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Cento chiodi
un film di Ermanno Olmi
con Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani.
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La Stampa, 30 marzo 2007
Olmi d'amore e povertà
Con questo film il regista, 76 anni, dà l'addio al cinema: si
dedicherà a documentari e teatro. Perfetti l'inizio da thriller
e il protagonista Raz Degan, un Gesù-professore di filosofia che
commuove
«Tutti i libri del mondo non valgono un caffè, una carezza». «Le
religioni non hanno mai salvato il mondo». «Nel giorno del
Giudizio, sarà Dio a dover rendere conto della sofferenza degli
uomini». Magari sono queste idee ad aver bloccato a lungo Centochiodi
di Ermanno Olmi, ad aver fatto sì che RAICinema rifiutasse il
film a Festival, e neppure lo facesse vedere a chi chiedeva di vederlo.
E' un film bellissimo. Olmi ha annunciato che a 76 anni, dopo aver diretto
tanti lungometraggi, dopo quasi cinquant'anni di lavoro, non dirigerà più cinema
narrativo. Questa è l'ultima volta. Farà documentari, regìe
teatrali, ritratti, altro. Oppure farà nulla. O cambierà idea,
speriamo.
Centochiodi è comunque un film d'addio, condensa il pensiero del
regista, le cose da lui sempre amate. Il cinema autentico nell'inizio
da thriller perfetto: il custode dell'Università al mattino scopre
oltre il cancello della Biblioteca i libri preziosi sparsi sul pavimento
aperti, inchiodati a terra, un crimine culturale incomprensibile alle
prime indagini. Poi, la vita semplice; il giovane professore che si priva
di ogni suo avere; il Po, straordinario flusso di vita rappresentante
tutta la Natura con la sua bellezza; una figura femminile provvida, distributrice
di cibo, di sguardi, di affetto; il battello luminoso, la zattera-traghetto,
il motoscafo navigante sul fiume; la musica popolare, struggente come
una preghiera: «Non ti scordar di me...». Infine, le idee
di Olmi: la cultura che è inutile e altezzosa se è disumana;
la divinità che vale soltanto se impersonata da Cristo-Uomo, portatore
di generoso altruismo e d'amore.
Forse non è sbagliato identificare con Gesù il giovane
professore che lascia tutto per vivere in povertà sul fiume, che
viene creduto Cristo e racconta le parabole evangeliche, che viene arrestato,
interrogato: ma anche senza una simile sovrapposizione il personaggio
rimane amabile, venerabile, e la gente semplice che abita sulle sponde
del Po lo aiuta a metter su casa, lo ammira, mentre la ragazza gli posa
la testa sul petto. In ogni caso, Centochiodi è pervaso da un
sentimento che lo rende molto, molto commovente; commuovono persino l'acqua
gonfia del fiume, la faccia bella di Raz Degan protagonista. E, visivamente,
Centochiodi è stupendo.
Dice Olmi: «Cosa significa sapere che stai facendo una cosa (un
film) per l'ultima volta? La consapevolezza che l'ultimo atto riassume
il senso di tutta la tua esistenza».
Lietta Tornabuoni
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L'Espresso, 30 marzo 2007
Rinascita sul fiume
Un delitto culturale, la gente comune, il Po maestoso, un Cristo e un uomo senza valori. Arriva nelle sale Centochiodi, l'ultimo film di Ermanno Olmi. Un opera con cui il regista dice addio al cinema narrativo
A 76 anni, dopo 20 lungometraggi e 48 anni di lavoro, Ermanno Olmi ha annunciato che 'Centochiodi' sarà il suo ultimo film narrativo: come Tolstoj dopo 'Resurrezione' smise di scrivere romanzi, farà magari i documentari con cui aveva cominciato, forse regie liriche, ritratti, oppure nulla.
'Centochiodi' è infatti un film d'addio, che condensa le idee e cose più amate dal regista. L'inizio è cinema puro, un thriller appassionante. Una mattina il custode dell'Università trova i libri preziosi della biblioteca sparsi sul pavimento, aperti, inchiodati a terra: un delitto culturale misterioso su cui si indaga. Poi ci sono la gente comune (facce, sguardi, gesti, altruismi generosi); il Po maestoso, gonfio di quell'acqua che rimpiangeremo, simbolo della Natura intera, le cui rive sono abitate da persone che amano la vita semplice. Poi c'è un Cristo. Uomo senza valori né incensi, estraneo alle gerarchie, impersonate dal più profano, il modello e attore israeliano Raz Degan, perfetto. Infine, le idee a cui Olmi ha sempre creduto: "Le religioni non hanno mai salvato il mondo, neppure sono servite a migliorarlo"; "Dio non salva. Nel giorno del Giudizio sarà lui a dover rendere conto della sofferenza del mondo"; "Tutti i libri del mondo non valgono una carezza, un caffè".
