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CHI HA PAURA DI VIRIGNIA WOOLF?
di Edward Albee
regia di Franco Zeffirelli
con Sarah Ferrati, Enrico Maria Salerno, Umberto Orsini, Manuela Andrei
CORRIERE LOMBARDO 11/12/63

Questo qui  è uno di quelli che vogliono farci paura. Perché non stare al gioco, visto che lo fa con una intelligenza, anzi una scaltrezza, un’abilità, un gusto, una convinzione e un’impudenza che rasentano la genialità? Facciamo finta di cascarci e ben venga anche il grand-guignol cerebrale e sofisticato. Dopotutto, fra i piaceri proibiti di questa nostra età scombinata c’è anche quello di lasciarsi spaventare. E, del resto, come rifiutarcisi quando, in palcoscenico, a sparare a zero sulla platea ci sono due coniugi criminali come Sarah Ferrati ed Enrico Maria Salerno, guidati dalla regia maledetta di Franco Zeffirelli? Facciamo anche noi come hanno fatto gli spettatori dell’Odeon ieri sera e rispondiamo alle schioppettate con applausi, che son stati tanti, ma tanti, e meritati, come, da tempo e tempo, non se n’erano uditi.
Dimmi come vivi e ti dirò in che tempo vivi. Altro non ci resta se non citare noi medesimi e ripetere ciò che abbiamo scritto recentemente. Ogni tempo ha la sua voce e ogni voce ha la sua retorica. Ebbene, niente altro, forse, come il contenuto e il timbro dell’ umorismo serve ad individuare e a datare la stagione di una civiltà e di una cultura, vero e proprio termometro del costume. Ed è anche comprensibile, se appena si tiene conto, aiutandosi con Freud oppure no, del profondo significato sociale del riso, sempre  strettamente condizionato dalle più intime e segrete fluttuazioni della coscienza collettiva, tanto nel senso dell’aggressività, quanto in quello della fuga o della difesa da un’angoscia. L’evolvere della crisi o, per essere più precisi, delle subentranti e concomitanti crisi e crisette contemporanee dove le ultime generazioni si sono confessate rimettendo, legittimamente in discussione una volta ancora – è il diritto e il dovere di ogni generazione, nell’esigenza e nell’impegno di riconoscersi e di definirsi, in ultima analisi di poter consapevolmente operare – tutti i valori frustrati e frusti della ragione, della morale, della religione, del vivere singolo e in compagnia, dello Stato e della famiglia, può essere seguito, punto per punto, meglio che su qualsiasi altro metro, sulle precise e successive testimonianze dell’umorismo che, stante la sua natura squisitamente critica l’ha registrato in ogni minima sfumatura. Non per nulla le più tipiche manifestazioni dell’odierna avanguardia, meglio qualificata, quella teatrale in ispecial modo, hanno avuto prevalentemente carattere umoristico. Vi ricordate come e perché si rideva a teatro negli anni evasivi delle due guerre? Confrontatelo a come e di che si ride oggi e capirete tante cose. E qui, avendo spazio sufficiente, cadrebbe opportuna una lunga parentesi sulla importanza e sulla insostituibilità del teatro comico, superiore, in un certo senso, a quello serio.
Considerato coeme si ride oggi, son tempi da toccare ferro. Tanto da domandarsi se sia lecito, nel caso di certe testimonianze estreme, parlar ancora di semplice umorismo o non, piuttosto, di una tragica condizione di angoscia, insostenibile senza un trasferimento sulla rovente graticola di una rabbiosa ferocia comica che, bene o male, aiuti a liberarcene. Riso verde, agro, livido, riso al sangue, riso patibolare, riso assassino. Tappe superate.
Quando all’europeo Samuel Beckett, risponde l’americano Edward Albee, le due voci più alte e disperate, in diversi modi, di un unico inquietante discorso, si ha l’impressione di stare per toccare il punto di rottura. Le loro sono opere estreme, febbricitanti e irripetibili, che vivificano, sì, un organismo vecchio e stanco, ma coi sussulti innaturali di un colpo di folgore e il pericolo, passata la scossa elettrica, di lasciarlo esausto. Discorsi originali, affascinanti, provocanti, dinamitardi, che però scossano il teatro. È come abituarsi alla droga; bisogna continuamente aumentare le dosi. E dopo, cosa ci raccontiamo? Torniamo indietro a raccattare i cocci per rimettere insieme ciò che abbiamo furiosamente mandato in briciole? Ma se, poi, veramente si tratta del riso apocalittico di un tempo apocalittico, che vogliamo rimettere insieme? Aprire l’ombrello, attendere la pioggia atomica e buona notte.
Non riesco a vedere, per esempio, cos’altro rimanga da fare ai frenetici, sfacciati, alienati ed erotomani, protagonisti di Chi ha paura di Virginia Woolf, così piaciutaci ieri sera, del giovane e già tanto arrabbiato Albee, delfino di turno del teatro americano. Con allucinante compiacenza masochistica verso se stessi e ostentata furia sadica verso gli altri, essi affondano sulle sabbie mobili della degradazione e della abbiezione, senza smettere, nemmeno per un momento, di rivoltare il coltello nelle proprie o nelle altrui piaghe purulente, con un gusto dell’empietà e un’esaltazione della vergogna che ha tutti i caratteri di un equivalente sessuale ad uso di impotenti esibizionisti che non si divertono a celebrare delle messe nere soltanto perché non credono in Dio.
Giochi malsani, eseguiti senza rete, a proprio rischio e pericolo, per scorticarsi vivi, sul trapezio della ferocia, con l’aiuto dell’alcool, del sesso, della rabbia nel cuore, della disperazione nell’animo, della minaccia fra i denti e dell’insulto sulle labbra: velenose secrezioni cerebrali, maligni cancri dell’immaginazione; sempre sul punto di venir travolti dalla corrente lutulenta del caso clinico, col legittimo sospetto, ad ogni colpo di campanello, di veder affacciarsi all’uscio due atletici infermieri muniti di due robuste camicie di forza. E sarebbe, tutto considerato, una soluzione anche umana, anche misericordiosa sempre preferibile a quell’infezione morale, a quel satanico ingranaggio di morte spirituale. Poiché, siamo logici, quale altra via d’uscita rimane alla iconoclastica frenesia di reciproca distruzione di quella sfacciata coppia coniugale, diabolicamente melodrammatica, esempio limite della tragicomica mediocrità e dell’abissale squallore della meschina media borghesia falsamente colta della provincia americana che le sta dietro, investita, attraverso due suoi emeriti rappresentanti, dal lanciafiamme di una polemica che crea la terra bruciata? Due fallimenti paradigmi di infinite altre catene di fallimenti analoghi, mascherati di rispettabilità: quella coppia giovanile, esempio, di fronte alla quale essi aprono le cateratte della loro miseria e della loro vergogna. Sentimenti calpestati, velleità avvilite, calcoli meschini, sterili ambizioni, mistificazioni ridicole; e nemmeno lo scopo e il conforto – pericolo, qui il copione non si fa scrupolo di intingere la forchetta nel piatto di Berustein e Niccodemi! – d’aver messo al mondo un figlio; costretti – ecco la trovata originale che solleva la commedia in una dimensione di buia surrealtà – ad inventarsene uno di fantasia, chissà mai, oltretutto, un impossibile, innaturale assurdo pretesto per comunicare in qualche modo, col soccorso della sacrilega, delirante mitomania paranoica a cui si abbandonano come altri alla cocaina, e che li travolgerà del tutto, lasciandoli anche senza il balsamo paradossale di quella illusoria fantasticheria.
Quando lei, la donna, avrà varcato i confini di un patto di ritegno e di silenzio su quell’unico argomento, lui, l’uomo, una notte, alla fine di uno dei loro neri e paurosi giochi della verità più azzardata e sinistra del solito, sacrificherà, ucciderà, sempre nell’immaginazione, quel figlio dell’immaginazione; ma è come e più di una morte vera… e sarà il nulla. Resterà, se resterà, o verrà, se verrà, la pietà reciproca che avvicina anche i galeotti che si odiano, solo perché sono legati alla medesima catena.

