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Civico O
Civico Odi Citto Maselli
con Ornella Muti, Massimo Ranieri
 
Il Manifesto, 1 dicembre 2007
«Civico 0», la casa dove abitano i destini cancellati

Annunciato come film documentario fin dai titoli di testa Civico 0 di Francesco Maselli è piuttosto una dolorosa riflessione sugli abitanti delle metropoli neocapitalistiche in recessione, rielaborazione di vicende di povertà e emarginazione. Forse non ancora film perché si cerca, nel passaggio dalla storia vera all'interpretazione, di regalare almeno per una volta un'aura di protagonismo a destini cancellati. Questo obiettivo è raggiunto con tre interpreti ognuno con una sua nota dominante: l'energia di Letizia Sedrick nel far avanzare la nigeriana Stella attraverso la ricerca di un posto dove vivere, la catatonia di Ornella Muti a anticipare lo stato depressivo in cui cadrà la sua Nina, badante rumena reclusa in un appartamento, l'intensità raggiunta da Massimo Ranieri con il suo fruttarolo romano di Campo de' Fiori. Non film tradizionale quindi, perché Maselli vuole raccontare quella sola nota dominante (e questo già lo porta lontano dal racconto televisivo). Non documentario perché la sua attenzione non è concentrata sui dettagli, ma su alcuni stati d'animo. Il film arriva dopo anni di lavoro che i documentaristi italiani hanno svolto battendo periferie e centri storici delle città, lasciandoci il ricordo di nomi, quartieri e popolazioni, qualche volta di personalità a tutto tondo (in Romanina Blues di Stefano Romani, La cosa giusta di Simone Spada...)
In Civico 0, la casa che non c'è, all'avvicinamento prodotto dai documentaristi si passa a privilegiare il disturbo mentale, scelti tra i casi tratti dal libro Il nome del barbone di Federico Bonadonna. Tra un episodio e l'altro Maselli osserva con pudore, tenendosi un po' lontano, gli scenari della povertà, cerca anche di metterli in scena esteticamente, aggiunge il paravento della musica e della composizione geometrica. Poiché il parametro che più ci accomuna all'Europa sono vecchi e nuovi poveri, ecco anche da noi derelitti o anziani che raccolgono cibo dai bidoni dell'immondizia.
La prova che Maselli forse non è così abituato a vedere quello che succede veramente nelle strade è che inserisce nel montaggio anche gli imbroglioni, gli zingari che si fingono storpi, o si fingono vecchine piegate a terra dall'artrite a chiedere l'elemosina, giovani nordici irregimentati inginocchiati alla pietà dei passanti con cartelli fatti in serie. Molto più interessato alla messinscena, ritrae Stella, donna nigeriana arrivata a piedi dall'Africa a Roma e poi sballottata di qua e di là a seconda dei lavori stagionali e delle fabbriche chiuse, con capacità di non arrendersi. Il freddo di Stella ci viene trasmesso nelle sue notti passate a dormire in macchina con marito e figlia dopo aver conquistato un sottoscala riscaldato e essere stata poi sgomberata. O racconta la solitudine sempre più agghiacciante di Nina la rumena che dall'Italia si aspetta tutto e subito e infatti finisce ai Parioli, ma a fare la badante in una casa cupa e silenziosa da cui le è vietato uscire perché senza permesso di soggiorno e precipita in una catatonia sempre più profonda.
Campo de' Fiori è stata la culla di Roma, luogo che ha accolto artisti non allineati, attrici, sfaccendati, malavita locale, barboni poeti e barboni alcolizzati, militanti dentro e fuori dalla storica sezione Pci. Era il regno dell'euforia, della battuta fulminante, della fratellanza. Campo de' Fiori di 30 anni fa, viveva sotto lo sguardo scettico dei fruttaroli della piazza che certo non capivano a fondo quell'amore sviscerato per la statua incappucciata. La storia di Giuliano, uno di quei fruttaroli, è più una vicenda di disadattamento, di crollo mentale che di emarginazione. Un tempo la piazza lo avrebbe accolto e aiutato a riemergere. Ora, rimasto in una solitudine definitiva, non può fare altro che girare e girare sui bus della città, stagione dopo stagione, avendo perso il senso del tempo e delle cose. E questo avviene dopo la morte della madre, che sembra la fine simbolica di un'epoca.

