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Che - L'argentino
di Steven Soderbergh
con Benicio del Toro, Santiago Cabrera (Usa/Spagna/Francia 2008)
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Il Giornale, 10 aprile 2009
Il giovane Che Guevara ribelle ma non retorico
Ernesto Guevara ha ispirato vari film. Subito dopo la sua morte, il primo fu italiano, El Che Guevara: lo scrisse un reduce della Repubblica sociale, Adriano Bolzoni, che si sentiva vicino a Guevara nella nobiltà della sconfitta; lo diresse Paolo Heusch; l’interpretò Francisco Rabal, l’interprete, guarda caso, di Tiro al piccione di Montaldo. Il secondo film fu americano, Che!: lo diresse Richard Fleischer; l’interpretò Omar Sharif. Il terzo film è stato una coproduzione franco-brasiliana, I diari della motocicletta di Walter Salles, con Gael Garcìa Bernal. E una coproduzione, anglo-franco-spagnola, è ora anche Che - L’argentino di Steven Soderbergh, con Benicio Del Toro, premiato per quest’interpretazione all’ultimo Festival di Cannes.
Il regista è americano, ma non c’è alcun luogo comune hollywoodiano, nemmeno capovolto di segno, nella prima parte di questa biografia che comincia dove finivano I diari della motocicletta, cioè quando il vagabondare del giovane medico argentino Ernesto Guevara lo portò a contatto con esuli cubani in Messico, guidati da un avvocato allora più nazionalista che marxista: Fidel Castro. Il seguito, sull’epilogo boliviano, uscirà il Primo maggio.
È dunque l’Ernesto prima del Che a essere rappresentato nell’Argentino, un giovane borghese che scopre che la sua Argentina, allora sotto Peròn, non è l’inferno, è il paradiso dell’America Latina. Altrove non ci sono solo tensioni sociali: ci sono pure e semplici oppressioni. Ma il mondo è ancora quello della Guerra fredda ed è lecito sperare che essa lasci interstizi per un po’ più di giustizia sociale alla periferia degli imperi.
Il nemico di Castro, Fulgencio Batista, diventa dunque anche il nemico di Guevara. Si prepara lo sbarco a Cuba, poi si consolida la guerriglia, che infine vincerà nel 1959, per la semplice ragione che gli Stati Uniti hanno abbandonato Batista, credendo Castro un utile successore nell’amministrare i loro interessi locali.
Girato in digitale, per risparmio, nello stesso numero di giorni, trentanove, della marcia vittoriosa dei guerriglieri dalla Sierra all’Avana, L’argentino è di modesta spettacolarità e di nessuna retorica. Chi s’è assuefatto all’echeggiare di arie rivouzionarie sarà deluso; chi ignora gli imperialismi, specie quelli subalterni, ne capirà infine qualcosa.