Come sempre,  è il tono a far la musica. Contenuti, psicologie, situazioni, speculazioni effettistiche, anche quelle, e come, sissignori, sono, se volgiamo, da teatro naturalistico, intellettualisticamente aggiornato e sofisticato. Ciò che è sorprendente e persiste anche nella traduzione firmata da Gerardo Guerrieri, è la ricchezza, la fantasia, l’originalità, l’aggressività, l’imprevisto, l’ardimento, la sicurezza, la scaltrezza diabolica, il fascino, perfino insano, del linguaggio con  cui si manifestano, l’urlo ferino con cui si affrontano, gli artigli con cui si sbranano, la desolata e desolante spudoratezza con cui offrono il petto alla strage. Mi accorgo che le stesse, precise, parole dovrei ripetere per l’interpretazione tutta temerariamente spalancata e starei per dire oscena della Ferrati e per quella minacciosamente chiusa e vischiosa di Salerno, bravi da far paura, nelle mani spietate di Zeffirelli che, con la dolcezza di un rasoio ha controllato e graduato una recitazione stregata, ai margini della perdizione e ai confini della notte. Lo si è potuto vedere sui due minori e giovani antagonisti: Umberto Orsini e Manuela Andrei: stupendi, una prova che vale una laurea. (E uno spettacolo dopo il quale, uno, a casa, sente il bisogno di fare un bagno).
   
© Sipario 2011