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Cerchio di gesso del Caucaso (Il)
di Bertolt Brecht
al Teatro La Fenice
Compagnia israeliana del teatro municipale di Haifa
scene e costumi di Teo Otto
con Zaharina Harifai, Chaim Topol
Corriere Lombardo, 7 settembre 1963

Brecht come Wagner, l’ho detto ancora: vittime questo del wagnerismo quanto quello del brechtismo. In buona misura, bisogna riconoscerlo, colpa loro, teutonicamente intestarditi, da bravi tedeschi, a impacchettare, in un complicato e fumoso schematismo pseudo filosofico, un’opera che non ne avrebbe alcun bisogno. Quando poi le sentinelle di turno del terrorismo ideologico si mettono a fargli da guardia giurata, buonanotte, il guasto è completo, non vedono che il “sistema”. È quello a cui, a diversi livelli di intelligenza e di gusto, dal fanatismo ideologico alla speculazione interessata, dallo snobismo teoretico al dilettantismo provinciale, più o meno, stiamo assistendo in Italia dove il problema critico di Brecht è stato ormai tutto spostato e travisato dal centro naturale e necessario dell’estica a quello artificioso e pratico della poetica spettacolare; col risultato, otto volte su dieci, di sacrificare una fantasia indiscutibile a una convenzione opinabile e, naturalmente e prima di tutto, l’arte alla politica, secondo il costume del tempo.
In fondo in fondo, ciò che più avvicna Brecht a Marx è che la maggior parte dei suoi patiti ne parlano, ne disquisiscono e se ne appropriano senza averlo letto. Pensarla politicamente in un certo modo – e si sa come Brecht la pensava – non vuol dire essere inevitabilmente un Robespierre. Ma non c’è verso, il teorico e il dottrinario vengono sistematicamente supervalutati e portati avanti come una baionetta, a tutto scapito del drammaturgo e del poeta che quando lo è, anche se non lo è sempre, contraddice, travolge e si divora tutto il resto. D’altra parte, fu lui stesso a mettere ripetutamente in guardia da questa deformazione. Vogliamo ficcarci in testa, una buona volta, che le sue idee dell’ “estraniamento”, della recitazione “epica” e bizantinismi del genere che sembrano inventati unicamente per dire l’esatto contrario di ciò che ha insegnato ai teatrani odierni Stanislawskij, il principale e finora indiscusso maestro della pratica scenica contemporanea, sono elementi marginali, caduchi, destinati a lasciar il tempo che trovano e ad aver sicuramente vita più breve delle sue opere: semplici ipotesi e sperimentazioni di lavoro, provvisori quanto sostituibili?
Non era accaduto mai niente di simile, e s’era sul piano contenutistico tanto più importante di quello formale, neanche coll’ibsenismo, neanche col pirandellismo e Dio sa quanto nocquero a Ibsen e a Pirandello. In altre parole, noi giungeremo ad apprezzare e ad amare pienamente Brecht solo quando riusciremo a sottrarci al mito di Brecht, questa natura genialmente popolaresca, sofisticata da un pragmatismo intellettualistico il quale, nei casi in cui non riesce a sciuparli in gemma, dà frutti di autentica e potente poesia.
Uno di codesti casi, forse il maggiore e, di conseguenza, probabilmente il vertice dela sua vasta e tumultuosa opera, è Il cerchio di gesso del Caucaso, portato alla Fenice dalla compagnia israeliana del teatro municipale di Haifa. Quando può dare nel favoloso e nel fiabesco, Brecht raramente delude; la parabola e l’apologo sono le sue dimensioni più congeniali, che gli consentono, starei per dire gli impongono di svincolarsi sia dai romantici rigurgiti di quella sorta di espressionismo suicida degli inizi, sia dalla piatta uniformità del realismo cronachisticamente narrativo dell’ultimo periodo e sia dall’eccesso di pianificazione didascalica più o meno di sempre. La presa di posizione ideologica non manca certo – e perché, poi, dovrebbe mancare? – ma né si sovrappone né esorbita; essa è tutt’uno con l’unità dell’ispirazione poetica; si identifica coi valori etici ed umani di un discorso universale, in nome della bontà, della pietà della solidarietà fra gli uomini, poste alla base di un ripensamento moderno, in chiave di parabola, dell’antica leggenda del cerchio di gesso, variante orientale del famoso giudizio biblico di Salmone sulle due madri che si contendevano lo stesso figlio e finì col toccare non alla genitrice carnale bensì a quella putativa che l’aveva saputo allevare con amore e sacrificio.
