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Che - Guerriglia
Che - Guerrigliadi Steven Soderbergh
con Benicio del Toro, Demian Bichir, Joaquim de Almeida, Franka Potente
 
Il Messaggero, 1 maggio 2009

Che fascino questo Che
“triste solitario y final”

Dalla vittoria alla disfatta. Dalla giungla di Cuba alle montagne della Bolivia. Dalla fama planetaria alla morte, che è sempre anonima e ingloriosa ma mai come stavolta.
La seconda parte del dittico di Steven Soderbergh sul Che è ancora più asciutta, più austera, più rarefatta, ma anche più emozionante della prima. A condizione di stare al gioco, e il gioco ormai è scoperto. Soderbergh non evita solo la suspense, il pathos, l’identificazione, tutto il gioco delle emozioni con cui solitamente si rievocano personaggi epici e imprese leggendarie. Ma fornisce col contagocce anche tutte le informazioni grazie alle quali potremmo seguire l’ultima e rovinosa impresa del Che senza smarrirci.
Naturalmente non è solo una scelta stilistica ma una precisa strategia di racconto. E una richiesta d’attenzione molto forte rivolta allo spettatore. Che - Guerriglia non è un film-inchiesta, non spiega, non vuole avanzare ipotesi o ricostruire i fatti ma più semplicemente forse più ambiziosamente calarci dentro il corpo e la mente di un uomo pronto ad andare fino in fondo. A qualsiasi costo.
«Per sopravvivere qui e trionfare bisogna vivere come se si fosse già morti», dice ai suoi uomini. Non è uno slogan, è quasi un programma. Personale, se non politico. Ma anche qui Soderbergh non giudica. Perché Guevara si mette in un’avventura impossibile come esportare la rivoluzione in Bolivia e di lì nel resto dell’America latina? Perché non vede in anticipo la lunga serie di errori che lo perderanno, l’ostilità del partito comunista boliviano, l’indifferenza dei campesiños, che diffidano di quel gruppo di “stranieri”? E come mai non si chiede cosa resterà della sua missione in caso di disfatta?
Il film non risponde, si limita a mostrare Fidel che dispensa la ricetta del mojito nei party a L’Avana, il presidente boliviano Barrientos (Joaquim de Almeida) che “accetta” l’aiuto degli americani, o la bella rivoluzionaria Tanya (Franka Potente) che dovrebbe lavorarsi il presidente e invece mette nei guai il suo capo ancora senza nome. Ma a forza di restare ostinatamente concentrato sul Che e sui suoi silenzi, i suoi errori, la sua asma, le sue furie (straordinario Benicio del Toro nel ruolo più antidivistico che si possa concepire), questo secondo capitolo così “triste, solitario y final”, per dirla con un altro famoso argentino, diventa una vera e propria Passione laica. La via crucis di un profeta dei reietti paradossalmente lontano da tutto e da tutti. Già nel prologo che lo vede, truccato in modo da essere irriconoscibile ai suoi stessi figli, lasciare l’Argentina e la sua famiglia senza voltarsi indietro (anche qui né lacrime né recriminazioni, sarebbe troppo facile). Fino alla fine, quando col suo esercito di fantasmi, perso in un paese sempre più spettrale, trova una morte sordida, antieroica, straziante, che è una grande pagina di cinema.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011