-indipendente-sul-vuoto-giovanile: ragazzi un po' storditi filmano in diretta, con la videocamera digitale, la festa d'addio dell'amico Bob, per mettere le immagini su YouTube. Poi d'improvviso, nel mezzo del party, l'ignoto spacca il loro mondo e New York: palle di fuoco sulla skyline, la testa della Statua della libertà che rotola ai loro piedi, grattacieli che s'ammucchiano, polvere spessa come in quell'11 settembre 2001 che è stato l'immagine primaria per la generazione dei ventenni.

Non è un cataclisma, è un Godzilla spuntato dal nulla e corredato da terrorizzanti parassiti. La catastrofe è filmata in soggettiva dai giovani in fuga, con riprese incerte e poi frenetiche, travolte dal panico, senza consequenzialità e dunque efficacissime per la suspense. Il produttore J. J. Abrams, l'ideatore di Lost, ha usato un marketing eccezionale, fatto di finte piste (trailer, spot, sponsor) lanciate in rete.

Il mostro è maestoso e mai ideologicamente invadente. Da dove arriva, perché? Non importa: c'è e basta, e nell'immagine climax inghiotte e risputa in diretta il protagonista, che continua a filmare con la videocamera. Metafora sin troppo chiara di un pianeta insensato, tramutato in violento reality, inghiottito, masticato e digerito dai blog.

Piera Detassis

 
Corriere della Sera, 8 febbraio 2008
Se un semil-Godzilla attacca New York

Cloverfield è il nome che i giovani bene di Manhattan, catapultati da una festa di compleanno, danno al mostro che distrugge la loro città e il loro futuro. Basta uno sguardo dal ponte di Brooklyn per capire che è finita: è la prefazione di I'm legend? Via di orrore in orrore, con un Godzilla che avanza senza speranza. La tecnica del video amatore che riprende l'evento, come direbbero i tiggì, con ragazzi che si amano, si lasciano, si perdono, esclude ogni partecipazione emotiva, non parliamo del razionale. Cloverfield è un catastrofico ripreso al telefonino: diamo pure per buona l'inquietudine sommersa colpa di Bush (ma ora con Obama non vale più), resta un catalogo di manierismi giovanili e idioti («va tutto bene, va tutto bene cara...»). E l'inconscio come sempre terrorizzato dalla «cosa» grigio verde (nella nostra politica manca), la ripresa traballante da mal di stomaco, i topolini in fuga nel metrò: usciti da un'anteprima di Ratatouille?

VOTO: 5

Maurizio Porro

 
L'Unità, 31 gennaio 2008
Blair Witch Cloverfield

Siamo diventati voyeurs impenitenti, YouTube ne è il regno, MySpace una vetrina ancora più intima, internet il megafono delle nostra disperante necessità di comunicare e ricevere comunicazione. La pruderie si fa insostenibile quando un nastro è catalogato (o ritenuto) "amatoriale", che sia un porno o una festa privata. Si vuole entrare nella vita degli altri senza il filtro della fiction. E non c'è evento felice o catastrofico che non sia documentato bypassando i media tradizionali. Cosa vi ha emozionato di più, la cascata polverosa delle Twin Towers o la marea montante dello Tsunami riprese da reporter improvvisati? Il cinema segue a ruota, asseconda le tendenze, le ricrea negli studios. Prendete il caso di Cloverfield, diretto dall'esordiente Matt Reeves e prodotto da J.J. Abrams, pezzo da novanta del sancta santorum hollywoodiano che spazia dal grande al piccolo schermo. Cioè da Mission Impossibile 3 a "Lost".

L'idea portante di questa pellicola catastrofica sta tutta qui: cosa è rimasto nella videocamera di un newyorkese che con i suoi amici tenta di fuggire da un mostro arrivato dal mare? Tutto inizia con la festa di addio a Rob (Michael Stahl-David). La videocamera passa di mano in mano, in un gioco di ripresa in soggettiva casuale (quanto controllatissimo). Poi il grande botto, la corsa in strada e la testa della Statua della libertà che plana pesantissima davanti alla porta di casa. Comincia la fuga rocambolesca di Rob con Marlena (Lizzy Caplan), Lily (Jessica Lucas), Jason (Mike Vogel) e Hud (T. J. Miller), che diventa l'"occhio fisso" e riprenderà tutto. In condizioni disperate, con una videocamera (vorremmo sapere se esiste) che passa indenne per tutta la notte fino al mattino senza esaurire nastro e batteria. Mentre il mostro imperversa e spruzza via alcune creatura a grandezza umana.

Dopo la bufala di Blair Witch Project, lo spettatore si è fatto un po' più furbo e sa che sul grande schermo passa solo fiction "certificata". Certo molto verosimile, ben orchestrata, che scivola via senta intoppi. E stavolta modulata ad "altezza uomo", senza l'occhio onnipotente del regista a presidiare il set dall'alto. Riuscito anche l'escamotage di tenere il mostro spesso fuoricampo, come una minaccia incombente ma sconosciuta. Negli Usa, nonostante non ci fosse nessuno di richiamo nel cast, Cloverfield ha fatto il pienone. Il filone catastrofico, si sa, è duro a morire. Però gli sceneggiatori, che sia epidemia o strane presenze, ultimamente ricorrono troppo facilmente alla "soluzione finale", facendo tabula rasa dell'intera città. A pensarci bene, se avete voglia di un film da maneggiare con la massima cautela, perché mostra suicidi veri ripresi senza filtro, scaricatevi The Bridge di Eric Steel.