Il vecchio motivo del “Teatro”, col quale si apre il copione consente di passare dal tempo presente a una remota età fiabesca e di riflettere simbolicamente un senso morale e sociale da questa su quello. Siamo nel 1945, i rappresentanti di due Kolchos si sono riuniti per decidere a quale di essi debba venir assegnata una certa vallata che entrambi rivendicano. Anziché ragioni ideali e concrete, per dirimere il contrasto vien loro raccontata, recitata – ecco una accettabile figurazione del “teatro epico” – la leggenda del cerchio di gesso.
C’era una volta… e col c’era una volta la poesia mette alla porta la politica, anche se la lascia, poi, sgattaiolare dalla finestra… c’era una volta un governatore egoista e oppressore come tutti i governatori, rovesciato e assassinato da una congiura di palazzo di nobili, egoisti ed oppressori come tutti i nobili. Sua moglie fugge preoccupata di portarsi dietro vestiti e gioielli e abbandonando il figlioletto di pochi mesi. Lo raccoglie Gruscia, una povera serva, figlia del popolo ingannato e oppresso come è sempre il popolo, fidanzata a Simone, spedito a far la guerra senza sapere dove, come e in pro di chi. Braccata dagli sgherri di chi, come Erode, vuol far strage dell’innocente pargoletto, Gruscia nelle strette di traversie paragonabili solo a quelle di Santa Genoveffa – fra le altre il buffo matrimonio con un moribondo che si scopre sanissimo – difende colle unghie e coi denti la creatura, adottandolo nel cuore: Terribile è la tentazione della bontà.
Ma si sa bene come vanno le rivoluzioni e le guerre: un continuo saliscendi. Tornata su la parte che era stata buttata giù, salta fuori la governatrice a reclamare, davanti ai tribunali, il figlio che ora le è utile per reclamare una cospicua eredità. Qui si fa avanti l’ineffabile Azdak, vagabondo, beone, ladro, prevaricatore, promosso giudice durante i tumulti popolari: personaggio di un umorismo grottesco di rabelaisiano spicco fantastico, in veste di sordido e, a suo modo, ogni tanto giusto Salomone che ordina il giudizio del cerchio di gesso. Il piccino al centro e le due madri, una da una parte, una dall’altra, tirino con più fiato che possono e si tengano quel che resta in mano. Gruscia lo lascia andare perché non si faccia male. È la prova che deve toccare a lei come madre vera – e, parimenti le toccherà anche Simone in isposo. Morale: la vallata come il bambino, come tutto nella vita, spettano “a chi è fatto per essi”.
Un po’ macchinoso dal lato scenotecnico: palcoscenico girevole, tapis-roulant del resto sempe impiegato con discrezione ed efficacia; con scene e costumi di Teo Otto eccellenti nel loro fiabesco realismo; non privo di note esotiche, l’applauditisismo spettacolo, orchestrato da Joseph Millo, l’uomo di punta del teatro israeliano, si impone per l’unitaria fusione dell’elemento ideologico, mai perduto di vista, con una popolaresca immediatezza, appoggiato su quell’umorismo grottesco e quell’espressionismo realistico – parte dei personaggi recitano con la maschera – che, dall’Habima in poi, sono stati caratteri inconfondibili del teatro ebraico. È stata lasciata alla rappresentazione una varia, mobile, colorita, volubile e, a un tempo, controllatissima libertà, riserbando i “momenti didascalici” alle pagine cantate sulle belle musiche di Pekkeg. Due almeno dei quaranta e più interpreti, tutti notevoli per il livello di impegno, disciplina, affiatamento e risultato, mi son parsi di un talento non comune: la giovane Zaharina Harifai, protagonista di una sorprendente verità, con punte di potente lirismo; e l’eccezionale Chaim Topol, giudice eroicomico, dalla violenta fantasia umoristica.

   
© Sipario 2011