Silvana Silvestri

 
Il Messaggero, 30 novembre 2007
Maselli spiazza
e trova la realtà

A volte la finzione è un atto di pietà. Succede quando una realtà viene ricreata e messa in scena perché troppo tragica per reggerne la vista. Lieve o esibito, lo scarto fra reale e fittizio è il cardine del cinema moderno. Se oggi il "documentario" è di nuovo centrale, malgrado il diluvio di immagini tv, è perché sol o lavorando su questo scarto il mondo acquista senso. Così Maselli, che nel documentario è nato, inventa un dispositivo insolito per "stanare" la miseria che ci circonda e non vediamo più. Storie vere, raccontate dalle vere voci dei protagonisti, ma recitate da attori. L'effetto è spiazzante. Ascoltiamo l'odissea di un'africana che ha attraversato il deserto a piedi per arrivare in Italia; vediamo una badante rumena scivolare nella follia quando è costretta a non uscire di casa per mesi; assistiamo al crollo di un fruttivendolo di Campo de' Fiori che alla morte dell'anziana madre diventa un barbone. Ma sullo schermo ci sono Letizia Sedrick, Ornella Muti, Massimo Ranieri. Realtà, finzione, inchiesta? Fra una storia e l'altra Maselli indugia dal vero su corpi, gesti, piaghe dei mille reietti che incrociamo ogni giorno senza vederli. Ma la sensazione è che ogni fotogramma di Civico Zero chieda, anzi urli la sua voglia di diventare finzione. Come fosse il "pilota" di un film da fare. Un film che sarebbe bello poter vedere.

Fabio Ferzetti

 
Corriere della Sera, 23 novembre 2007
Come (non) esistere senza un recapito

Liberamente ispirato al libro Il nome del barbone Francesco Maselli torna sui propri passi affrontando con stile ed occhio vigile un tema attualissimo. La presenza di emarginati, immigrati, senzatetto nella società di oggi danno «il senso profondo di un meccanismo barbarico quale la globalizzazione capitalistica». Numero zero, senza fissa dimora, Tor di Quinto: le storie di cronaca di tre poveri cristi che non hanno recapito, che non esistono e che si raccontano attraverso le prove d'attore (Letizia Sedrick, Massimo Ranieri e Ornella Muti). Affondano le proprie radici nel desiderio di testimoniare la vita, tipica della stagione del grande documentario italiano di cui Maselli è stato testimone tanto che questa sua prova si riallaccia al suo episodio di Amore in città: un grazie al senso civico-civile del cinema.

VOTO: 7

Maurizio Porro

 
La Repubblica, 23 novembre 2007
"Civico 0", Maselli racconta
tre solitudini nella nuova Italia

Una ragazza africana, una donna romena, un popolano romano non giovane. In Civico 0 Tre parabole, non solo relative alle nuove problematiche immigratorie, della difficoltà di esistere e inserirsi. La ragazza africana attraversa tutta la via crucis dell'ingresso clandestino in Italia ma incontra un ragazzo del suo stesso paese e, tra mille ostacoli e ostilità, almeno si sostengono.

La donna romena vive una condizione altrettanto insopportabile con l'aggravante della solitudine fino a quando il marito rimasto in patria, ingegnere disoccupato, non viene d'impulso a riprendersela. Il terzo uomo è sempre vissuto tra il suo banco di frutta al mercato rionale e la vecchia madre che vive con lui, quando lei muore lui perde la bussola e diventa barbone.

Docufiction? "Documentario artistico"? Due personaggi su tre sono affidati a volti celebri: Massimo Ranieri e Ornella Muti. Con tutto il rispetto che merita Francesco "Citto" Maselli, però, il film non è carne né pesce. Efficaci strumenti d'inchiesta, con tutti i conformismi di cui possiamo lamentarci, non ne mancano. E se invece l'ago della bilancia doveva pendere più verso "l'artistico", senza rinunciare all'impianto austero l'autore poteva sforzarsi di più.

Paolo D'Agostini

© Sipario 2011