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Chi la fa l'aspetti
di Carlo Goldoni
regia Carlo Lodovici
scene Mario Ronchese
costumi Mischa Scandella
musiche Sante Zanon
con Cesco Baseggio, Elsa Vazzoler, Gino Cavalieri, Margherita Seglin, Carlo Micheluzzi, Luisa Baseggio, Rina Franchetti, Gusso, Capodaglio, Poli, Maestri, Moser
Corriere Lombardo, 19 febbraio 1959

Nel 1764, a cinquantasette anni, Carlo Goldoni, ospite della Corte di Francia come maestro di italiano delle principesse reali, cercava di consolare l’interna malinconia dell’esule col lustro del cortigiano. Ma né l’orgoglio di vivere sotto lo stesso tetto di Luigi XV, né la soddisfazione di godere la incondizionata stima di Voltaire, né la vista quotidiana del fasto delle Tuileries e del Palas-Royal lo ripagavano della rinuncia alla quotidiana visitina al Ridotto, della volubile petulanza dei suoi irriconoscenti comici, dei quattro passi sotto le Procuratie e* della contemplazione del suo San Marco incendiato dal pigro tramonto.
Era sembrata, quella chiamata a Parigi, il riconoscimento ufficiale a consacrazione di una fama non discutibile, il premio di una lunga lotta terminata con una vittoria. Era stata, in realtà, se non una fuga, l’abbandono del campo, invaso nuovamente da quella sguaiata Commedia dell’Arte che, con cento e più copioni e l’impegno di tutto sé stesso aveva combattuto per ritrovarsi, alla fine, stanco, disgustato e deluso. Lui, pittore e figlio della natura, dopo aver dato all’Italia un teatro, si era lasciato giubilare per nascondere una sconfitta. “Da Venezia lontan do mila mia/ no passa dì che no me vegna in mente/ El dolce nome de la patria mia/ El lenzuago e ‘l costume de la zente”: versi bruttini, anzi brutti senz’altro, ma che tristezza, che nostalgia nelle traballanti rime.
E da Parigi, naturalmente, mandava commedie a Venezia, nella illusione che i veneziani lo ricordassero e continuassero a volergli bene come lui li ricordava e continuava a voler loro bene, nonostante tutto.
I chiassetti del carneval o sia Chi la fa l’aspetti giunsero nelle mani di Sua Eccellenza Vendramin, proprietario del teatro San Luca, ai primi di gennaio 1765 ed andarono subito in scena, due giorni dopo Il ventaglio. Era Carnevale, l’ineguagliabile Carnevale veneziano e il concorso del pubblico fu eguale a quello che, anni prima, aveva decretato il trionfo ai Rusteghi: superiore a quello che aveva acclamato Sior Todero Brontolon, La casa nova, Le baruffe chiozzotte, fulgidi capolavori di una stagione irrevocabile.
Fosse certa prolissità della commedia, fosse, probabilmente, il modo approssimativo e svogliato onde venne allestita, fatto sta che la rappresentazione si risolse in un disastro segnando il fiasco più clamoroso e indecoroso mai toccato in tutta la sua carriera pur fitta di incidenti. Tanti e tali furono i fischi che non ebbe nemmeno l’onore di una replica.
Un altro dolore valicò le Alpi e raggiunse il poeta: e un altro filo fu reciso con l’ingrata patria. Giurò che mai, per nessuna ragione al mondo, avrebbe più scritto una riga per il teatro San Luca. E mantenne la pomessa. Chi la fa l’aspetti è l’ultima sua commedia scritta in veneziano.
Il sarcastico conte Carlo Gozzi, trionfante con le sue fiabe, poteva sogghignare soddisfatto. E ancor più lo poté due anni dopo quando, apparentemente rinnegando la sua riforma, il rivale parve riconoscersi vinto e seguace inviando da Parigi al vecchio Medebach, per il teatro di San Crisostomo, Il genio buono e il genio cattivo, un centone che, facendo concorrenza alle “fiabe”, adunava casi incredibili, fantasmagorie assurde e interventi soprannaturali; dove tornavano a spadroneggiare le maschere trascinando l’azione lungo mezzo mondo; e per colmo d’ironia, il pasticcio fu replicato ben ventisette sere “a richiesta generale”.