voto: 7
Maurizio Cabona
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Il Mattino, 11 aprile 2009
Il Che di Soderbergh kolossal senza guizzi
I punti a favore di «Che - L’argentino» (la seconda parte dell’ambiziosa saga, intitolata «Che - Guerriglia», uscirà tra un mese) non mancherebbero: Benicio Del Toro, che ne è anche produttore, è davvero impressionante per come s’incarna nel protagonista, ma anche gli attori alle prese con personaggi come Fidel (Demiàn Bichir), Raul (Rodrigo Santoro) o Cienfuegos (Santiago Cabrera) onorano il ruolo senza ricorrere a patetiche pantomime; le ambientazioni in Spagna, Portorico e Messico sono perfettamente ricalcate su quelle originali; lo stile è in grado d’adattarsi agli svariati spostamenti avanti/indietro nel tempo. Purtroppo un grave colpo al film visto l’anno scorso a Cannes lo arreca il doppiaggio, che appiattisce tutto mentre la scelta di girare in spagnolo testimoniava della serietà e la devozione con le quali Steven Soderbergh si è dedicato all’impresa. Poi c’è l’aggravante dello smembramento di un’opera pensata come esperienza unica, mirata, cioé, a farsi pienamente comprendere nella voluta discontinuità tra le due parti che la compongono. Infine manca il guizzo artistico decisivo, un’idea drammaturgica o una chiave di suspense che riscattino la prevedibilità di vicende universalmente note e incessantemente tramandate; come manca il coraggio d’affrontare passaggi decisivi e significativi della parabola guevariana (la fondazione dello stato socialista, l’attività da ministro dell’industria, il rapporto con l’Urss di Breznev; per non parlare dei risvolti privati, relegati a scialbi quadretti con Aleida e prole). Grandi promesse non mantenute, dunque, specialmente in questo primo capitolo, cadenzato sulla ricostruzione in bianco e nero e montaggio alternato della storica visita all’Onu nel ’64 in qualità di eroe e ambasciatore della rivoluzione cubana: poco più di qualche pauperistica sparatoria e qualche superfluo squillo retorico per rievocare la trionfale avanzata dei «barbudos» e il crollo della corrotta dittatura del generale Batista. Risulta, peraltro, evidente quanto siano superflue le polemiche sull’ipotetico giudizio politico di Soderbergh sul regime ancora in sella a Cuba. Ciò che rende il kolossal un’opera generosa ma inutile è la mancanza di un contatto autentico, profondo col carisma del Comandante: un grumo misterioso, fuori di ogni portata illustrativa o didascalica, in cui s’impastano purezza degli ideali, caducità dell’utopia guerrigliera e potenza della «società borghese» che ne ha risucchiato il mito per trasformarlo in marchio.
Valerio Caprara
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L'Unità, 10 aprile 2009
I forzati della rivoluzione
A Cannes prima della proiezione del film tutto per intero hanno distribuito sacchetti con acqua, panini e cioccolato – dura diverse ore - come se ci si preparasse per una visita guidata nella giungla, nei luoghi dove nacque il mito (per il santino chiedete ai ragazzi del Sessantotto). Steven Soderbergh è stato un regista di grandi azzardi ma anche di innate intuizioni. Per cui dietro l’azzardo di CHE, che non è uscito negli Usa durante l’era Bush, si doveva già intravedere la prospettiva dell’aria nuova portata dall’ultimo santo subito della politica internazionale, il presidente Obama. Però il cinema è più complesso, quelle che sembrano coincidenze sono casualità al cospetto della caparbietà con cui per anni ha incoraggiato il progetto Benicio Del Toro, attore dal fiuto felino, in questo caso anche produttore e propulsore di una storia che solo lui poteva girare. Ecco quindi un film monstrum, che puntando al ritratto incrociato dell’uomo, del rivoluzionario e della mente politica, cerca di distillare il senso di una icona del nostro tempo. Il regista con Peter Buchman e Ben Van Der Veen ha fatto parlare il personaggio con le sue stesse parole, basandosi sul “Diario della Rivoluzione Cubana”. Operazione rassicurante ma pericolosa, perché nell’atto di auto descriversi non si ha la prospettiva privilegiata di guardarsi da lontano e dall’alto.
