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Catacombe
di Franca Valeri
Corriere Lombardo, 30 gennaio 1963

Franca Valeri ha colto tutte le occasioni per scrivere una commedia divertente, trascurandone una sola: quella di farne anche una commedia importante di cui, queste sue Catacombe, possedevano le premesse. Sarebbero bastati un pizzico d’amarezza e uno spolverìo di indignazione, poiché l’intelligenza e la cattiveria di cogliere un certo mondo, e, tramite la sopraffazione ironica, di denunciarne la carenza umana e lo squallore spirituale non sono certo le qualità che le mancano. Ecco gli inconvenienti quando si è tentati di condizionare l’arte al successo, col risultato di rinunciare a un linguaggio a favore di un gergo – equivoco disastroso per tanta letteratura contemporanea! –; senza riuscire, di conseguenza, a cancellare il dilettantismo che è all’origine della fortuna della “signorina snob” nazionale.
 È un copione ardito e preciso nel particolare quanto prudente ed evasivo nell’essenziale: un sarcasmo disperso a vuoto. Perché, possedendo, come lei possiede, una natura di moralista, aver paura di prenderne coscienza e ad accettarla fino in fondo? È mia vecchia persuasione che essa potrebbe essere più acuta, incisiva e varia come scrittrice di quanto già non lo sia come attrice. Se una delle due avesse da fare un sacrificio all’altra non dovrebbe essere la prima alla seconda, bensì la seconda alla prima. Ma come resistere all’applauso facile? È tutto qui. E così questa piacevole ed applaudita Fanny che occupa indiscretamente il copione, poteva essere un velenoso ritratto, spiccato dalla realtà che ci circonda; e viceversa si accontenta di essere solo la risibile caricatura di un ritratto, uno scherzo e basta: un’occasione dell’autrice offerta all’interprete della quale si rassegna a rimaner succuba.
La protagonista mira ad essere un campione dell’emancipazione femminile, inserita nel momento dell’attuale benessere. Il suo snobismo,  la sua sicumera, la sua prodigalità, il suo autoritarismo, la sua ostentata spregiudicatezza, la sua eccentricità mondana, il suo antipotentismo intellettualoide, il suo attivismo confusionario, la sua confidenziale espansività, la sua indiscreta invadenza, la sua petulante volgarità, il suo provincialismo truccato da cosmopolitismo, sono, per così dire, privi di retroterra; testimonianza di un processo di evoluzione sociale e del costume, tumultuoso, approssimativo, malinteso e provvisorio: il caso limite di una cronaca che è sotto gli occhi di tutti.
Quello che in queste condizioni risulta paradossalmente capovolto è, ovviamente, il tradizionale rapporto uomo-donna. Non contenta, infatti, di essere l’amante dichiarata d’un uomo sposato, essa organizza e controlla non solo la vita della vera consorte del suo compagno, della quale è diventata amica e consigliera, fino a ospitarla permanentemente in casa propria; ma cura, consiglia ed amministra anche tutte le altre donnine e donnone di cui lo sfortunato bersaglio delle sue sollecitudini si incapriccia più o meno a lungo. Cambiasse anche binario e spostasse le sue propensioni dal sesso debole a quello cosiddetto forte, pronta, lei, ad incoraggiarlo e ad occuparsene personalmente. Si tratta, in altre parole, di un vero e proprio harem alla luce del sole, governato non dall’antico maharàgia, ma dalla moderna maharani.
Amato, sovvenzionato, curato, accarezzato, smontato e rimontato a beneplacito della sua soave ape regina, il povero fuco è un essere fragile e nevrotico, senza senso, senza volontà e senza scopo. Tanto che, reduce da una cura del sonno in una clinica, quando, riacquistata un po’ di dignità, si azzarda a prendere la modesta iniziativa di un semplice slancio sentimentale, basta questo gesto vagamente normale per gettare la confusione nella mente della moderna amazzone e rischiare, per il pericolo di gettare uno spiraglio di luce su una artificiosità, spia di squallore e di solitudine, di far crollare tutto il sofisticato edificio, tanto faticosamente tenuto in sesto dalla scombinata protagonista, incapace di concepire qualcosa di diverso: “…Dunque, adesso mi devi spiegare”, essa reagisce facendosi l’autoritratto, “cosa vuoi… eh no… me lo devi proprio dire. Non sono gelosa, non sono apprensiva, sono autosufficiente, non ti dormo insieme, se ti va mi trovi, ti vesto, ti calzo, ti mando in villeggiatura, non piango, non ti ho mai voluto sposare, non mi hai mai trovata qui come un fantasma ad aspettarti, non ti ho imposto né una madre, né una sorella, né un’amica, ti ho seguito, ascoltato, consigliato in tutti i tuoi amori, vivo con tua moglie, allevo i tuoi figli… un giorno ho perfino creduto che ti piacessero gli uomini e mi andava bene anche quello.. adesso però mi spieghi che cosa vuoi ancora?”. Niente di tutto questo, ecco probabilmente quel che vorrebbe il disgraziato. Mah! Tempi – e donne – così.

Il copione, non troppo saldamente costruito, sembra movimentatissimo ed è immobile; in qualsiasi momento lo si pigli, è sempre allo stesso punto. Esso vive su particolari e su frange di battuta – assai lepidi, a vero dire – e diverte unicamente in funzione della presenza esorbitante della protagonista. Un vivo successo ha rimeritato lo spasso della piacevole rappresentazione che la umoristica regia di Vittorio Caprioli ha fatto coincidere perfettamente ai noti modi dell’attrice-autrice: quella sua vellutata e svanita misoginia che fa assolvere la crudeltà con la simpatia, prima ancora di scoprirsi: la sua insolenza timida insomma. Intorno a lei, Elsa Vazzoler, applaudita a scena aperta per una risata, Aldo Giuffré, la Francia, la Ruspoli, la Quattrini, la Pagano, il Groggia e lo scenografo Coltellacci, hanno composto un quadro di sofisticata eleganza, in una giostra di gaia incoscienza.
   
© Sipario 2011