Portatore di pensieri simili (e anche delle burocrazie generatrici d'ingiustizia, della cultura inutile se disumana) è un giovane professore universitario che si spoglia di ogni avere (auto, portafogli, documenti, abiti) e sceglie di vivere sul fiume. L'ultima parte del film è accompagnata dalla vecchia, struggente canzone 'Non ti scordar di me'. Nulla di sentimentale, ma una energia lucida e forte che trascina, una bellezza che commuove: anche per l'ultimo film a Ermanno Olmi gli spettatori debbono massima gratitudine.
Lietta Tornabuoni
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La Repubblica, 30 marzo 2007
La pellicola con Raz Degan è quasi il testamento artistico del
regista
"Centochiodi", l'ultima volta di Olmi è un film
spirituale e realista
Dopo aver trafitto con grossi chiodi i preziosi manoscritti di una biblioteca
universitaria, un giovane professore di filosofia dell'università di
Bologna fa perdere le proprie tracce; poi si nasconde in un rudere lungo
l'argine del Po. Dato alle fiamme il trattato che gli ambienti accademici
attendevano da lui, l'uomo (che per tutto il film resterà innominato)
intreccia nuovi rapporti con gli abitanti del posto: una piccola fornaia
che se se innamora, un postino, i componenti di un insediamento abusivo,
gente semplice e benevola per la quale il tempo s'è fermato. Quando
la "civiltà" si fa viva è per turbare la quiete,
portando le ruspe e chiedendo conto dell'operato del professore.
Ermanno Olmi ha annunciato che Centochiodi sarà la sua
ultima opera narrativa; poi, tornerà ai documentari con cui iniziò l'attività registica.
Ci auguriamo che non vada così; e tuttavia questo ha tutti i caratteri
di un film testamento: per il soggetto che propone, per la lucidità con
cui lo affronta, per lo stile eccezionalmente maturo che coniuga una
spiritualità e una concretezza d'immagine rare a trovarsi al cinema.
Olmi ha il coraggio di mettere in scena un nuovo apologo su Gesù Cristo
con un impeto polemico che evoca Dostoevskij, una nitidezza d'immagini
che fa pensare a Bresson, una leggerezza danzante vicina a Fellini (non è un
piccolo "Rex" quel lontano battello che solca ripetutamente
il fiume, sulle note di "Non ti scordar di me"?). Dietro le
immagini serene della vita di paese, o lo sguardo limpido di un sorprendente
Raz Degan, trapela un'invettiva senza acrimonia ma determinata, dura
e pura, contro coloro che manipolano il senso della vita, della fede
("Le religioni non hanno mai salvato il mondo" è l'exergo
del film), dei libri.
Tutt'altro che predicatorio, il misticismo del regista lombardo ha questo
d'impagabile: saperci raccontare di un Cristo quotidiano, che potremmo
incontrare in un giorno e in un luogo qualsiasi, con la più assoluta
naturalezza, rendendocelo familiare e facendo di noi amici tra i suoi
amici. Olmi ci lascia con un compito di enorme responsabilità:
scegliere l'amore anziché l'odio, la pace al posto della guerra
dipende unicamente da noi.
Roberto Nepoti
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Il Tempo, 29 marzo 2007
La poetica spirituale nell’evangelico «Centochiodi» di
Olmi
Ermanno Olmi, Il Poeta Solitario del cinema italiano, ci ha lasciato
sempre intuire, in tutti i suoi film, il suo personalissimo anelito alla
spiritualità. Sia, esplicitamente, rifacendosi ai Vangeli come
in "Cammina, cammina..." o parafrasandoli come nella "Circostanza",
sia, implicitamente, anche solo citando le guerre, l’odio, il perdono,
la pace: come nel "Mestiere delle armi" e, di recente, in "Cantando
dietro i paraventi". Oggi, arrivato al culmine di un itinerario
narrativo che intende qui concludere per tornare al documentarismo delle
sue origini, con un rigore ascetico e, nello stesso tempo, con una semplicità di
accenti che ne fanno, pur in piena autonomia, il vero continuatore di
Bresson, torna, ma con maturati e più sofferti propositi, alle
parafrasi della "Circostanza". Così immagina che un
giovane docente universitario di Filosofia delle religioni non solo abbandoni
l’insegnamento ma trafigga simbolicamente con cento chiodi tutti
quei libri della biblioteca che, nei secoli, non erano riusciti a dare
sollievo alle miserie dell’uomo, al contrario, dato che oggi, in
nome di quelli, ci sono i kamikaze e ieri ci sono stati i nazisti autori
di mille atrocità con la scritta "Dio con noi" sui loro
cinturoni. Così si spoglia di tutto, come San Francesco, e si
ritira sulle rive di un fiume (è il Po) in un rudere che i contadini
dei dintorni lo aiutano a riparare conquistati dalle sue parole quando
enuncia loro certi episodi dei Vangeli o certe parabole che vi narrava
Gesù, vedendolo quasi come un novello Gesù (lo chiamano,
infatti, proprio così). Lui però non tarda ed essere raggiunto
dalla polizia per la distruzione della biblioteca ed è condannato
anche se, a un certo momento, ottiene gli arresti domiciliari. I contadini,
che hanno sofferto della sua assenza si prestano allora a festeggiarne
il ritorno, ma la strada illuminata e infiorata su cui lo attendono,
resta vuota. La conclusione, infatti, per precisare ulteriormente la
parafrasi, è ancora una volta quella dei Vangeli là dove,
in Giovanni XIII-33, Gesù dice agli Apostoli: "Dove io vado,
voi non potete venire". Poesia pura. Con una natura e della gente
attorno, dal vero, che sembra ricordarci "L’albero degli zoccoli",
con quel personaggio al centro che ispira solo quiete e serenità,
nonostante il gesto che inizialmente gli abbiamo visto compiere, con
ritmi distesi in cui però la cronaca sa farsi canto, mentre le
immagini sempre limpidamente realistiche di Fabio Olmi vestono di magie
misteriose quel quotidiano che sa diventare, ad ogni svolta, magia. Con
la grandezza abbacinata dell’arte. Il protagonista, capelli e barba
alla nazzarena, è Raz Degan, tanto interiore quanto dimessi e
volutamente immediati sono i non professionisti che l’attorniano.