Tuttavia il giovane medico argentino che incarna la causa di Cuba e diventa braccio destro di Fidel fino e dopo la presa de L’Avana nel gennaio del ’59 ha l’aura del predestinato sempre: nelle foto dei viaggi in motocicletta di “Latinoamericana” è già bello, incredibile e consapevole, tanto più nelle immagini della pellicola che lo mostrano confabulare con rivoluzionari in cucine affollate di fuoriusciti cubani e infine nella guerriglia contro le truppe di Batista, che è il corpo centrale di tutta l’opera perché c’è un prima e un dopo come per la nascita di Cristo. Queste sono contrappuntate da immagini in b/n per mostrare la celebre visita all’Onu nel ’64, per il definitivo exploit politico e la presentazione al mondo della nuova creatura cubana. In quelle invece pare ci sia il senso del rapporto tormentato tra la rivoluzione, il Che e i borghesi progressisti, che hanno creduto nella rivoluzione sperando sempre che si facesse lontana da casa e senza sporcare e che magari i ribelli fossero tutti affascinanti, ragionevoli e buoni parlatori come Ernesto. Comunque il film mira al completismo come tentò di fare la biografia “Companero” di Jorge Castaneda, segue con puntigliosità le fasi di una vita grandiosa (nel senso che ha sempre avuto orizzonti amplissimi) e non tralascia le fasi lunghe, noiose, attendiste della guerriglia nella giungla. Soderbergh stesso è stato paziente, meditabondo, in mano la cinepresa digitale RED, con una resa eccezionale dei colori naturali e qualche piccolo vezzo come la citazione de “La fucilazione del 3 maggio 1808” di Goya.
Pasquale Colizzi
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Il Manifesto, 10 aprile 2009
Che Guevara il Grande
Una danza macabra di forme estetiche contundenti è Che, la biografia di un «grande intellettuale». Ma non solo: il «più completo essere umano della nostra epoca», sentenziò Jean Paul Sartre. Un film sperimentale (e adulto: né apologetico, né derisorio né parziale, né opportunista) come il suo eroe Guevara (un eccellente Benicio del Toro), diretto dallo spregiudicato e finto inesperto (di storia&politica) Steven Soderbergh. Sono 4 ore e mezza che anche in Italia il distributore ha spaccato in due: Che l'argentino, l'autobiografica vicenda, raccontata in maniera più tradizionale liberazione di Cuba. E La guerriglia, che risente stilisticamente dell'opera di Brakhage e del fraseggio underground, quasi una sacra sindone fuggente della disfatta in Bolivia.
L'argentino è puro cinema d'azione e riflessione sulla lotta armata, 1957-1959, contro il tiranno (appoggiato dal Pc di Cuba di allora) Fulgencio Batista, dalla Sierra Maestra fino alla presa di Santa Cruz, guidata dai «barbudos», dal Movimento 16 luglio di Fidel Castro, il fratello Raul, Cienfuegos e Guevara, con tante dettagliate azioni di guerra e di dibattito etico-politico, montate sul viaggio, ricostruito in bianco e nero, in Usa e all'Onu di Guevara nel 1964 (che permette a Soderbergh di esimersi dal mettere in dialogo, risibilmente, il suo pensiero politico, e affidandolo ai soli discorsi d'epoca).
La guerriglia (esce il 1° maggio) è un'orazione funebre bucolica, alla Straub, sull'assassinio del Che, dopo il fallito tentativo (ripreso quasi in tempo reale) di aprire clandestinamente nel 1967 (anche qui contro il Pc) un fuoco di guerriglia anche in Bolivia, per destituire il dittatore Barrientos. Azione da affiancare al poderoso processo rivoluzionario trilateral che incendiava in quel frangente sud est asiatico, l'Africa di Nkrumah-Lumumba e l'America di Allende, Camillo Torres, Douglas Bravo, Marighella e della doppia tenaglia Tupamaros in Perù e Uruguay.
In questa seconda parte sarà stupefacente il distacco brechtiano, la curiosità intellettuale e il formalismo (cioè la capacità di essere sempre innovativi, nonostante l'alto quoziente di difficoltà di una quasi continua «caccia all'uomo» tra i boschi) dell'approccio di Soderbergh e del suo sceneggiatore Peter Buchman (che deve aver avuto tra le mani anche un copione sul Che di Malick che poi non girò). Certo il gesticolare un po' nevrotico un po' irritante di Demian Bichir che interpreta Castro, per quanto filologicamente plausibile, nuoce al clima di questo «romanzo d'avventure» e, siccome Castro, da giovane, fu anche comparsa e generico a Hollywood, questa caricatura sembra stranamente criticare proprio le tecniche di comunicazione della «fabbrica del cinema», che Fidel tanto bene ha saputo invece perfezionare, intervenendo, come se ne fosse un luminare, su qualunque questione, culturale, politica, culinaria, artistica, filatelica e tecnico-sportiva...