Pasquale Colizzi

 
La Repubblica, 1 febbraio 2008
Cloverfield, tra Godzilla e Lost
all'ombra dell'11 settembre

Godzilla nell'era di YouTube. Alcuni giovani danno una festa di congedo per l'amico Rob, che ha fatto carriera e si prepara a occupare un posto da vicepresidente in Giappone. Solite cose: scherzi e battute, corteggiamenti e gelosie tra un bicchiere l'altro. Uno dei ragazzi riprende il tutto con una telecamera amatoriale. Dopo una ventina di minuti di film, un blackout diffonde il panico, tra gli amici e nella città. In una scena molto pop, la testa della Statua della Libertà crolla nel bel mezzo di Manhattan; anche il ponte di Brooklyn va in pezzi.

A causare tanto sfascio è un gigantesco mostro di incerta provenienza, coadiuvato da mostriciattoli salterini a forma di grossi ragni. Tra i fuggiaschi alla ricerca disperata di una via di scampo emergono alcuni caratteri: Hud, che pur nel panico collettivo non rinuncia a manovrare la telecamera; Jason, vittima predestinata del crollo del ponte; l'ombrosa Madlena, della quale scopriremo gradualmente la generosità e il coraggio; ma soprattutto Rob e Beth, protagonisti di una love-story le cui immagini di felicità, rimaste impresse nel nastro riciclato da Hud, fanno da contrappunto all'orrore del presente riportandoci per brevi flash al tempo della normalità.

Nella seconda parte la coppia, in crisi per la progettata partenza del ragazzo, diventa il motore principale dell'azione: Beth è rimasta intrappolata sotto le macerie di un grattacielo semicrollato e gli amici superstiti corrono in suo soccorso, sotto la guida del sempre più angosciato Rob, traversando la città in senso contrario al flusso dei newyorchesi in fuga.

Se il soggetto ricorda "Godzilla" e derivati, Coverfield è lontano anni luce da un classico film di fantascienza: si sente che, nella realtà, c'è stata la tragedia delle Twin Towers e, nella fiction, la piccola rivoluzione di serie televisive come "Lost" e "Alias", da cui vengono produttore e sceneggiatore del film: in quanto tali, esperti produttori di angoscia filmica.

Più che a "Blair Witch Project", cui molti hanno fatto riferimento per questo disaster-movie di nuova generazione (lo ricorda, piuttosto, l'innovativa campagna promozionale con cui è stato presentato in America, e che ne ha favorito il grosso successo), Cloverfield è imparentato con due film di prossima uscita sui nostri schermi: l'ottimo "Diary of the Dead" di Romero e (il meno interessante) "Rec" di Balaguerò, ambedue fantasy orrorifiche inquadrate da cima a fondo attraverso l'obiettivo di una camera digitale.

Alla lunga, la faccenda potrebbe banalizzarsi fino a diventare un espediente; ma per ora, non è affatto così. Anzi, rispetto ai catastrofici di vecchia concezione "mainstream" (valga per tutti l'esempio di "Independence Day"), che esibivano la finzione e l'artificio degli effetti speciali, il film di Matt Reeves sortisce un effetto psicologico inaspettatamente realistico; tantopiù sconcertante causa la smaccata implausibilità della situazione, ma proprio per questo coinvolgente e "fascinoso", nel senso (efficacemente) malsano del termine. Fino a darti - e non solo per la costante instabilità dell'inquadratura "a mano" - un senso di vertigine.

Roberto Nepoti

 
Il Mattino, 2 febbraio 2008
Il supermostro e la videocamera amatoriale

Nel circuito Internet e dei blog è già diventato un cult soprattutto perché stravolge in maniera originale le consolidate forme di un genere. «Cloverfield», diretto da Matt Reeves, reinventa il cinema catastrofico, il filone apocalittico del «day after» raccontando il panico di una New York notturna attaccata da una mostruosa creatura con le riprese in soggettiva fatte con una videocamera digitale amatoriale. La mente dell'operazione è J.J. Abrams, autore della serie di culto «Lost». cinque ragazzi impegnati a organizzare un party per un amico si trovano improvvisamente nell'inferno newyorchese scatenato da un mostro delle dimensioni di un grattacielo che rade al suolo Manhattan e decapita la Statua della Libertà. Il loro tentativo di sopravvivere tra crolli, esplosioni e fughe viene filmato e il nastro ritrovato a Central Park testimonia prima i momenti felici e poi il terrore fino alla morte dei cinque amici. Il film indipendente, costato 30 milioni di dollari, fa interagire il goliardismo alla «The Blair Witch Project» e il kolossal in stile «La guerra dei mondi», il mito di King Kong e la paura post 11 settembre. La visione fa i conti con l'estrema mobilità della camera, immagini sghembe e capovolte, che puntano al caos realistico in contrasto con l'«ordine» della finzione.

Alberto Castellano

© Sipario 2011