Gian Luigi Rondi
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Il Manifesto, 13 aprile 2007
La scandalosa era immateriale di Olmi
Forse abbiamo aspettato l'avvicinarsi dell'anniversario della «scomparsa» improvvisa e catastrofica di Federico Caffé per scrivere di un film sfuggente, appuntito e vulcanico, che sprizza via come un fulmine, e che racconta di una brusca apertura, di uno scompiglio improvviso che qualche imprevedibile bizzarria scatena. Abbandonare tutto e fuggire. Come fece San Francesco, come ha fatto più recentemente, per rimanere nel più modesto territorio cinematografico, perfino il filmaker underground Alfredo Leonardi... Ma per assumersi più responsabilità, non per sfuggirle.
Centochiodi, diciannovesimo lungometraggio di Ermanno Olmi, è già un titolo che promette, e conferma, un susseguirsi di fuga, muscoli, fatica, lavoro, riposo. L'odore è di falegnameria, il sapore di artigianato, il lato nascosto ma febbrilmente attivo dell'era immateriale, della postmodernità. E Cento chiodi con quelle strane, quasi oscene «c» in corsivo, ha anche un retrogusto violento, dark, un sentore di «bomba devastante». Non è proprio da sensibilità pacifista, in questi momenti, infatti saper polemizzare con i «kamikaze», sia potenti che impotenti, sia imperiali che periferici, che si affrontano di questi tempi a duello impari, come fa Olmi, sempre il più polemico e scandaloso tra i registi politici. E che contrappone la strategia delle esplosioni d'amore, alle troppe, e troppo poco contundenti, esplosioni d'odio, in un film che comunica un evidente disprezzo per le «forme dolci».
Il «bene supremo» e il «male supremo» sono identici, ma è solo in quei territori estremi che il nostro cineasta si aggira. In cerca di stato elevato, in cerca di Potenza. In cerca di stato mistico (non ascetico). Il film dice un enorme sì alla vita. E la vita, ci viene detto è dare. Volontà di potenza è infatti, secondo il vangelo nietschiano, solo «volontà di dare».
Non credo che Bush o Bin Laden la pensino così. E neppure i timidi esploratori del partito democratico. Infatti. Il film, si sa, racconta la storia di un teologo bello e di successo che lascia tutto, d'un tratto, anche la militanza più sentimentalisticamente umanitaria, e si rifugia in campagna, anzi sul fiume. Dopo aver inchiodato cento libri rarissimi e antichi, nemmeno di sua proprietà, anzi teppisticamente sottratti al pubblico di una antica biblioteca. Butta l'auto e ridà un tetto a una baracca abbandonata. E vive a contatto con la natura, le persone «vere» e antiche che lavorano, o lavorarono con le mani (panettiera, postino...), un'esistenza pulsante, tra i pescatori, forse perfino un amore. Senza rinunciare a un bel po' di contanti e a una sacra carta di credito, perché nessuno oggi è anacoreta. Il tragitto, quasi beat, certo più spirituale che religioso, sposta l'ex teologo da Bologna al Po. Dalla metropoli alla campagna metropolizzata.
Olmi, si capisce da come danza con la macchina, prima ancora che sull'aia come rapito dalle melodie della Orchestra Casadei di turno, ci vuole ipnotizzare tutti ai «tempi morti» della bellezza fluviale. Sta infatti seriamente pensando di lasciare il cinema narrativo, per rientrare nel cinema della fluidità documentaristica, molto più rapace e prensile, quanto a confronto con la realtà. Certo, nei paraggi, lo leggiamo tutti sui giornali, si posizionano le ruspe e i caterpillar implacabili del sindaco che più ama Philip Dick... Veder affondare ciò che esiste di più alto e di migliore, e poterne ridere.
Roberto Silvestri
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