Il film non è secondo a Indiana Jones per suspense, e, in più, ci offre una rigorosa radiografia degli sforzi fisici e psichici cui questo gruppo di trentenni indomabili si sottopose per inventare, a partire da se stessi, l'uomo nuovo rivoluzionario, sempre capace di rispondere in modo differente, per sostanze e stile, alle emergenze militari, economiche, sociali e umane drammaticamente imposte dall'imperialismo. Come il trattamento dei prigionieri e dei rivoluzionari, lasciati in ogni momento liberi di proseguire o meno la lotta; la legittimità o meno della pena di morte, non come astrazione, ma come sua fenomenologia concreta; il comportamento dei guerriglieri nel territorio... È come se questo film, grande elogio dei cubani rivoluzionari (meno della loro esportabilità), nonostante i loro enormi errori, elogiasse l'altro catechismo possibile, di ispirazione umana non divina. Ed è come se quel fucile, raccolto accanto al cadavere di Guevara, oggi fosse imbracciato non più o non ancora da nuovo un partito rivoluzionario, o da Obama, ma almeno da un cineasta cosciente e onesto, anche perché ci risparmia la scena in cui Guevara, perduto il cappello nell'azione, si fa passare il famoso basco...
Il film interviene troppo distrattamente, è vero, sul dissidio tra Guevara e Castro a proposito del rapporto con l'Urss, e fa capire che il Che non condivideva l'obbligo strategico di entrare nell'orbita economica revisionista, con tanto di monocultura obbligata e di tecniche repressive di controllo biopolitiche. Ma se si fa un film su Guevara il grande, è impossibile non fare un film sul grande Richelieu Castro. Troppo facile separarne i destini. Se c'è un'altra critica, meno sostanziale, da fare al film, riguarda l'asma, la malattia che perseguitò il comandante sulla Sierra Maestra e in Bolivia, nella scena in cui, per un maledetto errore, il Che dimentica di portare con sé i medicinali. Ebbene l'apparecchio che Guevara usava era molto simile a quello di Dennis Hopper in Blue Velvet. Al museo della rivoluzione dell'Avana è conservato. Guevara non era tecnologicamente arretrato. E, come ci ricorda Michael Moore in Sicko, facendo restare a bocca aperta i suoi connazionali malati, tutte le cure contro l'asma a Cuba, costano ancora un millesimo di quanto costino in Usa.
Roberto Silvestri
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Corriere della Sera, 10 aprile 2009
Il rivoluzionario Guevara senza romanticismi
Soderbergh rinuncia all' epica hollywoodiana
Si può raccontare la vita di Ernesto Guevara senza fare i conti con il mito del «Che»? La sfida sembrerebbe impossibile: anche un film come I diari della motocicletta, che ne raccontava la giovinezza argentina, non riusciva a tenere a freno la contagiosa esuberanza del protagonista. Affrontando invece i due momenti cruciali della vita di Guevara, la rivoluzione cubana prima e la guerriglia in Bolivia poi in un mega-film di oltre quattro ore che esce in due parti (adesso Che-L' argentino e a maggio Che-Guerriglia), il regista Steven Soderbergh sembra essersi fatto guidare soprattutto dalla voglia di raffreddare la materia e di affrontare con gli strumenti della ragione quello che di solito si racconta con l' entusiasmo del militante. Caldeggiato fortemente dall' attore Benicio Del Toro (che si cala nei panni di Guevara con sorprendente rassomiglianza) e dalla produttrice Laura Bickford, il progetto del film ha cominciato a prendere forma più di dieci anni fa, nel 1996, ma è diventato qualche cosa di concreto solo nel 2005, dopo che la sceneggiatura è stata affidata a Peter Buchman. È dal suo lavoro