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Clérambard
di Marcel Aymé
Corriere Lombardo, 22 dicembre 1962

Al Teatro Nuovo, Marcel Aymé è di casa. Smesso due giorni fa il successo de I masteroidi, s’è avuto ieri sera l’insuccesso di Clérambard.  Da dieci anni questa geniale, ardita e bella commedia che il pubblico milanese ha avuto il torto di fischiare, aspettava di essere rappresentata in Italia, e la sua comparsa è uno dei primi effetti della cessazione della censura preventiva. Scrupoli incomprensibili, frutto di malinteso moralismo e di meschino per non dire vile conformismo, poiché, ad onta dell’allegra e sana salacità delle sue situazioni e della sua scrittura, se c’è un copione in accordo evangelico con la dottrina di Santa romana Chiesa, è proprio questo: un accordo spregiudicato, euforico ed esorbitante, beninteso, però né ambiguo, né equivoco: un caso, se vogliamo un po’ clamoroso e confidenziale di lodare il signore in letizia. Tanto è vero che, a scanso di confusioni, la svelta tradizione porta la firma di Diego Fabbri notoriamente campione indigeno del teatro cattolico.
Cosa vuol dire, anche in palcoscenico, il linguaggio di un autentico scrittore! In mano a qualsiasi altro, avrebbe rischiato di venirne fuori una pesante pochade, intrisa di empietà, sotto la penna di Aymé si prosegue nella originalità di un’umoristica fantasia, il discorso di una tradizione classica che trasfigurando lo schema del Vaudeville, assimila l’arco che va da Molière ad Anatole France; l’eco del primo presente nella prepotente e fantastica caricatura di caratteri e nella perentoria incisività comica della battuta; quella del secondo per l’umanistico recupero d’una cultura ripensata col gusto di una scettica spiritualità libertina. A proposito di France direi anzi che si tratta di qualcosa di più di una semplice eco. Viene, per forza, in mente quel magnifico romanzo che è “Taide”. Non poco dell’impudente innocenza della celebre cortigiana e, soprattutto, dei furori mistici e degli ardori carnali dell’indimenticabile eremita Pafonuzin deciso a redimerla ad ogni costo, in nome di Sant’Antonio, è passato in questi allegri quattro atti.
L’anacoretica Tebaide è diventata la petulante provincia francese e Sant’Antonio ha passato la mano a San Francesco. Nel suo putrescente castello che cade da tutte le parti, il violento, tirannico manesco e superbioso visconte di Clérambard, assediato dai creditori, è ridotto agli ultimi termini e sta lottando alla disperata per la minestra, obbligando la suocera, la moglie e il famelico lumacone di suo figlio, divorato dai crampi dell’inedia ma non meno da quelli della lussuria, a lavorare a maglia dieci ore al giorno. Egli cerca di conciliare i suoi sanguinari istinti di cacciatore arrabbiato con le pratiche esigenze del desco familiare, fabbricando pullowers ed assassinando, a tutto spiano, ogni gatto che gli capita a tiro. Una mattina che ha appena finito di strangolare il cane del curato, gli si presenta San Francesco in persona e gli mette in mano la propria biografia e se ne va.
Basta la lettura di una pagina di quel libro edificante perché il massacratore di animali si rovesci come un guanto e, con la medesima, risoluta ed eccessiva esaltazione, di punto in bianco, si metta a fare e a pensare esattamente il contrario. Solo che, da sadico, si trasforma in masochista. Il disinteresse, l’umiltà, lo spirito di mortificazione e, naturalmente, l’amore per le bestie, diventano in lui una sorta di feroce crociata senza esclusione di colpi. Liberarsi di tutto, farsi insultare e offrire in matrimonio il proprio figlio alla prostituta del paese – quindici franchi a prestazione, militari e sottufficiali metà prezzo – è solo il preludio della sua nuova vita. Ma neanche di quella pubblica meretrice, considerata poco meno di una santa, egli ritiene degno il disprezzato rampollo. Sarà degno solo di sposare una borghesuccia in fregola che gli somiglia. Alla fine, acquistato un carrozzone da zingari, egli convince tutti con la consueta sergentesca perentorietà a seguirlo per le vie della Francia, vivendo di elemosine e cantando le lodi di sorella umiltà e sorella povertà. Suocera, moglie, figlio, nuora, famiglia della nuora, il medico che era venuto per rinchiuderlo in manicomio, un militare di passaggio e la prostituta, il gioiello d’anima della spedizione, si mettono in viaggio confortati da San Francesco, rifattosi vivo per persuaderli che hanno ragione. È un’epidemia. L’unico a non capire, anzi letteralmente a non vedere il santo è il curato nel suo accomodante, prudente, conformistico e cieco professionismo religioso, in perfetto accordo, del resto, con gran parte del pubblico. E su questa nota di lirica ironia si chiude l’allegra moralità ed anche se vogliamo l’esito della serrata.

Ad allestire il copione è stato chiamato Claude Sainval, il regista dell’edizione francese rimasta celebre per la marcata impronta caricaturale a nostalgia classica attribuita ai personaggi per il ritmo serrato e scandito conferito al dialogo. Eguale intensa, realistica concretezza abbiamo ritrovato in questa edizione. Esempio ne sia ciò che ha saputo ricavare, disciplinandone il temperamento solitamente discontinuo, da un’attrice come Didi Perego, ieri sera stupenda. Quanto al protagonista, Ernesto Calindri, rinvigorito nei toni, ha sostituito, per l’occasione, il suo crescente umorismo un po’ sfumato, con la fanatica imperatività di una comicità plastica, corposa, esplicita e decisa. All’efficace e incisiva teatralità dell’esecuzione hanno validamente contribuito il Pertile, la Monteverdi, la Zocchi, il Pierantoni, il Valli, la Sinagra, la Lazzari, lo Stagni e gli altri, parodisticamente vestiti da Jean Denis Malcles che firma anche le scene tradizionalmente vaudevillistiche.
   
© Sipario 2011