Fu l’ultimo schiaffo in veste di successo. Con Venezia era finita. Ancora un capolavoro e un’altra solida commedia scritti in francese: Le bourru  bienfaisant, e L’avare fastuex, che gli apriranno le porte della Comédie Française, saranno la sua rivincita.
Ieri sera a centonovantaquattro anni di distanza Chi la fa l’aspetti ha visto i fischi della platea del San Luca trasformati nei concordi applausi del pubblico del Nuovo. Col rielaborare in lingua veneziana un precedente copione meccanico, rigido e compassato fin dal contorto ed impreciso titolo: La burla retrocessa nel contraccambio, il Goldoni ha ricreato uno di quei quadri di vita borghese mossi, leggiadri, volubili e danzanti, fatti di niente; in cui il gusto musicale dell’ euritmia e del contrappunto – vengono alla memoria Vivaldi, Mozart e la miglior educazione musicale del tempo – vi domina, con centrifugo esclusivismo, a scapito, indubbiamente, dell’approfondimento psicologico e caratterologico, dell’indugio particolare sull’uno o sull’altro personaggio, della confluenza dei motivi – ahimè tanto dispersi – su questa o su quella situazione atta a raccogliere vigorosamente intorno a sé la commedia; e, viceversa, a totale vantaggio di un’effusa, uniforme armonia formale, restia ad approfondire la materia; dove la verità umana e la realtà ambientale, punti di partenza non equivoci, risultano elementi corrivi e sottomessi di una rielaborazione fantastica non sempre in grado di inventare una superiore verità come accade nei momenti di più felice pienezza creativa.
Quasi non possiede, la commedia, una vicenda vera e propria. Basta alla mano maestra articolare la burla carnevalesca di un pranzo offerto in nome e a spese di un tale che non ne sa niente e che restituisce a tempo il tiro, per avviare, in ritmiche accelerazioni, uno scintillante gioco esteriore di occasioni e di variazioni – equivoci, mascherate, false generalità, mutamenti di stato civile, incontri sentimentali, gelosie, umori estemporanei, puntigli, baruffe e, naturalmente, un lieto matrimonio – che nella limpida trasparenza del groviglio e nell’estrosa volubilità delle complicazioni, sembrano addirittura preannunciare i moduli del vaudeville.
In sostanza, l’unico esclusivo, prepotente, autonomo protagonista è il dialogo. Antica insidia del repertorio goldoniano. Sembra che al momento del suo congedo dalla natia favella, il poeta abbia voluto esaltare come non mai il prodigio del proprio strumento espressivo profondendovi tesori di vocaboli inconsueti, di originali risorse sintattiche, di inusitati modi di dire, di assonanze rare, di fraseggi vividi, con una naturalezza, una spontaneità, una vivacità e una pertinenza stupefacenti. Al vertice della perfezione, il linguaggio indugia, però, nel narcisismo; ed è proprio in questo indugio che la commedia incontra il suo limite. L’artista non smentisce la sua perizia, ma il poeta è stanco.

Con l’ausilio di scene, costumi e musiche eleganti e appropriate, rispettivamente di Mario Ronchese, Mischa Scandella e Sante Zanon, Carlo Lodovici regista goldoniano per così dire specializzato, ha orchestrato uno spettacolo ammirevole cogliendo i tempi segreti e misurando i ritmi inconfondibili del musicale tessuto dialogico senza perdere una sfumatura. E che gioia, che divertimento, che colore, che bravura hanno profuso sulla scena gli stupendi attori veneti, allineati, coralmente, senza eccezione, al livello del migliore: Cesco Baseggio, Elsa Vazzoler, Gino Cavalieri, Margherita Seglin, Carlo Micheluzzi, Luisa Baseggio, Rina Franchetti, il Gusso, il Capodaglio, la Poli, il Maestri, il Moser. Applausi? Dal principio alla fine.
   
© Sipario 2011