e da quello di Soderbergh che nasce l' idea di privilegiare due soli momenti di tutta la lunga e avventurosa vita del «Che» giocando continuamente al contrappunto: Cuba contro Bolivia ma anche, all' interno della prima parte, teoria contro azione, utopia contro (dura) realtà, rivoluzione contro (o a fianco di) politica. Questa operazione non è evidentemente senza conseguenze: da una parte permette al film di avere un andamento il meno hollywoodiano possibile, lontanissimo dall' epicità finto-romantica con cui il cinema americano ha spesso raccontato rivoluzioni e rivoluzionari (basterebbe pensare all' orrendo Che! di Fleischer con Omar Sharif nei panni di Guevara). E dall' altra offre al film la possibilità di «distaccarsi» dalla materia raccontata per trasformare la storia in strumento di (auto)riflessione, recuperando certi insegnamenti godardiani sull' intreccio tra finzione cinematografica e inchiesta giornalistica (non a caso Questa è la mia vita era uno dei modelli a cui Soderbergh si è ispirato). Ecco perché Che-L' argentino gioca molto col montaggio, perdendo di vista lo svolgimento cronologico delle azioni e invece giustapponendo momenti della visita del «Che» alle Nazioni Unite nel 1964 a episodi della guerriglia sulla Sierra Maestra cubana del 1957/58 a momenti addirittura precedenti, come l' incontro tra Guevara e Fidel Castro in Messico nel 1955. In questo modo frasi e dichiarazioni più «programmatiche» (come erano le risposte ai giornalisti americani o i punti salienti del suo discorso all' Onu contro l' imperialismo e la sudditanza degli Stati sudamericani) trovano un riscontro immediato con le scelte concrete fatte durante la guerra rivoluzionaria, anche loro mostrate non per la loro forza epica ma piuttosto per quello che possono «insegnare» e «dimostrare». Così fa una certa impressione sentir dire a una giornalista newyorkese che la prima qualità di un rivoluzionario è «l' amore» e subito dopo vedere la decisione di abbandonare un compagno alle sevizie dei soldati di Batista pur di non farsi scoprire, scelta che si spiega solo capendo che quell' «amore» non va inteso in senso cristiano ma rivoluzionario, perché il sacrificio di un militante giustifica la possibilità della sopravvivenza del gruppo. O ancora, prima dell' attacco alla caserma di El Ulvero, il discorso sulla inevitabile vittoria dei rivoluzionari di fronte ai mercenari che sembra essere contraddetto dai morti che i ribelli lasciano sul campo ma che finisce per essere avvalorato dalla conquista della postazione. Ogni scena, cioè, prende valore per quello che spiega e insegna sul percorso rivoluzionario e non per la forza emotiva che può avere. È per questo che il film andrebbe visto nella sua interezza di quattro ore, perché la seconda parte funziona da contrappunto alla prima e molte scene della prima rimandano alla seconda o trovano lì la loro «conclusione» (come il discorso sui sedicenne che a Cuba non possono partecipare alla rivoluzione e in Bolivia sì, salvo poi scoprire che i primi si riveleranno dei veri rivoluzionari e i secondi tradiranno). Ma la distribuzione ha leggi che a volte vanno contro a quelle dei film e in questo modo Che-L' argentino finisce per pagare delle colpe che non sono del tutto sue. Nella sua unità/complessità sarebbe stato più chiaro il percorso di Soderbergh. Così invece si rischia di accentuare troppo una scelta di stile che sembra solo «contro» (contro il mito del «Che» ma anche contro l' epicità troppo programmatica di certo cinema hollywoodiano) e meno «a favore» (di un soggetto indubbiamente originale e lontano dalle mode).
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 10 aprile 2009
Il mito del “Che”, capitolo uno
Due film per uno degli eroi più controversi della modernità, Ernesto “Che” Guevara. Non il mito intramontabile della gioventù ribelle, ma l’uomo, il medico, il guerrigliero, il politico insofferente della vita politica o forse incapace di fare davvero politica. Due film come due pale d’altare in cui tutto è diverso, il tono, il ritmo, il sentimento di fondo, perfino il formato delle immagini, panoramico nella prima parte, contenuto nella seconda.
L’impresa del Che di Soderbergh suscita insieme rispetto e sospetto. Rispetto per la scelta antiepica, l’attenzione ai dettagli materiali, il tono quotidiano con cui il primo dei due film, L’argentino, rievoca l’ultimo anno di battaglie dei barbudos di Castro e del Che nella Sierra Maestra, prima di prendere L’Avana, evitando ogni enfasi o celebrazione. Sospetto perché questa scelta stilistica così controcorrente, affascinante, si accompagna a uno script che fa piazza pulita di tutti gli aspetti più controversi del personaggio e delle sue imprese. Nel primo come nel secondo film (Guerriglia, in uscita fra qualche settimana).
Così nei due film c’è poco o niente sui rapporti con Castro, sulla gestione del potere dopo la sua conquista, sull’esperienza africana del Che, sulla sua disastrosa politica da ministro dell’industria di Cuba, su tutto ciò che lo spinse a scegliere la strada impossibile del rivoluzionario a vita. L’insistenza sui rapporti con i compagni, con la Natura, con i nemici, con il senso della propria missione, fino al tentativo di esportare la rivoluzione in Bolivia e al martirio finale (che occupa da solo il secondo dei due film), può ricordare alla lontana la Giovanna d’Arco di Rivette, altro film-monstre diviso in due capitoli indipendenti. Ma il coraggio stilistico non basta a cancellare la reticenza sui lati in ombra del Che.
E questo Argentino sempre così cool, capace di fucilare i traditori quando è necessario ma anche di convincere i soldati di Batista a passare dalla sua parte, resta diviso in due. Come la sceneggiatura che alterna le durezze della Sierra Maestra, 1958, al barricadiero discorso all’Onu di New York pronunciato nel 1964. Lasciando a noi il compito di ricordare, o immaginare, tutto ciò che è accaduto nel frattempo. Un salto ardito che però sa tanto di escamotage e depotenzia un’impresa rigorosa e affascinante, soprattutto nella seconda parte. Non a caso, forse, quella a cui Soderbergh in principio voleva dedicarsi esclusivamente.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 10 aprile 2009
Con Benicio il Che non è affatto retorico
Come si diventa un mito? Che - L’Argentino, prima parte del film di oltre 4 ore che il regista Soderbergh ha realizzato sull’eroe (la seconda, Che - Guerriglia, uscirà a maggio), non entra nel merito di una valutazione storica di un personaggio discusso quanto leggendario. Basato sui diari di Guevara e alternato con spezzoni del suo discorso all’Onu nel ‘64, il film è la cronaca di due anni di guerriglia, fra sanguinose imboscate e il continuo ingrossarsi delle file dei ribelli, raccontata giorno dopo giorno. Salvo che questo primo capitolo, dedicato all’impresa cubana, del Che narra l’ascesa da medico a leader carismatico fino al vittorioso ingresso all’Habana dopo la decisiva battaglia di Santa Clara; mentre l’altro ne illustra in Bolivia nel ‘67 la morte sua e dell’utopia di portare la rivoluzione in tutta l’America Latina.
Girata in uno stile antiretorico memore della lezione di Rossellini, la pellicola trova il centro motore nella tensione idealistica, l’ispirata visione, la singolare miscela di audacia e pragmatismo del protagonista. Al quale Benicio del Toro conferisce una verità e un’aura mitica che gli hanno valso la meritatissima Palma d’oro a Cannes.
Alessandra Levantesi
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